E così sono morto 

Serie: Cinquanta Racconti


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E così sono morto. Non me lo aspettavo così presto.

Anzi — e questo è il punto, capite? — non me lo aspettavo affatto. Nessuno se lo aspetta davvero. Lo si dice, certo: «prima o poi toccherà anche a me.» Ma è affermare che nevicherà su Palermo. Lo si proferisce. Non lo si crede.

Ebbene. Nevica.

La cosa più strana — ve lo dico io, che dispongo d’ora in poi di un’attenzione illimitata — è che il corpo continua. Continua senza di me, capite? Là, sul pavimento della cucina, con una certa dignità direi, anche se il ginocchio destro è piegato in modo che in vita non avrei mai tollerato. Gli avrei detto: raddrizzati, fai vedere chi sei. Invece eccolo lì, il ginocchio, finalmente libero di piegarsi a suo piacimento.

Tutta la vita a fare il padrone del corpo. E il corpo aspettava solo questo momento per ribellarsi.

Ero uno scrittore, lo sapete. O almeno — ed è qui che la faccenda si complica — credevo di esserlo. Ho scritto undici romanzi, quattro raccolte di racconti, una pièce teatrale mai andata in scena per via di un disguido con il teatro di Brescia che ancora adesso, post mortem, mi fa prudere le mani. Ho ricevuto premi minori con nomi altisonanti, targhe di metallo dorato, pesanti quanto il rimpianto e opache quanto l’oblio.

Ho maneggiato le parole per cinquant’anni. Le ho levigate, soppesate, accostate, respinte. Sapevo la differenza tra languore e torpore, tra lugubre e funereo, tra tergiversare e nicchiare. Sapevo quando una virgola uccide una frase e quando la salva.

E adesso sono morto e non trovo le parole per dirlo.

Che beffa. Che precisione crudele.

Ma il peggio — il peggio, signori — è lo specchio nel corridoio.

Passandoci davanti, per abitudine, mi sono girato a guardarmi. E lo specchio, impertinente, non ha riflesso niente. Niente! Tutta quella faccia costruita negli anni — la ruga di chi pensa, il sorriso di chi è simpatico, lo sguardo di chi sa — era sempre stata una proposta. Un’ipotesi. E lo specchio aveva deciso di non accettarla più.

Ho passato vent’anni a descrivere volti altrui. Zigomi. Palpebre. La piega della bocca di chi tace. Avevo un catalogo interiore sterminato di fisionomie, un erbario dei lineamenti, un bestiario delle espressioni. Il mio volto era rimasto periferico, sfocato, nella quarta di copertina, accanto alla biografia di me stesso.

Chi ero io, del resto?

Me lo chiedevo anche prima, eh. Ma prima c’era sempre qualcosa che interrompeva la domanda. Il caffè. Il telefono. La scadenza dell’editore — «Guardi, abbiamo bisogno del manoscritto entro il quindici, altrimenti slitta tutto a primavera» — e la primavera arrivava lo stesso.

Adesso non c’è più niente che interrompa. E la domanda è lì, enorme, silenziosa, senza scadenza, senza editore, senza possibilità di proroga.

«Chi eri?»

Non lo so. Ho scritto quarantamila pagine e non lo so.

Ho lasciato la luce del bagno accesa.

Tutta la vita a spegnere le luci — «i soldi non crescono sugli alberi, chiudi quando esci» — e adesso quella luce è accesa e non posso spegnerla e qualcuno la vedrà filtrare sotto la porta e penserà che sono ancora lì dentro, vivo.

Sul tavolo della cucina c’è il manoscritto. L’ultimo. Trecento pagine scritte a mano — sì, a mano, con la Pelikan nera che mi ha regalato mia madre nel 1987 e che ho ricaricato ogni settimana per trentasette anni, rito invariabile del giovedì sera — un romanzo sulla morte.

Un romanzo sulla morte. Scritto da uno che non aveva la minima idea di cosa fosse, la morte.

L’ingenuità mi commuove, ora. Mi commuove la spavalderia ignara con cui i vivi scrivono di ciò che non conoscono. Un cieco che compila un trattato sui tramonti. E mi fermo, perché anche da morto non riesco a rinunciare alla similitudine — è una malattia, lo so, me lo dicevano anche i recensori: «troppe similitudini, se ne perda qualcuna per strada».

Aspettate.

Forse è esattamente così che funziona la letteratura.

Forse è questo il segreto che non mi ha mai detto nessuno.

Sento dei passi. Dal piano di sopra. La signora Adalgisa — settantadue anni, vedova, un gatto soriano di nome Ulisse che lei chiama Ullì con una tenerezza involontaria che non le ho mai detto — sta scendendo le scale. Lo riconosco dal ritmo: tre passi, pausa, tre passi. Il ginocchio, anche lei.

Entrerà. Troverà. Chiamerà il 118 — voce rauca, ferma, di chi non perde tempo.

E poi?

Poi verrà qualcuno a raccogliere il manoscritto. Un editore, forse. Un erede lontano. Un funzionario del catasto delle anime, chissà. Qualcuno leggerà quelle trecento pagine sul morire scritte da un uomo che non sapeva niente del morire, e dirà: «toccante», oppure «irrisolto», oppure — nella migliore delle ipotesi — «postumo e commovente».

Postumo e commovente.

La critica più precisa che potessi ricevere, e arriverà quando non potrò più sentirla.

Sto per fare pace con tutto questo. Sto per trovare — finalmente, dopo settantuno anni — quella che i mistici chiamano atarassia e i farmacisti sedativo, quella quiete senza nome che ho inseguito in ogni libro senza mai trovarla.

La porta si apre.

Entra la signora Adalgisa.

Mi guarda. Guarda il corpo sul pavimento. Rimane ferma sulla soglia un momento che mi sembra lunghissimo e che forse è lunghissimo, ora che il tempo ha smesso di funzionare nel modo consueto.

Poi si avvicina al tavolo.

Prende il manoscritto.

Lo sfoglia.

Si siede.

E comincia a leggere.

Con la matita in mano.

Fa una correzione a pagina tre.

Ne fa un’altra a pagina sette.

Sulla quindicesima scuote la testa piano, con l’espressione di chi sa esattamente dove stai sbagliando.

Non l’ho mai saputo che la signora Adalgisa aveva studiato lettere a Bologna. Che aveva pubblicato, negli anni Settanta, tre raccolte di poesie sotto pseudonimo. Che ogni giovedì, mentre io battevo i tasti convinto di essere il solo depositario delle parole in questo condominio, lei rileggeva Gadda.

Gadda.

Non mi ha mai detto niente.

Né io ho mai chiesto.

E adesso è seduta al mio tavolo, con la mia Pelikan nera in mano, e sta riscrivendo il mio ultimo romanzo.

Sulla morte.

E, lo sento già, lo sento con quella certezza assoluta e atroce che forse è l’unico privilegio dei morti —

lo sta migliorando.

Continua...

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