È venerdì non rompetemi i coglioni

Il venerdì — ultimo giorno di lavoro della settimana — entro in ditta cantando:

«È venerdì, non rompetemi i coglioni.»

Puntualmente succede l’opposto.

Il capo turno non c’è. Il reparto è una nave senza timone.

Odore di ferro tagliato, olio emulsionato nell’aria, il ronzio continuo delle macchine che non si fermano mai.

Salvatore, ventiquattro anni, gira nervoso tra i pancali.

Marco, quarantadue anni, ha già quella faccia da “non mi torna qualcosa”.

Claudio passa col muletto, lento, con l’aria di chi spera che nessuno lo chiami.

Marco deve prendere una lamiera da un millimetro. Non sa quale sia.

«Claudio. Vieni un attimo.»

Il muletto arriva con il classico bip in retromarcia.

«Quale devo prendere?» chiede Claudio.

Marco guarda Salvatore.

Salvatore allunga un dito verso una fila di almeno venti pancali appoggiati a terra.

«Quello lì.»

«Quale quello lì?» fa Claudio.

«Eh… quello.» Continua  Salvatore.

Silenzio.

Marco si gratta la testa. Salvatore sbuffa. Claudio spegne il muletto. Il motore si zittisce di colpo. Il reparto sembra ancora più rumoroso senza quel sottofondo.

Poi Claudio mi guarda.

«Oh, vieni un attimo.»

Sono le 16:30. Io ho la mia macchina che sta finendo un ciclo. Non ho voglia di perdere tempo.

Non so cosa mi prende. Salgo sul muletto. Il sedile è ancora caldo. Accendo. Vibrazione sotto le gambe.

«Cosa devi fare, Marco?»

«Devo prendere una lamiera da un millimetro.»

«Sai dov’è?»

«Dovrebbe essere questa.»

Indica un pancale a caso, senza convinzione.

Lo guardo dall’alto del muletto.

«Oh! Ma cosa stai facendo? Prendi il calibro e misura. Che fai, vai a occhio?»

Marco parte quasi di corsa. Torna con il calibro. Le mani gli tremano appena. Lo appoggia sul bordo della lamiera. Click.

«È questo.»

«Oh. Bravo Marco. E cosa ci vuoi fare?»

«Metterlo in macchina.»

«Perfetto.»

Infiliamo le forche sotto il pancale. Il ferro stride contro il cemento. Lo porto vicino alla sua CNC di taglio laser. La macchina soffia aria compressa, pronta.

Poi mi giro verso Salvatore.

«Dove li vuoi questi pancali?»

«Eh ma perché se li metti lì poi dopo non si passa e se invece..»

Mi si tappa la vena.

«Lascia stare.»

Comincio a spostare pancali. Uno a destra. Uno in fondo. Creo corridoi. Linee dritte. Spazio.

Claudio mi guarda senza parlare.

Marco sta già caricando la lamiera.

Salvatore si zittisce.

Dopo dieci minuti il reparto ha una forma. Non perfetta. Ma logica.

Parcheggio il muletto. Spengo. Il motore cala di giri e muore.

Sono le 16:55.

Torno alla mia macchina. Finisco il ciclo. Stacco i pezzi. Spengo tutto.

Marco si avvicina.

«Hai fatto un ottimo lavoro. Grazie.»

Lo dice piano. Senza ironia.

«Non c’è problema.»

Respiro. Profondo. Le mani non sudano.

Faccio una battuta a Salvatore. Lui ride.

Mi metto il giubbotto.

E io non sono il responsabile.

Salvatore si ricorda del sacco da box che mi aveva portato. Lo carico in macchina. Lo ringrazio.

Mentre esco dal cancello penso alla canzone del mattino.

Non è che cantarla porta sfiga?

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Io per esorcizzare i contrattempi, il venerdì mi dico che sarà una giornata difficile e piena di imprevisti. Di solito funziona, perché la sfortuna per fare dispetto, fa il contrario di quello che uno si aspetta. Se invece, mi porto “sfiga” , ho la soddisfazione di averla prevista.

  2. Il racconto mi è piaciuto molto, direi una bella conclusione per una settimana difficile. Scritto bene, equilibrato nei toni e nella scelta delle parole. Verosimili i dialoghi. La frase che mi è piaciuta di più? Quel “Non c’è problema” messo lì, quasi appeso via. Riassuntiva dello spirito del racconto 😊

  3. È vero, succede sempre tutto il venerdì , mezz’ora prima di staccare…mi è piaciuto tantissimo il conto dell’ora, hai reso benissimo lo strazio di nervi che si prova quando vogliamo solo uscire e tutto sembra remare contro. Bello, e divertente.