Escala del cabirol

Un-due-tre-quattro […] sei… cen… to… cin… quan… tu… no – sei… cen… to… cin… quan… ta… due – sei… cen… to… cin… quan… ta… tre – sei… cen… to… cin… quan… ta… quat… tro.

«Finalmente!» aveva esultato Gi’.

Dopo qualche minuto erano passati in un antro con poca luce. La Sala delle Rovine – la prima – era piccola, angusta, con molte guglie spezzate. Lo specchio in basso era chiaro, limpido, cosparso di monetine che trasparivano e luccicavano sul fondo.

La Sala Smith era molto più spaziosa, chiamata anche Sala dell’Organo per la gigantesca colonna che troneggiava nel mezzo, con colate simili alle canne di un organo.

La Sala della Cupola conteneva un’altra colonna ancora più grossa, in cui qualcuno – senza aver bevuto, né fumato – vedeva il profilo di un soldato col pennacchio.

La Sala della Musica non aveva un palcoscenico vero e proprio e non c’era l’orchestra. Mancavano gli strumenti e l’unico suono che si poteva percepire in lontananza, era lo sciabordio delle onde, che si infrangevano sulle rocce, all’ingresso della grotta. Tempo addietro avevano risuonato, all’interno della sala, anche le sinfonie di qualche concerto.

Conosciuta anche col nome di Sala delle Terrazze, per le balconate con vista dall’alto sullo specchio d’acqua del lago sottostante, sugli speroni di roccia biancastra e sulle pareti intorno dalle forme più strane e dai ricami artistici creati, in milioni di anni, da madre natura.

Prima di entrare ad ammirare tutte quelle meraviglie Gi’ aveva percorso la scalinata lungo la parete rocciosa della scogliera, dall’alto verso il basso, quasi di corsa, spavalda. Ogni tanto si fermava ad osservare, estasiata, lo spettacolo delle grandi falesie a picco sul mare. Un mare blu scuro, profondo e impetuoso. Uno spettacolo insolito, per una come lei, abituata a trascorrere la maggior parte del tempo sul divano, davanti alla tv.

Lo scenario non era solo suggestivo: emanava una forza prorompente, impressionante.

Enrico c’era già stato altre volte. Conosceva bene le grotte e il percorso per arrivarci a piedi, dall’altopiano di Capo Caccia; oppure via mare, col battello. Dopo un turno di notte e mezza mattinata di lavoro frenetico in ospedale, aveva solo una gran voglia di tuffarsi, calzato e vestito, nel suo letto. Di scendere e poi risalire seicentocinquantaquattro gradini per volta, ne avrebbe fatto volentieri a meno. Senza calcolare i cunicoli bassi e le scalette in pietra, all’interno delle grotte: un conto aggiuntivo di molti altri gradini stretti e ripidi.

La varietà delle stalattiti, delle stalagmiti e delle colonne erano senza dubbio sorprendenti.

“Cento e più anni per formare un solo centimetro cubo di quel deposito calcareo, che colava con le gocce d’acqua” aveva spiegato la guida. Il prezzo da pagare, per assistere a quei prodigi della natura – biglietto a parte – era una bella e salutistica sfacchinata.

Ciò che aveva spinto Enrico a sacrificarsi per farle provare quell’ebbrezza, era stato un gesto impulsivo di compassione.

Regina, quella donna un po’ strana che si faceva chiamare Gi’, lo aveva assillato e quasi supplicato, per arrivare fino ad Alguer. Aveva in mente una visita in centro storico, all’acquario. Gli aveva confidato che sin da piccola serbava il desiderio di vederne uno. Le sue cugine c’erano state e le avevano raccontato di tutti i pesci che stavano dentro le vasche: dalle aragoste alle murene; i tonni, le tartarughe marine e persino gli squali e il rarissimo pesce pietra, che l’aveva incuriosita più di tutti gli altri. Lei stentava a crederci. Per più di una ragione sospettava che le sue cugine, poco più grandi di lei, le stessero raccontando una delle loro solite frottole. Ogni tanto però le sorgeva anche il dubbio che un posto così, con i pesci in gabbia, esistesse davvero. Dopo tanti anni, covava ancora quel desiderio infantile di vedere come fosse davvero.

Quando erano giunti in via xx settembre, nei pressi della Torre di Sulis, avevano scoperto che non c’era nessuno squalo, né murene, né tonni, né tartarughe marine o altre varietà ittiche. E neppure l’acquario: chiuso, sprangato, per cessazione definitiva.

Gi’ era rimasta delusa come una bambina che vede il suo palloncino volare via, in alto, nel cielo. Con gli occhi tristi di un Bambi sperduto, gli aveva chiesto se potevano andare da un’altra parte.

Qualcuno le aveva raccontato di un luogo fantastico, poco distante dalla città catalana. Erano arrivati a destinazione in pochi minuti, con facilità. I disegni sui muri, davanti al piazzale, erano un’indicazione inconfondibile della Butterfly House. All’interno di un grande parco un ampio spazio era riservato alle attività ludiche dei bambini: altalene, scivoli e altri giochi. C’erano anche una piscina , uno spazio ristoro sotto un gazebo e una struttura chiusa che appariva, dall’esterno, come una grande serra con le pareti di vetro imbiancate. Un ambiente tropicale, con piante, insetti vari e soprattutto farfalle, provenienti da varie parti del mondo.

Le larve venivano messe in un’incubatrice apposita, per essere poi liberate nella biosfera riprodotta all’interno della serra. Farfalle multicolori, falene giganti, minuscole cupido e mariposas (1) di ogni tipo che si posavano sulla flora variegata e sulle mani dei bambini, svolazzando intorno ai visitatori e sfiorandoli con le loro ali variopinte.

Gi’ conosceva molti particolari di quella meravigliosa attrazione turistica, che suscitava tanto entusiasmo nei visitatori. C’era stata Mariella, l’amica della sorella della bella moglie del capo di suo cugino Pino, che a Olmedo (2) andò.

Quando Enrico e Gi’erano arrivati sul posto, davanti alla biglietteria, in attesa, c’erano già quattro scolaresche in fila. Loro due, senza alcuna prenotazione, non avevano alcuna speranza di poter entrare.

La sfiga la perseguitava come un’ombra sinistra nella strada buia e deserta, o come la maledizione di una bruscia. (3)

Si era seduta sull’erba secca, con le gambe incrociate, le braccia conserte e il capo chino.

In quel momento Enrico aveva provato una gran pena per quella donna, matura come un frutto quasi appassito e ancora un po’ acerba, con quel suo atteggiamento da bambina.

Aveva paura che, da un momento all’altro, potesse iniziare a piangere. E lui non era il tipo d’uomo capace di consolare o di asciugare le lacrime ad una donna molto più grande di lui. Non aveva da porgerle nemmeno un fazzolettino di carta e quello di stoffa non lo usava più neppure suo nonno.

Aveva deciso così di sacrificarsi, proponendole l’escursione alle grotte, pur sapendo di non poter passare via mare col battello.

Come diceva spesso sua madre Fernanda: “ La bellezza di certi luoghi, raggiunti con fatica, sciolgono l’amarezza, che nell’andare sfoghi”.

La discesa, dall’inizio alla fine della lunga Scalinata del Capriolo, Gi’ l’aveva superata con l’agilità di una capretta rustica di montagna. L’entusiasmo per quella veduta dall’alto, sul mare, con le onde che si infrangevano, spumeggianti, sulle falesie, le aveva dato la carica e la resistenza di un atleta ben allenato.

Il dramma era cominciato all’uscita dalle grotte, quando avevano iniziato la risalita. Gi’ sentiva le gambe molli, il fiato corto e la vista annebbiata. Dopo i primi venti gradini si era fermata. Ne mancavano altri 634. Quando aveva ripreso a salire era riuscita a superarne una decina, per poi sedersi sopra un gradino. Ne mancavano altri 624. E dopo una lunga pausa, ne aveva contato altri dieci. Enrico aveva dovuto sorreggerla da un lato, mentre lei poggiava una mano sul muretto, a mo’ di corrimano. Più salivano e più lei si abbarbicava a lui come una cozza allo scoglio. L’ultima rampa era stata una mezza tragedia. Gi’ si era ammutinata.

«Mi sento male. Non ce la faccio più. Ho le palpitazioni.»

A Enrico sembrava che stesse esagerando. E di stare ancora su quelle scale non ne poteva più neanche lui. Si era posizionato davanti a lei, di spalle, due gradini più su; poi si era chinato in avanti col busto.

« Dai, forza, salta su: ti porto a cuaddu ‘e proceddu.» (4)

Era quasi l’ora del tramonto, quando erano giunti all’ultimo gradino. Lui sfinito dai 55 chili sulla groppa. Lei, dopo aver bevuto un sorso d’acqua e respirato la brezza marina a pieni polmoni, si era sentita subito meglio. Avevano raggiunto il parcheggio ed erano saliti in macchina.

Quando Enrico aveva acceso il motore della Golf Gi’ si era girata verso di lui: « E ora, dove mi porti?»

A quel punto lui era sprofondato sul sedile dell’auto, come tramortito da una stilettata in petto.

(1) farfalle

(2) paese in cui si trova la Butterfy House

(3) strega

(4) A cavallino sulle spalle.

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Discussioni

  1. ‘Un mare blu scuro, profondo e impetuoso’ parto da qui, dal mare, e mi perdo nelle descrizioni di luoghi che non conosco, ma che tu hai la capacità di descrivere così bene da renderli reali davanti ai miei occhi. Si sentono l’amore e l’attaccamento. La prosa è scorrevole e la lettura piacevole. La ricchezza di vocaboli la rende quasi un viaggio vero. Bravissima Maria Luisa

    1. Ciao Cristiana, grazie per le tue parole gentili e generose come sempre. Oggi vado a T. per la foto di copertina del prossimo episodio, nella speranza di poter dare un’ altra buona immagine della nostra isola, non solo per il mare ma anche per i borghi, poco abitati e molto caratteristici.
      Immagino la tua giornata felice e movimentata, per la nuova Isabel appena nata. Auguri!

  2. Ciao Maria Luisa! Leggo in ritardo ma con piacere anche questo episodio. Quanti ricordi mi hai fatto venire in mente! Quella scala l’ho fatta anni fa in gita scolastica, una meraviglia quelle grotte. Povero Enrico però! Mi sembra rapito da Gì ahaha. Al prossimo episodio!

    1. Ciao, che piacere ritrovare le tue parole. Spero che tu abbia risolto cio` che avevi in programma per questo autunno.
      Grazie per aver letto. Sono contenta se sono riaffiorati bei ricordi.
      Non pensavo che la foto, scattata col mio cellulare, potesse suscitare tanto interesse sull’ web, al punto da diventare – come si usa dire – “virale” .
      Ho scoperto che le grotte di Nettuno sono uno dei nostri “gioielli” piu` visti, piu` apprezzati e soprattutto piu` capaci di suscitare emozioni e bei ricordi.
      Ciao, un abbraccio.

    1. Ciao Lola, grazie. Dovresti provare, per credere fino in fondo, quanto sia speciale il percorso per arrivare e poi esplorare le grotte di Nettuno, attraverso la Scala del Capriolo.

  3. Solare e verde, all’insegna dell’esplorazione, questo brano continua a scandire le tappe di un viaggio on the road in cerca della bellezza, in qualsiasi forma si presenti. La prosa dal tono leggero aumenta questa sensazione di stare un po’ sulle nuvole, tipica di chi sta in viaggio: questo stato d’animo si percepisce dal respiro del racconto. Una boccata di ossigeno.

    1. Vero, verissimo: “viaggio on the road in cerca della bellezza”, ritrovata in pieno con un po’ di fatica. Testa tra le nuvole altrettanto vero, un po’ per la spensieratezza insita nel viaggio, un po’ per il cielo sopra la testa, nella parte piu` alta della scogliera e soprattutto perche`la protagonista e` tante cose, ma non una donna che si potrebbe definire saggia, razionale, con la testa “quadrata” sulle spalle.
      Grazie David per il tuo commento che mi gratifica doppiamente: perche` lusinghiero e per aver colto l’essenza posiva contenuta nell’ esperienza di viaggio di questo racconto.

  4. C’è amore nella descrizione di queste grotte. Sincero e sanguigno amore. Ho apprezzato la minuziosa descrizione del luogo; alla fine mi sembrava di osservare con i miei occhi di cosa stessi scrivendo. Un capitolo molto bello anche perché scritto egregiamente.

    1. Ciao Rita, grazie di cuore, per le tue belle parole. Ho ancora tanto da imparare sulla scrittura. Leggendo i vostri racconti e continuando a scrivere, spero di poter migliorare. La passione c’e`, da sempre; cosi` come c’e` l’ amore per la mia isola e per nostra madre Terra.

    1. Mi pare che ti stia orientando abbastanza velocemente. Piu` o meno tutti (credo), abbiamo avuto bisogno di tempo per capire come funziona questa piattaforma. Io, essendo un po’ lenta, dopo quasi due anni, non sono affatto certa di aver afferrato bene ogni cosa.

    1. Ci sono altri 24 racconti che precedono quest’ ultimo. Il primo ha per titolo Ginetta la vendetta. Gi’ sta per Ginetta come diminutivo di Regina. E` una storia di viaggio, di donne e uomini che si incontrano, si attraggono oppure si scontrano, tutti sulla stessa isola. Ho cercato di dare un minimo di conclusione a ogni racconto per chi non ha il tempo o la voglia di leggere tutti gli episodi della serie.
      Grazie Giancarlo, se avrai voglia di farlo, il tuo parere sara` prezioso e capirai meglio chi e` questa donna un po’ strana che si fa chiamare Gi’.

  5. Adesso anch’io voglio salire i seicento e rotti gradini! Fermandomi dopo i primi cinquantasei e buttandomi a terra, come i bambini capricciosi, scalciando e piangendo per far arrivare l’elisoccorso.
    Dovrebbero chiedere a te per gli spot turistici. Mi hai fatto venir voglia di vedere i posti che hai descritto tanto vividamente. Adoro la tua scrittura.

    1. Ciao Emiliano, grazie🙏, gentilissimo. Io ci provo a sponsorizzare la mia terra, non solo per il forte attaccamento che ho, ma anche perche` cosi` ho la possibilita` di vedere e rivedere i luoghi che intendo descrivere, con le varie sensazioni ed emozioni che possono suscitare davvero.
      Alle grotte di Nettuno, di cui parlo nel racconto, ci sono tornata davvero, due domeniche fa, passando dalla scalinata, perche` in questo periodo i battelli sono fuori servizio.
      E sulla spossatezza che ho attribuito a Gi’ ti garantisco che di fantasioso c’ e` ben poco. Pero` e` valsa comunque la pena di rivedere quei luoghi.

    1. Il nome Olmedo, il paese a pochi chilometri di distanza da Alghero, dove hanno realizzato la “Butterfly House”, pare derivi da olmi, come piante. che probabilmente, in un lontano passato, crescevano in abbondanza nella vegetazione locale.