E alla fine arriva Dima

Serie: Bivacchi


(Immagine di copertina di Fabio Elia)

Chi ha letto tutta la saga dei Mediamente Organizzati si sarà chiesto dov’è Dima, un personaggio descritto nell’introduzione e poi mai più citato. Beh, il suddetto si è unito a noi, tanto per cambiare, dopo una rottura sentimentale. Appena in tempo per venire incluso nelle nostre schiere, dato che questa che sto per raccontare, almeno per il momento, è la nostra ultima escursione. Infatti, in seguito, ci siamo imborghesiti, dedicandoci a vari weekend balneari. Forse, semplicemente, stiamo invecchiando.

L’escursione che vado a narrare si è tenuta in Valle Stretta, in Francia, non molto distante da Bardonecchia. Prima di questa, in realtà, c’era stata una nottata passata a dormire in tenda su una striscia di ghiaia di fronte alla cascata di Goja del Pis, ma era stata una pessima esperienza. Io e Scilli avevamo discusso prima della partenza. Quest’ultimo, forse per via del litigio, era sottotono e si è pure azzoppato. Io ero afflitto dal senso di colpa per averlo trattato male. Il posto era troppo pubblicizzato e vicino ai centri abitati e così non aveva ormai più nulla di selvatico: c’erano bottiglie di birra vuote qua e là, cagate con fazzolettini sporchi nei vari angolini. Vi era un senso di squallore, nonostante la bellezza di quella vasca d’acqua sovrastata dalla cascata. Abbiamo (non) dormito sul duro e con il frastuono delle rapide nelle orecchie. Al mattino, nervosi e infreddoliti, abbiamo fatto un veloce bagno e mestamente siamo ridiscesi. Tutto sapeva di sporco, di acquitrinoso. Scilli mi aveva ordinato di non scriverne, ma per dovere di cronaca ho fatto questo breve cenno.

Il racconto su Valle Stretta, invece, si apre con un’immagine inquietante. Nella notte buia, mentre ridevamo e scherzavamo, viaggiando in auto verso il confine (io, Scilli, Blaco, Ele, Favie e il nuovo arrivato Dima), ci siamo trovati di fronte, illuminate dalle tenui luci di alcune torce, alcune figure in mezzo alla strada che ci bloccavano il passaggio, puntandoci le pile contro. Il cuore ci si è fermato in gola. Guardando meglio, erano alcuni gendarmi francesi che avevano arrestato e tenevano lì per terra, in stato di fermo, alcuni profughi che avevano provato ad attraversare il confine con la complicità delle tenebre. Con la luce sinistra delle torce, in contrasto con il buio della notte di montagna, quelle figure sembravano spettri e il tutto ricordava quelle scene inquietanti e grottesche dei film di David Lynch. I gendarmi ci sono venuti incontro e ci hanno chiesto, in francese, di aprire il bagagliaio. Volevano essere sicuri che non portassimo, nascosti lì dietro, un paio di amichetti africani. Io ci vedevo già arrestati per errore insieme ai profughi, con l’impossibilità di spiegarci per via della lingua. Ma il gendarme dopo poco si è rasserenato; gli abbiamo chiesto (poichè capiva discretamente l’italiano) se fosse sicuro pernottare in tenda da quelle parti, visto il viavai di questi profughi e lui, sorridendo ironico per le nostre paure, ha risposto che non lo sapeva. Abbiamo ripreso il viaggio portando con noi un po’ di inquietudine, marchio di fabbrica delle nostre escursioni.

Arrivati sul posto, ci siamo bardati ben bene e ci siamo addentrati nel bosco. Le previsioni meteo dicevano che ci sarebbero stati pochi gradi sopra lo zero. Siamo arrivati vicino al lago Verde, dopo una camminata di venti minuti circa. Di notte, col buio, il lago aveva un pessimo aspetto, sembrava un semplice acquitrino e puzzava. Mentre cercavamo di capire se c’era spazio per le tende e se volevamo pernottare lì, beccandoci l’umidità, Scilli ha urlato di aver visto uno strano animaletto con gli occhi grandi che lo guardava e che sembrava il Furby. Con questo, aveva catalizzato l’attenzione di Ele che, disinteressandosi totalmente della questione “tende”, è partita con lui alla caccia del Furby. Alla fin fine, comunque non lo hanno trovato ed abbiamo deciso di pernottare un po’ più in là, lontano dall’umidità e dalla puzza di palude. Una radura riparata da alcuni sempreverdi faceva al caso nostro. Abbiamo piazzato le tre tende (una per Favie ed Ele, una per Scilli e Blaco e l’altra per me e Dima) e ci siamo messi subito a preparare il fuoco poichè la temperatura cominciava a scendere secondo le previsioni. Acceso il fuoco, la serata diventava magnifica. Noi, le tende, le conifere, il cielo stellato, sembrava proprio quel tipo di camping che si vede nei film americani. Ci siamo messi a parlare un po’ di tutto, a ridere, scherzare. Scilli, sempre irrequieto, doveva fare continuamente qualcosa per tenere il fuoco acceso, anche quando non ce n’era bisogno. Scilli è così, all’opposto di me che non farei mai nulla, nemmeno quando ce n’è bisogno. Poi ad un certo punto, uno dei massi attorno al fuoco è rotolato verso Blaco, poichè c’era un po’ di pendenza e quest’ultimo, dimenticandosi che la pietra diventa rovente vicino al fuoco, l’ha fermata con la mano, procurandosi un’ustione di un certo livello. Per alcuni giorni ha avuto una bolla enorme sul palmo della mano. Eppure, stoicamente, non ha avuto reazioni scomposte, ha imprecato in tono dimesso, tanto che nessuno di noi si era reso conto dell’entità della scottatura finchè non è venuta fuori quella enorme vescica sulla mano. Per consolarlo, gli abbiamo passato un po’ di amaro da bere. L’alcool anestetizza, in qualsiasi forma lo si assuma.

Si era fatta una certa ora. Io, Favie, Ele e Dima ci siamo infilati in tenda e Scilli ancora metteva legna nel fuoco.

-Mi raccomando, spegnete il fuoco prima di andare a dormire.- Li ammoniva Favie, il controfobico ad intermittenza.

-Sì, non ti preoccupare.- Ha risposto Scilli.

Io ero maledettamente certo che non lo avrebbero spento, ma erano già le 3 di notte e non potevo restare sveglio a controllare. Tra l’altro, ho dormito male perchè, sebbene avessi pensato a rifornirmi di tutto il necessario per stare al caldo: materasso gonfiabile per non essere a contatto col terreno umido, un paio di coperte, svariati strati di maglie e felpe, non avevo pensato a mettere qualchè paio di calze in più ai piedi e ce li ho avuti freddi per tutta la notte, dannadomi di continuo per questo.

Mi sono svegliato, al mattino, con la voce di Favie che sgridava Scilli e Blaco perchè si era accorto che non avevano spento il fuoco. Scilli, sorridendo colpevole, si aggiustava gli occhiali dicendo:

-Ma sìììì.- Facendo un’espressione da professorino che stava ad intendere che lui se ne intendeva di fuochi e dei relativi rischi.

E così siamo tornati al lago Verde con la luce del giorno. Continuava ad essere una palude che puzzava, ma devo ammettere che era suggestivo. Vi erano affogati dentro diversi alberi e, forse per via degli aghi dei sempreverdi, aveva preso un colore tipo Tantum Verde.

(Foto di Fabio Elia)

Dopo una breve sosta, siamo ripartiti per una delle nostre interminabili camminate. Ricordo che quel giorno abbiamo particolarmente sofferto la fatica, nonostante le rispettabili imprese che avevamo alle spalle avrebbero dovuto temprarci. Sarà anche per questo che dopo non ne abbiamo più fatte…

Ed eccoci qui a salire e ad ansimare. Silenzosi. Ognuno preso dalla propria fatica. Troppo ansanti per i nostri soliti urli scherzosi che generalmente turbano i silenzi di montagna. Li osservo. Scilli, Favie, Blaco, Ele e Dima. Siamo un gruppo strano noi. Prendiamo Scilli, quella sua voglia infantile di vivere, di urlare, di entusiasmarsi che colora i momenti come solo lui sa fare. Avessi la metà della sua vitalità. E Blaco…quella sua buona disposizione per cui non è mai il momento sbagliato di prendersi una pausa, di concedersi un caffè, un cicchetto, nonostante gli impegni, la premura, le pressioni di chi gli sta intorno. Riesce a far passare tutte queste cose in secondo piano come un moderno monaco zen, con i suoi rituali. E Favie, quella ricerca spasmodica di rischio, di emozioni, di vita, quasi a sbagliare apposta le previsioni e sabotare la perfetta organizzazione per aumentare il brivido, l’adrenalina. L’opposto di me, con tutta questa mia saggezza che a volte mi fodera le orecchie. Ed Ele, con quel suo modo di dire le cose in tono dimesso facendo sì che risuonino autorevoli, in lei sono le espressioni ed i silenzi che fanno rumore, mentre noi maschietti caciaroni, tutt’intorno facciamo fuffa giocando (in senso figurato) a chi ce l’ha più lungo. E Dima, con quel suo storcere il naso quando le cose sembrano imperfette, compensa il lassismo e il pressappochismo che aleggia nel gruppo. Vuole le cose fatte bene, protestando contro i nostri “ma sììì”. Ognuno serve a qualche cosa in questo gruppo. Perfino io, con la mia estrema prudenza, mi accorgo di fungere da contraltare per i colpi di testa adolescenziali della truppa. E Veo, con la sua bizzarra confusione mentale, toglie la linearità alle situazioni e ci regala, a volte, splendide imprevedibilità. Mi sono chiesto tante volte, come facessero le donne che ha avuto, a stare a fianco a questa sua incostante follia. Mi sono risposto che forse la ragionevolezza non è tutto. Mi sono detto che ho qualcosa da imparare da ciascuno di loro, anzi, mi sono detto…

come farei senza di loro?

Serie: Bivacchi


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