Egun

Serie: La festa dei morti


Le tenebre erano calate sul paesino e sulla campagna, mentre Baron attraversava placido il cuore della notte, dopo aver lasciato il cimitero e la giovane fanciulla che vi aveva condotto. La bocca si aprì in un sorriso ampio e soddisfatto, scoprendo i denti candidi.

«I Día de los Muertos», mormorò, portando il sigaro alle labbra.

Ne trasse una boccata avida. Il bianco che gli colorava il viso contrastava col nero profondo della pelle e restituì un’immagine ancor più scheletrica, quando le guance sembrarono risucchiate assieme all’aria.

«È diventata una festa assai divertente anche da queste parti».

Illuminati dalla luce tremolante del lampione, gli occhi brillarono tetri, osservando oltre la piccola nube dal profumo di tabacco per scrutare il crocevia. Corrugò la fronte, ascoltando il sibilo del vento che gli agitò il bavero della giacca.

Un’altra boccata.

Stavolta espirò con più decisione, allontanando da sé il fumo che, levandosi verso l’alto, mostrò un’ombra. Con prontezza, Baron schioccò le dita e quella crebbe fino a definire la sagoma di un uomo, proprio nel punto dove le due strade si intersecavano.

Un soffio d’aria, non una voce reale fu quella che si poté udire.

«Aiuto».

«Qual è il tuo nome?», gli chiese con timbro profondo e roco, al punto da far vibrare il lampione a cui si era avvicinato.

«Marco».

Lo spirito sollevò le mani e le osservò, cercando di ritrovare la memoria del corpo che non aveva più. La figura tremolò.

«Marco», gli fece eco Baron, continuando a fumare senza fretta e scrutando la vita del defunto.

Di nuovo una ruga gli scavò la fronte, mentre si soffermava su un nodo che non voleva sciogliersi al suo volere.

«Come sei morto?»

«Non lo so…»

Baron sospirò, sollevando lo sguardo al cielo. Sotto la luce artificiale era difficile scorgere la miriade di stelle che tempestavano la volta celeste.

«Marco, la tua vita mortale è giunta al termine, lo capisci?»

Silenzio.

L’espressione di Baron Samedi si distese, divenendo l’immagine della morte, di un giudice impassibile e austero, come in pochi lo avrebbero dipinto. Si accostò all’ombra e sollevò il braccio con innaturale lentezza, tanto che la mano parve lasciare una strana scia, quasi il tempo non riuscisse a catturarne più con esattezza la forma. Tese l’indice scheletrico e sfiorò quella che era stata la fronte di Marco.

«Ricorda», sussurrò.

Tutto intorno alla scena si immobilizzò, sfarfallando, come una trasmissione mal sintonizzata che sfumava nel buio.

I chiaroscuri evidenziarono lo spalancarsi della bocca di Marco. Si artigliò la faccia con le dita adunche, che si fusero alle guance confondendosi nel nero. Nessun suono gli uscì dalla gola mentre, ormai priva di ossa, la mandibola continuava ad aprirsi, distorcendone i tratti del viso.

Non era più un uomo. Non era più vivo.

I contorni dell’ombra divennero fumosi in quella presa di coscienza, che dilaniò l’anima sospesa nel viaggio verso la morte.

«Dovrei scavarti la fossa», precisò Baron, abbastanza annoiato dalla scena, facendo ruotare il sigaro tra le dita e osservandolo con un interesse maggiore rispetto a quello riservato al defunto.

Marco si bloccò, la sua figura riprese definizione e solo allora lo sguardo del Loa tornò su di lui.

«Allora, come sei morto?»

«Mi ha ucciso…» riuscì a rispondere stavolta, incerto.

«Chi?»

«Priscilla…» La frase restò sospesa un istante nell’aria, prima che la voce dello spirito esplodesse in una serie di imprecazioni, che strapparono un sorriso a Baron. «Quella puttana mi ha ucciso!»

«Una donna. Tutto qui?»

La storia si faceva interessane, in vero, poiché Baron Samedi non si spiegava il motivo per cui non era riuscito a vederne la morte. Sollevò il palmo della mano libera e un bicchiere vi comparve, riempito per metà di un liquido brunito, che con un leggero movimento fece ondeggiare.

«No, una strega! Una maledetta strega truccata come te», ringhiò furente.

Il dettagliò riscosse interesse, ma non impedì a Baron di assaporare un buon sorso di rum e di divertirsi nel constatare che Marco non avesse idea di chi lui fosse.

«Truccata come me?»

«Già! Aveva detto di essere…» Dovette sforzarsi per ricordare qualcosa che aveva giudicato superfluo in vita. «Mamma… Mama…»

«Maman Brigitte?»

«Sì, quello», confermò tendendo in avanti il braccio per indicare il Loa e dargli ragione.

«O Brigitte, Brigitte,» scosse il capo divertito, con un sorrisetto inquietante, «che stai combinando?»

«Mi ha dato in pasto alle sirene. Alle sirene! Capisci?»

Il viso di Baron scattò e le sue iridi si screziarono d’un rosso cremisi.

«Sirene?» domandò portandosi a poco più di un palmo dalla faccia di Marco. «Ora voglio che, senza tante storie, tu mi descriva esattamente cosa è accaduto. Bada bene, da questo potrebbe dipendere la tua pace futura».

L’ombra tentò di arretrare, ma una forza invisibile la incatenò sul posto, anzi, al Loa stesso. Senza possibilità di fuga, Marco si arrese e rivisse ogni momento dalla festa al bosco, fino all’ultimo respiro annegato nelle acque melmose del lago, stretto tra le dita viscide delle creature intente a dilaniarne le carni con denti affilati.

Baron tacque qualche istante, con lo sguardo scavava l’anima che aveva di fronte per carpire qualsiasi dettaglio avesse omesso, volontariamente o meno. Svuotò sovrappensiero il bicchiere.

«Penso che ci divertiremo», esordì infine, ma l’ampio sorriso che sfoggiò fece tremare lo spirito. «Mi servi, per cui ti offro la possibilità di camminare ancora tra i vivi. Accetti?»

«Accetto cosa? È uno scambio?»

«Un patto», precisò, con l’espressione di un amante davanti al corpo nudo della donna a lungo bramata.

«E-E io cosa dovrei darti in cambio?»

«I tuo servigi, la tua totale sottomissione fino alla risoluzione di un mio piccolo fastidio.»

«E tornerò in vita?» La voce di Marco si caricò di aspettative, vibrando per l’emozione. «Riavrò il mio corpo?»

«Sì, più o meno», rispose laconico, osservando il bicchiere vuoto e facendolo poi sparire.

«Va bene, accetto. Sì, accetto.»

Baron riportò gli occhi sull’ombra, soddisfatto, e scoppiò in una fragorosa risata, nel mezzo della quale fece scivolare qualche parola. «Il patto è siglato».

«Allora? Il mio corpo, dov’è il mio corpo?»

«La morte non conosce fretta, egun, e io con lei non affretto un solo respiro» e all’ultima parola coincise il suo schioccar di dita.

Il nero dello spirito si animò in piccole spirali, appena percettibili, via via dall’aspetto sempre più denso; quando arrivarono a sembrare fibre estruse ritorte su se stesse, Marco cominciò a gridare. La sua voce si fece sempre più stridula e sofferente, mentre l’ombra recuperava colori e l’ammasso informe si contorceva recuperando consistenza.

Si accasciò a terra come un sacco di carne, tenuta insieme da sottili filamenti neri, e uno strato di pelle la ricopriva, quasi volesse nascondere l’orrendo ribollire sotto di sé. Le urla lancinanti si ridussero a rantolii, mentre lembi penzolanti e sanguinolenti rivelavano gli attacchi delle sirene del lago e lo scempio subito dal ragazzo. Si prostrò così ai piedi di Baron Samedi, il quale si chinò su di lui soffiandovi una nube di fumo che lo avvolse. Quando svanì, il corpo ricomposto era segnato da un’intricata ragnatela di cicatrici.

Un secondo sbuffo di fumo lo abbracciò tra gli spasmi e i singhiozzi. Baron si rimise diritto in piedi con aria sorniona, attendendo che l’opera fosse compiuta. Aggiustò con cura e delicatezza la rosa nera appuntata al taschino e solo poi riportò l’attenzione al suo egun.

Marco si era alzato, ma pareva ancora instabile. La pelle diafana assumeva sfumature cianotiche dov’era più sottile, gli abiti ridotti a stracci e brandelli tinti di rosso dal suo stesso sangue, le labbra esangui e le sclere attraversate da capillari bluastri che davano l’impressione di voler ghermire le iridi nocciola, unico dettaglio che lasciava trasparire un barlume di vita.

«Andiamo», sentenziò Baron.

Sollevò il braccio e aprì la mano, per poi rigirarla a mezz’aria come dovesse afferrar qualcosa e, infatti, impugnò un bastone nero comparso dal nulla.

«Dove?»

«Alla festa».

Baron Samedi fece scorrere il bastone, si soffermò un istante a carezzare l’anello avorio che precedeva l’impugnatura, caratterizzata da un gallo nero finemente intarsiato.

Batté in terra tre colpi secchi e decisi.

Attorno a loro il crocevia riprese posto nella realtà ordinaria degli uomini.

«Avresti potuto avvertirmi di quanto facesse male», biascicò Marco con voce impastata e gorgogliante.

«Avrei potuto».

«E perché mi hai chiamato ‘egun’?»

Baron gli lanciò un’occhiata in tralice con un ghigno sghembo.

«È ciò che sei».

«Cioè?» insistette cercando di affiancarlo, ma qualcosa glielo impedì, obbligandolo a restare un passo indietro.

«Lo capirai, non temere. Basta domande e portami alla villa».

Il tono non ammetteva altre repliche e Marco, o ciò che ne restava, poté solo obbedire.

Serie: La festa dei morti


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Letture correlate

Discussioni

  1. Ciao Chiara, hai fatto bene a trasformare quel libriCK in una serie, episodio che dà davvero la sensazione di assistere ad ogni momento, ad ogni scena da te scritta magistralmente, mi hai coinvolto e avvinto nel leggere ogni particolare e tratto di Baron, del ritorno in vita di Marco e dei dialoghi. Proprio il passaggio dallo stato cadaverico a quello di Egun è ricco di dettagli, sembra proprio di vivere in prima persona ogni cambiamento e sensazione, e la storia promette tanto mistero, tanta oscurità. Un patto col diavolo che mi riserverà sicuramente una serie cupa e dark come poche. Attendo ovviamente il seguito dicendoti bentornata! E attendo il ritorno di Brigitte?! Un saluto, a presto!