Elena o Ellen T

Serie: Ombre e sussurri dal passato


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dopo avere firmato alcune copie con i fan, Niccolò vede Elena.

Elena aveva trent’anni, la sua bellezza era straordinariamente mediterranea. Indossava un tubino blu profondo con una giacca coordinata, che esaltava la sua figura slanciata e conferiva al suo aspetto un’aria sofisticata e professionale. Tacchi alti aggiungevano grazia al suo portamento già distinto.

L’eleganza informale del suo abbigliamento ricordava quella di una giovane avvocatessa, emanando sicurezza e grazia innata. Capelli lunghi e neri, lucenti e perfetti, cadevano in morbide onde fino a metà schiena, catturando ogni riflesso di luce con una brillantezza quasi eterea. Grossi occhiali da sole nascondevano parte del volto. Gli occhi verdi enigmatici, smeraldi preziosi, pietre cattura anime.

Lunghe ciglia scure. Sopracciglia ben delineate conferivano al suo sguardo un’espressione decisa e affascinante. Il naso, sottile e leggermente all’insù, scolpito perfettamente sul viso. Le labbra piene e ben disegnate, di un colore rosato naturale, erano incurvate in un lieve sorriso amaro.

L’aula non era più dell’autore. Elena impose la sua presenza di donna, dominando gli sguardi di tutte le ragazze. Persino Laura l’ammirò chiedendosi chi fosse.

Con sicurezza porse un libro. Il modo in cui le sue dita affusolate sfiorarono la copertina, il contatto leggero e sinuoso, sembrava carico di significato.

Niccolò rimase immobile, intrappolato in quell’attimo di pura assurdità. Il suo profumo, la sua presenza, ogni dettaglio contribuiva a creare un momento che sembrava impossibile. L’autore si rese conto che non la vedeva da oltre dieci anni, e per questo motivo non ricordava la sua bellezza. Tutto quello che aveva cancellato gli esplose in testa, come se avesse subito una mossa di Kenshiro. Delicatamente posò la penna sul tavolo. La guardò con occhi penetranti. Nonostante la presenza alcinesca di Elena, lui rimase sicuro di se.

«Ciao, Fil. È passato un po’ di tempo» esordì Elena, con un tono caldo e melodioso, spezzando il silenzio teso che li avvolgeva. Tolse gli occhiali da sole e li ripose con cura nella borsetta di pelle marrone. Il movimento sembrava segnalare il passaggio a una conversazione più intima.

Nonostante gli sforzi per dimenticarla, in quel momento, l’autore si trovò a riflettere su quanto fosse davvero bella, su quanto fosse indimenticabile. Distruzione e passione si intrecciavano nel ricordo di lei, creando un vortice di emozioni che né il tempo né la ragione riuscivano a dissipare.

«Non mi chiamo Fil» rispose con garbo, scostando le mani da libro, allontanandosi come sé quella copia fosse infetta dal virus T.

«Non mi scrivi una dedica… Dopo tutto questo tempo?» Il tono di Elena era una fusione di dolcezza e un velo di rabbia repressa. La sua figura elegante, stretta in un abito raffinato, come lei sognava, accentuava l’intensità della richiesta.

«Certamente.»

Prese la penna stilografica a cui era tanto affezionato, ora emanava una sensazione fredda. Alzò l’oggetto a mezz’aria con lo sguardo dritto nei preziosi occhi smeraldo di lei. Pensò a cosa scrivere, ma qualunque frase gli passò in mente, non era adatta.

Elena percepì il dubbio che attraversava il volto di Niccolò. Nel frattempo, Laura, dopo aver parlato con il preside, osservò Elena con curiosità. Si chiese se quella donna misteriosa avesse a che fare con il passato di Niccolò.

«È davvero lei?» sussurrò, sorridendo, nascondendo le labbra con le mani. Per quante volte Niccolò le avesse detto di no, lei sapeva che Ellen esisteva o almeno qualcuna l’aveva ispirato.

«Posso suggerirti qualcosa Nic? Ti vedo perso. Hai esaurito le dediche?» domandò Elena sorridendo, senza essere acida o sgarbata, con voce discreta, affinché solo loro due potessero sentire.

«Si, hai ragione. Dimmi» rispose lui, sorpreso della sua stessa reazione pacata, al limite della pace dei sensi e con un’angolazione delle labbra che sfiorava un sorriso per essere stato chiamato Nic.

Gli anni erano trascorsi dalla loro ultima volta. Spesso aveva pensato che, semmai l’avesse rivista, avrebbe continuato a ignorarla, per il suo bene. Quando la vide davanti a sé, quel pensiero sciocco affogò maldestramente. Niccolò era cresciuto, Niccolò era sempre stato maturo. Provò quasi piacere nel vedere Elena lì, e il fatto che stringesse una copia del suo romanzo lo riempì di orgoglio. Tuttavia, l’istinto gli ricordava che non poteva permettersi di essere mansueto. Qualcosa dentro di lui lo spingeva a non cedere completamente a quella sensazione di compiacimento.

«Allora… A Ellen, la mia musa, con affetto Nic…» suggerì Elena dolcemente, accorciando con il corpo la distanza tra loro, ora troppo vicina da essere finalmente vera.

Niccolò, annuì lentamente, lasciando che un sorriso si diffondesse sul suo viso. «Come desideri.» 

Per quanto fosse calmo, appena la punta della penna stilografica toccò la pagina, la mano tremò. Scrisse la dedica e restituì il libro ad Elena. La guardò negli occhi, doveva dire qualcosa, ma rimase in silenzio ad aspettare che la donna se ne andasse.

«È passato tanto tempo Nic, forse dovremmo parlare. Ti va qualcosa da bere qui fuori dopo che hai finito?» domandò Elena prendendo la sua copia del libro.

Niccolò rimase leggermente spiazzato. Ormai era consapevolmente maturo, quella era un occasione per dimostrarlo. Forse aveva fatto pace con se stesso, gli serviva una prova. L’oscurità era svanita, lasciando solo un immenso vuoto da colmare con una nuova vita. Guardandola negli occhi, i ricordi erano intensi, passionali e turbolenti. I crimini ritornavano prepotenti, ma ora erano inermi come fantasmi. Tutto era un ricordo domato dalla calma riflessiva.

«Va bene Elena ma, non so quando finirò qui.»

Elena si voltò indietro e vide per un istante la fila di ragazze impazienti, tutte in attesa del loro turno. «Non credo che ci metterai molto» disse con un sorriso rassicurante. «Ti aspetto al solito posto.» Poi, con un ultimo sguardo, si allontanò lentamente, lasciandolo al suo lavoro.

Niccolò firmò altre copie, scambiò qualche battuta e il tempo sembrò volare. Le ore passarono rapidamente tra strette di mano e parole di ringraziamento, fino a quando, alle 12:30, l’aula magna si svuotò del tutto. Si guardò intorno. Erano rimasti solo lui, Laura, il preside e due suoi ex insegnanti. Imbastirono una conversazione nella quale Niccolò sembrò trovarsi a suo agio.

«Scusateci» interruppe Laura con educazione. «Abbiamo degli impegni e si è fatto veramente tardi.»

Dopo i saluti lasciarono l’aula magna alle pulizie, mentre camminavano verso l’uscita dell’edificio scolastico, Laura prese sotto braccio Niccolò: «Non vorrai farla aspettare?» domandò con un sorriso curioso.

«Di cosa stai parlando? Ah, hai sentito tutto?» chiese Niccolò, serio.

«Abbastanza da dirti di non farla aspettare.» Laura lo fissò intensamente.

«Proprio tu non dovresti convincermi!»

«Ancora? Non dire sciocchezze.» 

«Stavo pensando di salutarla per educazione e andarmene. Non ho nulla da dirle.»

«Magari tu non hai nulla da dirle per ora, ma lei sì. E tu l’ascolterai, perché sembrava felice di vederti quanto arrabbiata con te.»

«Non mi interessa più di tanto la sua rabbia nei miei confronti.» Stava mentendo a se stesso, ma non al suo libro. Alla penna non aveva mentito. Troppo dolore e caos da gestire.

«Quello che è successo riguarda solo voi due, ma lei è il fantasma che hai visto, forse quello che ti perseguita. Devi affrontarla.»

Niccolò parve dubbioso, guardò Laura negli occhi. Sentiva di dover sistemare la situazione, ma non si sentiva pronto. Cercava dentro di sé un qualche ricordo felice di lui ed Elena da adolescenti. Una valanga di ricordi lo travolse, troppi per non lasciarlo confuso e vulnerabile.

Sospirò, trovandosi finalmente fuori dai cancelli della scuola, solo con i suoi pensieri.

Scusami per sempre Elena.

Laura lo aspettava in macchina. Lui si diresse verso il luogo dell’appuntamento, il vecchio bar davanti a scuola. L’insegna non era più sbiadita. I tavoli e le sedie di plastica erano stati sostituiti da quelli di alluminio. Elena era seduta a uno di quei tavoli, guardava pensierosa la scuola di fronte. Più di dieci anni erano trascorsi dall’ultima volta che erano rimasti soli. Quando Niccolò si avvicinò, il suo sguardo si incrociò con quello di Elena, filtrato dalle lenti scure dei suoi occhiali da sole. Per un attimo, tutto intorno a loro sembrò svanire, come se il tempo stesso si fosse fermato, riportandoli a un momento passato di intimità nascosta. Non c’erano più spettatori a giudicare, né segreti da celare.

«Niccolò» disse lei, sostenendo un tono neutro dopo una forte emozione nascosta dal velo degli occhiali.

«Elena» rispose lui, sicuro. Tuttavia, i battiti del cuore sfuggirono al suo controllo. Si sedette.

Un silenzio pesante si frappose tra loro come un muro invalicabile. Niccolò si sentiva in trappola senza una motivazione. Elena scrutava il suo volto con attenzione.

«Non pensavo che ci saremmo rivisti e non pensavo che avremmo mai di nuovo parlato» disse Elena, rompendo il silenzio come uno schiaffo in faccia in una stanza piena di persone che guardano.

«Neanche io» rispose Niccolò. Dopo restò quasi timidamente in silenzio.

Elena con un gesto rapido e quasi violento si tolse gli occhiali da sole e guardò in lacrime l’autore: «sei scomparso per tutto questo tempo e poi te ne esci con questo?» Gettò il libro sul tavolo rotondo di alluminio.

«È solo un romanzo Elena!» L’autore minimizzò. Nel dolore, tra quelle pagine aveva riversato tutto se stesso: bene, male, rabbia, tempo, emozioni di ogni sorta e lei. Era stato ripagato con il successo. Perché ora quel successo non aveva valore di fronte ad Elena?  Pensò di tornare indietro nel tempo e di ricominciare. Forse avrebbe dovuto farlo scrivendo un altro libro.

Serie: Ombre e sussurri dal passato


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Le descrizioni dettagliate di Elena sembrano provare a farcela vedere con gli occhi del protagonista, la cui reazione, durante tutto l’episodio non è sicuramente quella che ci si aspetterebbe.
    Sono curioso di saperne di più sul loro passato.

  2. «È solo un romanzo Elena!» Un romanzo non è mai ‘solo’ un romanzo, perché dentro a ciò che scriviamo ci siamo noi. Altrimenti sarebbe un guscio vuoto. E dentro ci sono, inevitabilmente, coloro che hanno attraversato il nostro cammino e lasciato il segno. Molto bello questo episodio che è quasi un ponte che attraversiamo per uscire dall’aula universitaria e catapultarci nella vita vera