
E U G E N E
Fuori dal finestrino la città scorreva immobile, con i suoi semafori lampeggianti, le sirene ed i palazzi che torreggiavano presuntuosi su bassi edifici storici. Eugen, la guancia schiacciata contro il vetro, teneva gli occhi fissi sul panorama dalla vettura che rapidamente lo stava portando a casa. Era stata una giornata durissima, stressante ed impegnativa da qualsiasi punto di vista, così il ragazzo mise in pratica uno degli esercizi che gli aveva insegnato la sua amica alla clinica. Respirò a fondo e si concentrò su un unico elemento, una nuvola nel cielo dalla forma particolare. Iniziò ad osservarla esplorandone i contorni per poi costringerla, con l’immaginazione, in qualche altra forma. Era un gioco semplicissimo e tuttavia sufficiente a rilassarlo lasciandolo finalmente da solo, con i suoi pensieri.
Tutt’attorno gli altri passeggeri costituivano un arcobaleno di razze e generi differenti. Uomini d’affari impegnati in lunghe conversazioni al telefono oppure ragazzini di ritorno da un allenamento, donne tutte prese a discutere gli ultimi gossip ed infine una vecchia signora che gli sedeva proprio affianco rovistando con infinita calma nell’enorme borsa che teneva sulle ginocchia; tutti avevano il loro posto in quella piccola scatola.
“Questo è il treno diretto a Production Way – University, cambiare a Columbia per destinazioni verso King George” la voce registrata lo riportò con i piedi per terra, così si accorse che da quando era salito la carrozza s’era riempita.
“Qualcosa non va ragazzo mio? Giornata difficile?” gli domandò l’anziana all’improvviso.
Il giovane si voltò perplesso, indeciso se innervosirsi o approfittare della compagnia.
“Come scusi?”
“Oh nulla, mi sembri solo un po’ stanco, lo vorresti un cioccolatino? È al caffè!” aggiunse facendogli l’occhiolino.
“No grazie nonna, piuttosto pensa agli affari tuoi.” Sbottò tornando a voltarsi verso il vetro.
La donna arrossì per l’imbarazzo mentre borbottava qualcosa a proposito dell’educazione e dei giovani. Gli altri che assistettero alla scena non aggiunsero altro, lasciando morire la propria reazione nella fantasia. Tutti eccetto uno, un senza tetto che risvegliato da quella piccola discussione, con fatica si stava alzando da terra. Sudicio, pésto e coperto di croste squadrò i presenti in cagnesco grattandosi i capelli lerci con la canna di una pistola. Si reggeva in piedi a fatica mentre, aggrappato ad una delle traverse, teneva sotto tiro il gruppo di passeggeri. Si scatenò il caos ed ognuno dei presenti tentò di allontanarsi il più possibile dal malvivente, scavalcando le poltroncine o persino strisciando sul pavimento.
“Adesso basta…” si espresse in un gorgoglio la nuova figura, quindi esplose il primo colpo.
Uno dei finestrini andò immediatamente in frantumi assieme alla testa di Eugene che, ancora seduto al suo posto, scivolò di lato per non alzarsi più. Urla di puro terrore, pianti di disperazione e le preghiere di qualche credente saturarono l’aria mentre il criminale ora oscillando come una scimmia li invitava al silenzio sibilando tra i denti.
“Vi ho stupito?!” sbraitò il senzatetto facendo trasalire gli altri passeggeri; l’uomo, visibilmente ubriaco, pareva sull’orlo di una crisi isterica e tuttavia lottava per restare concentrato.
“Vi ho rovinato la serata?!” ripeté piagnucolando “Non sapete niente della rovina!” urlò sputando il suo rancore.
Si grattò la fronte con il dorso della mano armata staccando escrescenze e sporcizia che disgustosamente gli rimbalzarono addosso finendo a terra. Quel gesto rivelò ben di più agli spettatori che atterriti seguivano con apprensione ogni sua mossa; un tatuaggio, tremendamente amatoriale, rappresentava una X lunga ed indecisa. Uno degli ostaggi, un giovane di colore, si alzò in piedi tenendo le mani ben in vista e muovendosi molto lentamente si avvicinò di qualche passo.
“Ascolta amico…”
“Non sono tuo amico, non prendermi per il culo!” lo interruppe immediatamente l’assalitore.
“D’accordo, hai ragione, sono Nue, tu come ti chiami?”
X, stupito da quella domanda sembrò calmarsi per un momento.
“Gene. Non vi ricordate neanche come mi chiamo…” terminò in un sussurro. L’altro non parve neppure ascoltarlo continuando con la sua strategia.
“Non ci conosciamo, hai ragione, e di sicuro non possiamo immaginare tutta la merda che hai dovuto sopportare ma, hei, ne possiamo parlare ora…”
Il giovane gli sorrise timidamente, sperava di aver creato un contatto, qualcosa da cui iniziare. Il barbone trattenne il respiro per un momento poi il suo volto mutò in una maschera di odio e rabbia.
“No! Vaffanculo!” sbraitò ed aprì il fuoco per la seconda volta.
Il colpo raggiunse Nue allo stomaco facendolo cadere all’indietro, tentò maldestramente di aggrapparsi alle maniglie finendo però al suolo con un tonfo sordo che suonò come un grosso chiodo piantato nel legno. Questo non fu che l’inizio, il rancore e la sofferenza sono come un vulcano, una volta scatenati divengono impossibili da domare.
“Fanculo, dovete morire tutti!”
Altri quattro colpi ed altre quattro vittime si aggiunsero a quella triste vicenda piombandoli in un’atmosfera quieta e surreale. La personalità, mite e protettiva, della nonna non poteva sopportare oltre; inginocchiata e scossa dai singhiozzi carezzava dolcemente la testa ad uno dei bambini.
“Basta ti prego, ora fermati.” Lo supplicò la signora che in lacrime cercava inutilmente di dare conforto al corpo esanime che stringeva tra le braccia.
“Non ti rendi conto di quello che stai facendo?!” balbettò devastata dal dolore.
Il treno nel frattempo continuava la sua corsa, ormai a metà strada, verso Sapperton.
“Certo. Lo so, lo so!” Esplose in una risata isterica scuotendo la testa meccanicamente a destra e sinistra.
“Un po’ di ordine, ci stiamo alleggerendo!”
Sparò ancora e questa volta toccò alla vecchia, i capelli bianchi vennero scossi dal calibro della pistola che le strappò le lacrime dagli occhi assieme ad una porzione del viso. Si afflosciò su sé stessa con il piccolo corpicino ancora stretto al petto.
Guen, una delle ultime sopravvissute, nel frattempo si era fatta minuscola restando immobile al suo posto sul pavimento. Aveva visto cos’era successo a chi tentava di interagire con quel pazzo e di sicuro non voleva morire, voleva vivere. Come ogni altro essere umano su questa terra voleva vivere! Conoscere nuove persone, studiare, lavorare, imparare cose nuove, conoscere l’amore ed ancora vivere ed invecchiare ed un giorno morire circondata da persone che l’avrebbero amata. Certo, non era tra quelle ad avere le maggiori possibilità o più tempo a disposizione ma, con gli anni, sperava di ottenere più spazio in quel mondo.
“Voi, voi non avete idea di che cosa significhi essere messi da parte, vedersi portar via un pezzo alla volta ogni cosa importante della vostra vita, essere dimenticati.” Urlava ed intanto piangeva, le lacrime copiose scavavano lunghi solchi tra il lerciume che gli copriva il viso.
“Io ero il padrone! Avevo la mia vita, avevo UNA vita!” continuò a denti stretti.
“Persone, persone come voi me l’hanno portata via. Si, è tutta colpa vostra cazzo e voi lo sapete!”
Erano rimasti in tre: oltre a lui un uomo di mezza età, che lo fissava con attenzione, e la ragazzina.
“Lo sai tu?!” puntò l’arma contro il primo.
“Oppure tu, maledetta…” non terminò neppure la frase perché colto da un impeto di furia precipitò addosso Guen schiacciandogli la canna contro la fronte.
“Si! Dillo! Non puoi raccontarmi cazzate!”
Quell’atmosfera di puro terrore stava ormai raggiungendo il suo picco massimo mentre Geen, un ex poliziotto, avanzava molto lentamente dal fondo della cabina stropicciandosi le mani. Il metallo premeva forte contro la testa quando la giovane rispose balbettando.
“Va bene, ti dirò tutto ora calmati però.” Respirava affannosamente continuando a fissare il pavimento. “Scusaci se ti abbiamo derubato della tua vita, scusaci per ogni cosa ma per l’amor di Dio fermati! Adesso basta…”
“È tardi…tardi per tornare indietro, tardi per aggiustare le cose…ormai cos’è rimasto di me?”
La X si inclinò lentamente da un lato poi, bang, il proiettile sparpagliò il cervello della ragazza sul pavimento. Gene, scosso da una moltitudine di emozioni si stropicciò il viso, pestò i piedi per terra ringhiando per la disperazione.
“Volevo solo avere il mio turno.” Gridò, poi fece una pernacchia e prese ad imitare un’altra voce “No tu non puoi Gene, fuori dai piedi.” Calciò l’aria per mimare la scena.
Approfittando della crisi, l’ultimo ostaggio gli si getto contro sbilanciandolo e facendoli rotolare entrambi a terra. I due ingaggiarono un corpo a corpo furibondo, lottavano con tutte le loro forze per sopraffare l’avversario e dopo pochi istanti l’ultimo bossolo venne espulso dal caricatore calando il silenzio su questa triste cronaca.
“Stazione di Sapperton.”
La voce gracchiò dall’interfono e lentamente lo skytrain si fermò; alla fermata diverse unità della polizia avevano eretto un pesante cordone di sicurezza.
“Finalmente…solo…IO”
Sospirò chiudendo gli occhi per sempre.
La polizia di Vancouver estrasse il cadavere del senza tetto dalla carrozza dell’expo line diretta a Production Way – University. Le immagini, recuperate dalle videocamere di sicurezza, lo mostravano in preda al delirio mentre danneggiava il mezzo pubblico. Infine, raggiunta la fermata di Sapperton, era caduto a terra in preda ad un attacco epilettico che come conseguenza lo aveva portato alla morte.
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Bravo Davide hai descritto ed espresso molto bene l’atmosfera distratta e noncurante che circonda le persone nella società moderna, l’effetto devastante che può avere su una psiche malata e ferita dalla vita. “. Non vi ricordate neanche come mi chiamo…” un delirio di dolore davanti all’indifferenza di chi è ritenuto colpevole solo per il fatto di essere ancora a galla. Ma il dolore , si sa, “è come un vulcano” e, una volta che inizia a reclamare il suo spazio, è inarrestabile.
Ti ringrazio per il commento Isabella. Ho tentato di creare qualcosa che potesse offrire diverse chiavi di lettura con la speranza di lasciare qualcosa al lettore su cui riflettere a fine lettura.
Il tempo passa veloce su Edizioni Open, già un anno! Sì, è bello trovare negli altri il tempo di essere letti, con te poi è un tempo piacevolmente speso e mi lusinga il fatto di poter avere questo appuntamento, continua così, spero di leggerti ancora molto 😀
Ok, caspiterina (altrimenti servirebbe la censura) che bomba di racconto che è questo! Una straziante strage descritta non bene, di più! L’inizio è veramente molto bello, quasi da romanzo e oltretutto spiazza il fatto di come, improvvisamente, ad Eugene capiti quello che descrivi (non facciamo troppi spoiler) in maniera così diretta ed efficace, visivamente parlando.
I miei più sinceri complimenti, sei davvero bravo!!!
Grazie infinite Marta, ogni volta che pubblico spero sempre che tu riesca a trovare il tempo di leggermi. Mi hai sempre dato dei feedback interessanti su cui riflettere per migliorare fin da “la candela”, ormai dell’anno scorso.