Erba verde, pietra

Serie: Cinquanta Racconti


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: .

Lo so che sei morta. Me l’hanno detto con quella voce che si usa per i bambini e per i matti: piano, con le parole scelte a una a una.
Ho annuito. Ho detto sì, ho capito, grazie. Ho stretto mani sconosciute. Ho accettato il cordoglio di persone che non sapevano niente di noi.
Ma non avevo capito. Come si accetta che tu sia morta? Tu che eri sempre sul punto di andartene e di ritornare. Come si fa a rendersi conto che stavolta è diverso? Che stavolta il confine non è una porta, non è un treno, non è il silenzio di tre settimane che poi si spezza con una tua telefonata alle undici di sera — sei sveglio? — come se non fossi rimasto sveglio apposta, come se non avessi tenuto il telefono vicino per tutte quelle notti.
La prima volta che te ne sei andata avevo ventotto anni e credevo di morire.
Non sono morto. Questo è il problema.
Sono rimasto in piedi. Ho imparato a dormire sul mio lato del letto, senza scivolare verso il centro nella notte. Ho smesso di comprare quel vino che piaceva a te e che io non ho mai amato. Ho tolto le tue cose dal bagno — non subito, ci ho messo mesi — e ho rimesso al loro posto le mie. Ho sostituito la tazza con il manico rotto che non buttavi mai con una tazza nuova, integra, senza storia. Ho edificato una vita che non aveva la tua forma. Ci ho messo anni. Anni ordinati, un poco grigi, ma funzionanti. Anni che non facevano male ogni giorno, solo qualche volta: quando passavo davanti al bar dove ci sedevamo d’estate, o sentivo quella canzone che ascoltavi ad alto volume. Allora tornavi per un istante, poi svanivi.
Avevo imparato a lasciarti svanire.
E poi sei tornata davvero.
Non chiedermi come. Non chiedermi perché te l’ho concesso, perché ho riaperto quella porta. Lo sapevi già allora, quando hai suonato al citofono e hai detto soltanto: «Sono io».
Eri cambiata. Più affaticata, forse. Più vera. Portavi qualcosa intorno agli occhi che prima non c’era; non erano rughe, ma qualcosa che somigliava alla consapevolezza.
Ti ho aperto.
Ti ho sempre aperto. Questa è la verità scomoda di trent’anni della mia vita: per te ho sempre trovato il modo di cedere, anche quando avevo deciso di no. Bastava la tua voce. Bastava il tuo nome sul display. Bastava sentirti respirare dall’altra parte, in silenzio, in attesa.
E stavolta era diverso. Non assomigliava all’ardore dei primi anni. Era qualcosa di meno rumoroso: un’intesa che non aveva bisogno di esibirsi. Discutevamo ancora, certo. Ma con meno fiele, con una stanchezza buona, con la certezza — nuova, fragile, reale — che dopo la lite ci saremmo ancora. Nessuno dei due teneva la valigia pronta sotto il letto.
La domenica mattina cucinavi — male, hai sempre cucinato male — e lasciavi tutto in disordine. L’odore di cipolla bruciata si spandeva fino in camera. Io tacevo. O dicevo qualcosa e tu ridevi, e bastava. Ti sedevi sul davanzale con il caffè e fissavi fuori, i piedi scalzi sul bordo di pietra anche d’inverno. Io ti osservavo da dietro, senza che tu lo sapessi, e pensavo: ecco cosa intendevo quando pronunciavo la parola casa.
Bastava così poco. Abbiamo impiegato trent’anni a scoprirlo, e poi non ci è rimasto abbastanza tempo per viverci dentro.

Alla testa, l’erba. Ai piedi, una pietra.

L’odore dei cipressi mi ha raggiunto subito: resinoso, freddo, un odore che non appartiene ai vivi. Mi ha portato a te: alla domenica mattina in cui eri salita su una scala per potare la pianta a casa dei tuoi, e io ti avevo guardata dal basso, preoccupato e inutile, mentre ridevi e dicevi che stavo esagerando. Avevi le mani verdi di resina. Ti avevo preso i polsi quando eri scesa e ti avevo detto: non farlo mai più. E tu avevi riso ancora.
Ho chiuso gli occhi. Ho respirato ancora.
Poi li ho riaperti e ho guardato quella terra precisa e muta, e non ti riconoscevo da nessuna parte. Perché tu non sei mai stata precisa, né muta. Eri sinuosa, disordinata, fragorosa. Anche quando tacevi, qualcosa in te era sempre in moto: una gamba che oscillava, le dita che tamburellavano, un piede che cercava il ritmo di una musica che sentivi soltanto tu.
Ho fissato quella pietra con il tuo nome e ho pensato: no. Avete sbagliato posto. Lei è altrove. È sul treno delle sette e venti, è al tavolo di un bar che non conosco.
Poi ho pensato: no. Stavolta no. Stavolta sei in un luogo solo, per la prima volta. In un luogo preciso, immobile, definitivo. Sei in un luogo da cui non te ne vai. Tu, fatta di partenze e ritorni; tu, che non sapevi restare ferma neppure nel sonno.
Adesso sei ferma.
E io non so che cosa fare di questa quiete che non ho scelto. Non so come si continua a vivere sapendo che non suonerà più il citofono, che non arriverà più nessuna telefonata alle undici di sera, nessuna voce che pronunci il mio nome come fosse una domanda. Non so come si impara, di nuovo, a dormire sul proprio lato del letto, quando stavolta manca persino la speranza.
Lo so che sei morta.
Stamattina, tornando dal cimitero, mi sono fermato. Ho rivisto le tue mani verdi, la scala, la tua risata. Ho rivisto il davanzale con il caffè. Tutto insieme, in un secondo, senza ordine.
Poi ho comprato quel vino. Quello che amavi tu.
L’ho aperto.
Ne ho bevuto un bicchiere.
Faceva schifo.
L’ho finito lo stesso.

Continua...

Serie: Cinquanta Racconti


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ci sono alcuni autori, qui su Open, che stimo e invidio per la profondità, l’ intensità, la credibilità, la forza nel tirarmi dentro le vicende narrate e la varietà dei contenuti che hanno sempre qualcosa di fondamentale, in comune. Non vorrei fare un torto a nessuno, ma posso dire che i racconti di questa serie, senza copertina e con un titolo così generico, a me sembrano ogni volta eccellenti.

  2. Molto bello, Rocco. Un’elegia funebre di cui mi ha colpita questa frase: “E io non so che cosa fare di questa quiete che non ho scelto.”
    La morte forse è un riposo o un sollievo per chi esce dal cerchio della vita: ma per chi resta quella liberazione diventa, per usare i tuoi simboli, pietra e erba, una cosa viva e, insieme, una cosa morta: così come il ricordo.