Enciclopedia Panteistica delle Imprecazioni (di Lorenzo Vesperi, Edizioni Oblique)

Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Una lista di Opere prime (e fortunatamente uniche) del panorama artistico contemporaneo, stilata dalla raffinata penna del mio caro amico Giulio Traüber.

Lorenzo Vesperi entrò in seminario a diciassette anni convinto, come tutti i suoi compagni, di esse­re chiamato a maneggiare le parole più alte che la lingua italiana potesse offrire.

Ne uscì a ventiquattro, non espulso ma “di­messo per incompatibilità vocazionale” – la formu­la che il vescovado gli fece firmare, a suo dire, per­ché suonava meno grave di “sorpreso a trascrivere bestemmie durante le confessioni altrui”.

Vesperi, in realtà, non aveva mai cessato di ascoltare messa con devozione: aveva solo comin­ciato a sentire, con uguale ardore, anche ciò che accadeva fuori dal confessionale, tra i contadi­ni che imprecavano contro la grandine, i mercanti che maledicevano il prezzo del grano, le vecchie che minacciavano santi specifici con specifiche ri­torsioni se non avessero fatto piovere in tempo. Gli sembravano, quelle imprecazioni, molto più vive di qualunque salmo gli avessero fatto recitare – non per empietà, ripeteva sempre, ma perché nella rabbia contro il cielo sentiva una forma di pre­ghiera che nessuno aveva mai avuto il coraggio di chiamare tale.

I quarant’anni successivi, Vesperi li passò collezionando bestemmie e imprecazioni come al­tri collezionano farfalle o francobolli, girando mer­cati, sagre, osterie e stazioni di provincia dell’Emi­lia con un taccuino che teneva sempre nella tasca sinistra – la destra, diceva, era per gli appunti “personali”, benché nessuno abbia mai capito qua­le distinzione tracciasse davvero tra le due tasche.

Non si limitava a trascrivere: catalogava per regione, per dialetto, per struttura grammaticale, arrivando a costruire tabelle comparative in cui la bestemmia siciliana, breve e diretta, veniva messa a confronto con quella greca, vasta e rassegnata, o con l’understatement elegante di certe imprecazio­ni francesi.

Da bibliotecario di paese, mestiere che gli permetteva di sopravvivere senza dover spiegare cosa facesse davvero nel tempo libero, sviluppò una teoria che nessuna facoltà di linguistica avreb­be mai avallato, ma che a lui sembrava evidente quanto un teorema: che l’imprecazione non fosse la degenerazione del linguaggio sacro, ma il contrario – il suo frammento più antico, sopravvissuto pro­prio perché nessuno si era mai preso la briga di raffinarlo, come un osso che resiste sotto terra molto più a lungo della carne che un tempo lo rico­priva.

Fu da questa idea, coltivata in solitudine per decenni, che nacque l’Enciclopedia Panteistica del­le Imprecazioni – un’opera che si presenta come saggio storico-antropologico ma scivola, capitolo dopo capitolo, sempre più apertamente nel territo­rio del romanzo filosofico. 

Il terzo capitolo, “Dell’origine cosmica delle imprecazioni”, sostiene che le maledizioni non nascano dall’uomo, ma che sia l’uomo a nascere dentro di esse: prima che il linguaggio diventasse strumento di comunicazione, sostiene Vesperi, fu scontro, frattura, un grido in­forme con cui gli dèi stessi, in molte cosmologie antiche, avrebbero imparato a creare. Le impreca­zioni, scrive, sono i figli illegittimi della creazione: non accarezzano, spaccano il silenzio, e dove c’è rottura, c’è trasformazione. Più avanti, nel capitolo cinquantasette, “Bestemmie geografiche”, la teoria si fa quasi cartografica: ogni dialetto avrebbe una propria teologia dell’offesa, ogni paesaggio la pro­pria grammatica della rabbia – chi vive tra le mon­tagne impreca in verticale, chi vive sul mare in orizzontale, chi vive in città in ogni direzione con­temporaneamente. Il capitolo successivo, “Il dio dell’altro”, osserva con freddezza quasi da entomo­logo come la maggior parte delle imprecazioni non colpisca il proprio dio, ma quello del vicino – una teologia rovesciata in cui si nega il sacro altrui pro­prio per rafforzare, per contrasto, il proprio.

Sulla copertina, l’unica frase che accompa­gna il titolo – “Nessuna parola è mai soltanto una parola” – non è firmata Lorenzo Vesperi, ma con due semplici iniziali: V.V. Chi gli chiedeva chi fos­se questo secondo nome, diverso dal proprio, rice­veva risposte sempre diverse: un antico avo racco­glitore di maledizioni vissuto secoli prima di lui, di cui avrebbe semplicemente completato e ordinato i frammenti sparsi; oppure, in serate meno controlla­te, una voce che aveva cominciato a dettargli interi paragrafi nelle ore piccole, tanto distinta dalla pro­pria da sembrargli disonesto firmarla col proprio nome.

Nessun archivio, nessuna biblioteca, nessun registro anagrafico dell’Emilia conservò mai trac­cia di un defunto V.V. appartenente alla famiglia Vesperi. Se fosse uno pseudonimo scelto per timi­dezza, uno schermo dietro cui ripararsi dall’accusa di blasfemia, o qualcosa che lui stesso non seppe mai spiegarsi fino in fondo, restò l’unico mistero che l’Enciclopedia, così meticolosa su ogni altro punto, non si prese mai la briga di risolvere.

Il libro fu pubblicato da una piccola casa edi­trice bolognese, Edizioni Oblique, che ne stampò poche centinaia di copie prima di chiudere per con­to proprio, travolta da problemi che con Vesperi non avevano nulla a che fare. Senza una vera di­stribuzione, l’Enciclopedia si disperse quasi subito tra bancarelle dell’usato e mercatini di paese della bassa modenese, dove ancora oggi capita di trovar­la, scambiata più spesso per un manuale di curiosi­tà linguistiche che per quello che è davvero: il ten­tativo, portato avanti per una vita intera, di dimo­strare che la rabbia umana, se ascoltata abbastanza a lungo, comincia a somigliare pericolosamente a una preghiera.

Vesperi non scrisse mai un secondo libro, ma la ragione, a differenza di altri casi simili, non fu la delusione. Fu, semmai, il contrario: chi lo frequen­tò negli ultimi anni raccontò di un uomo diventato stranamente, quasi innaturalmente mite – incapace di alzare la voce anche di fronte ai torti più concre­ti, come se avesse esaurito, trascrivendo per qua­rant’anni la rabbia altrui, ogni riserva per­sonale della propria.

L’ultima annotazione ritrovata nel suo taccui­no, quello della tasca destra, riassume infatti questo pensiero con un’unica domanda, mai seguita da risposta: “E se avessi trascurato la mia, di rabbia, ascoltando tutta quella degli altri?”

Continua...

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Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco

Discussioni

  1. Questo tuo racconto mi ha ricordato una mia zia, la quale affermava che la bestemmia, anche se irriverente, conferma la fede, perché non ci si arrabbierebbe mai con qualcuno che non è mai esistito. Mi sono divertita a leggere e proverò ad ascoltare la rabbia degli altri con la speranza che mi faccia lo stesso effetto che ha sortito in Lorenzo.😂Bravo, Nicholas!👏

  2. Buonasera Nicholas, l’idea è originale e goliardica, a mio avviso. L’ironia di fondo non scade nel sarcasmo e mantiene il focus sulle assurdità del mondo capovolto. Molto attuale. La prosa è raffinata, colta, efficace, Insomma una figata.

  3. Ciao Nicholas, molto originale l’idea di mappare le bestemmie. L’idea di contrapporla alla vocazione spirituale mi è piaciuta parecchio, come fosse un cammino profano che corre parallelo a quello canonico della chiesa. Ascoltare le imprecazioni dei contadini per la grandine, dei mercanti per il prezzo del grano, conferisce realismo al racconto rendendolo anche molto attuale alla realtà. Forse credo che tutto il tuo racconto sia attuale, perché penso che anche oggi ci siano più figure come Lorenzo Vesperi di quello che pensiamo. Complimenti per il capitolo 👏👏

    1. Ciao Skǫll! Grazie mille per la lettura🙏🏻 Esattamente: siamo in un’epoca dove è vero tutto e il contrario di tutto, come nel romanzo di Orwell. In un tempo in cui si fa la guerra per avere la pace, non diventa più tanto strana l’idea di offendere Dio per celebrarlo🤗

        1. Grande!🔝 Stasera o massimo domani passo a leggere il primo episodio della tua nuova serie. Sono stracurioso!