Echi

Serie: Laura

Ti accorgesti in fretta, quella dannata mattina, che Carlo in realtà non era mai stato davvero lì. Tutte le sue frasi, che in passato ti avevano fatto correre su e giù fra i pensieri, altro non erano che frutto della tua sconfinata e sciocca fantasia.
Fai un passo indietro. Vola a prima di questa stupida vasca.
Rientravi a casa dal lavoro in largo anticipo e solo tu sai quanto saresti voluta rimanere in ufficio, almeno per una volta, per impegnare la mente e non lasciar correre il pensiero alla sera prima, ma inevitabilmente, anche l’assenza dei messaggi e delle notifiche in generale ti avevano fatto vorticare in una lunga e odiosa spirale. Inoltre, erano giorni che vivevi nel terrore che qualcuno ti accusasse per il furto di una borsa dalla macchina di una ragazzina disabile, il pensiero, oltre che la visione costante di quell’oggetto, ti mandavano letteralmente fuori di testa. Eri a tratti sicura che nessuno ti avesse vista commettere quel crimine, talvolta invece dannatamente convinta che chi ti aveva beccata in flagranza di reato non attendesse altro che il tuo peggior momento per stanarti. Ti mettesti a rassettare alla bene e meglio la casa, avevi bisogno di un impiego che non facesse prendere libero sfogo alla mente, occupare le mani per distrarre il pensiero. Nella credenza di legno stile impero c’era ancora una forte scorta di Cannonau, e l’unico che lo beveva era Carlo, a te il vino aveva sempre fatto schifo, anche solo l’odore. Eri più una tipa da superalcolici, rum, vodka, cose forti insomma, per andare subito al punto senza troppi giri di bicchiere.
Dopo passeggiate per tutta la casa, in un silenzio che quasi ti distruggeva i timpani, arraffasti quella maledetta borsa e la gettasti a terra, ne uscì il tagliando per disabili fra le altre cose. Ti chiedesti a più riprese il perché di quell’oggetto ancora lì, perché non te ne eri disfatta, perché la tua Laura interiore voleva farti assistere ancora ed ancora al tuo crimine. In quel momento iniziasti a odiare più che mai Carlo, o l’idea di lui, o l’idea della sua non-esistenza.
-Ma chi può dire veramente cosa è vero e cosa no? – non smettevi di ripeterti.
Nessuno. Nessuno era l’unica risposta sensata che riuscivi a darti.
Tu sapevi cosa avevi visto, cosa avevi vissuto, e niente e nessuno poteva dirti il contrario.
Continuavi a ripeterti che eri stata tu a lasciarlo andare. Concludevi, dopo lunghe discussioni con te stessa che non era stata colpa di nessuno dei due.
-Se proprio deve esserci un colpevole, -Urlasti alle mattonelle beige della cucina – quello è Valerio.
Il Dottor Valerio era il vero artefice di quel dramma e le sue quattro sedute al mese per far sparire anche la più piccola eco di lui nella testa. Eppure, tutti i dati confermavano quello che il terapista diceva. Da quando avevi iniziato a dargli ragione erano spariti tutti i messaggi del buongiorno, del buon pomeriggio e del “che fai?”. Impallasti gli occhi sullo schermo del telefono, la rubrica aperta alla R.
Ranocchietto. Così lo avevi memorizzato. Ma se non era di Carlo di chi era quel numero? Il tuo pollice indugiò sull’icona a forma di cornetta, poi corse via. Certe cose era sicuramente meglio non indagarle in un momento di fragilità.
Afferrasti tutte le bottiglie di vino stipate nella credenza. Una ad una, con una cura maniacale le apristi e ti mettesti a versarle nella vasca da bagno. In un flash davanti ai tuoi occhi le parole dell’analista che ti diceva di liberarti di ogni minima cosa ti facesse pensare a Carlo, ed in quel momento era proprio il vino il responsabile di quella immancabile ricaduta. Mentre quel liquore fluiva lento e secco dalle bottiglie scure ti sentisti accarezzare una spalla. Un tocco caldo, morbido. Il tocco dell’umo che beveva quel nettare divino. Un ombra nello specchio ti si avvicinò.
Chiudesti gli occhi gridando “STOP” al tuo pensiero ed anche quella sensazione svanì, insieme all’immagine di un Carlo eroico pronto a trarti in salvo.
Entrasti nel vino che ancora eri vestita.
Abbandonasti la testa fin dentro al Cannonau. Anche quell’odore ti faceva pensare a lui. Ti sembrò di esserti immersa fra le sue braccia ancora una volta. Per l’ultima volta.
Non c’era niente che potessi fare, anche i muri gridavano Carlo. Gridavano il suo nome anche i tatuaggi che avevi impressi sui polsi. Mentre la vita ti abbandonava pensasti ancora una volta al tuo uomo, come prima immagine, bello, possente e protettivo. Poi all’altro uomo della tua vita, il dottor Valerio, brutale, sincero e schietto. Ti rimbombarono ancora le sue parole nelle orecchie.
Non c’era un modo per eliminare Carlo definitivamente se non morire.
L’idea che fosse solo frutto della tua immaginazione da sempre ti aveva lasciato un vuoto nella vita degli ultimi dieci anni della tua vita.
Bacco ti penetrò i polmoni. Gli occhi si chiusero docilmente. Il sapore dolciastro del vino iniziava anche a piacerti.
Una mano calò sopra di te. Ti chiuse i polsi con brutalità gentile.
Biondo come non era mai stato, Carlo ti stringeva pallida come non ti aveva mai vista.

Serie: Laura
  • Episodio 1: Sosta vietata
  • Episodio 2: Echi
  • Episodio 3: Finti Alberi di Plastica
  • Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

    Letture correlate

    Discussioni

    1. Ciao Pompeo. Come commentavo in Sosta Vietata, dai vita al “dramma” inteso come “Commedia Umana”. Anch’io ho fatto un po’ di confusione nel dare un’identità a Valerio, ho potuto farlo solo guardando qualche riga sopra. Il finale mi ha incuriosita parecchio, non riesco ancora a comprendere se Laura sia sopravvissuta o meno. Spero nella seconda ipotesi e fantastico su un “Carlo” reale che la salvi davvero. In fondo, è quello che vogliamo tutti: essere salvati. Complimenti, attendo il prossimo episodio 😉

      1. non so che rispondere.. 😀 😀 pensa a cosa ti stona magari mi aiuta nel migliorarlo, non ero molto convinto nemmeno io, ma l’idea era un po’ che ce l’avevo in mente, ma non so come si evolverà è tutto in divenire.

      2. Forse, e dico forse, e premetto che io sono molto pignola davvvero, ci sono dei “salti di tono” che si avvertono un po’ come dissonanze. Per dire, in un inizio che si annuncia già abbastanza drammatico, la frase “ti ci aveva fatto ricadere dentro con tutte le scarpe” a mio parere stona. E ci sono altre cose di questo tipo, per esempio io non chiamerei l’analista col nome proprio, a meno che tu non voglia fare intendere che la relazione della protagonista con lui non era solo terapeutica ma qualcosa di diverso… a me per esempio il dubbio era venuto, però il fatto che questo rimanga in sospeso magari era voluto, ma questo lo sai solo tu… in ogni caso è un bel tentativo.

      3. Volevo sdrammatizzare un po’ non mi piace troppo il drammatico, forse sono andato oltre! ?
        Per il resto non so se Laura ha una relazione con l’analista, forse nei prossimi Lab lo scoprirò.