Escaping Downtown / To the River Valley (di Muddy Gennet & the Terminal Ensemble, Sick Town Tapes, Bruxelles 1999)

Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Una lista di Opere prime (e fortunatamente uniche) del panorama artistico contemporaneo, stilata dalla raffinata penna del mio caro amico Giulio Traüber.

Muddy Gennet non aveva mai suonato uno stru­mento prima di arrivare al Reparto 7B.

Ci finì a trentotto anni, per una diagnosi che i medici le spiegarono con un eufemismo diverso ogni settimana, e con l’unica certezza – quella sì, mai eufemistica – che qualunque cosa avesse volu­to fare nella vita, doveva farla lì dentro, tra un pre­lievo e l’altro.

Non le interessava lasciare un segno: lei vo­leva solo fare rumore finché ancora poteva farne. Cominciò battendo un cucchiaio contro l’asta della flebo, a ritmo, la sera, per farsi sentire nella stanza accanto.

Qualcuno rispose battendo a sua volta.

Nel giro di tre settimane il Reparto 7B aveva una band, anche se nessuno l’aveva ancora chiama­ta così.

Il principio fu molto semplice e, a modo suo, brutale nella sua onestà: chi entrava nell’Ensemble doveva avere una prognosi, non un curriculum. Non contava saper suonare: contava avere qualco­sa di limitato – il tempo – e la voglia di spenderlo rumorosamente invece che in silenzio ad aspettare.

Muddy lo chiamava “reclutamento per esclu­sione”: bastava che un oncologo, in un colloquio, pronunciasse la parola sbagliata, e lei si presentava in corsia il giorno dopo con una chitarra acustica scordata comprata al mercatino delle pulci, appena sotto l’ospedale.

Dries arrivò secondo, dalla chemioterapia, con un corpo che sembrava già una radiografia di se stesso e un talento per la chitarra che nessuno aveva mai notato prima. Suonava seduto perché in piedi non reggeva più di dieci minuti, e per questo tutte le loro session dal vivo le tennero da seduti – non per scelta estetica, dicevano, ma perché stare in piedi è un lusso che non tutti nella band posso­no permettersi, frase che Muddy ripeteva ridendo, con quel tipo di risata che si usa solo quando la cosa più vera che puoi dire è anche la più scomoda da ascoltare.

Anke, la più giovane, picchiava su una batte­ria fatta di taniche vuote di disinfettante e portava sempre addosso l’ago della flebo anche fuori dagli orari di terapia, per estetica, diceva, anche se tutti sapevano che non era vero.

Nico, l’unico che aveva già una band prima della diagnosi – un gruppo hardcore che si era sciolto quando lui aveva smesso di poter urlare –, ritrovò nei Terminal Ensemble esattamente ciò che gli mancava: non la voce di prima, che non tornò mai, ma il permesso di fare rumore comunque, sot­tovoce, con quello che restava.

Sofie arrivò per ultima, dal reparto di sotto, quello delle cure palliative, e fu l’unica a insistere perché ogni session venisse registrata: se dobbia­mo sparire, disse durante la prima jam, che alme­no resti il nastro.

Il nastro restò. Registrarono in presa diretta, in corsia e nei vicoli dietro le cliniche di Bruxelles, dove uscivano a fumare quando i polmoni lo per­mettevano ancora, su un quattro piste rubato da uno studio di provincia da un cugino di Dries che non fece mai domande. Non c’era produzione, non c’era ripresa: quello che emerge dal nastro – un al­larme di monitor che entra nel ritornello di Che­motherapy Swing, una tosse preoccupante lasciata dentro Morphine In The Rain, il rumore secco di una sedia a rotelle che stride sul cemento, in aper­tura di River Valley Breakdown – non è un effetto. È solo ciò che stava succedendo mentre suonava­no, e nessuno di loro vide mai un motivo per to­glierlo.

Escaping Downtown / To the River Valley uscì su cassetta, dieci tracce per lato singolo, distri­buita a mano da un negozio di dischi di Charleroi che non ne fece mai un vero catalogo.

Non ci fu un secondo album, non perché mancasse il materiale – Muddy ne aveva già scritto un altro, diceva, per quando saremo fantasmi e avremo molto più tempo – ma perché la band, sem­plicemente, smise di esistere nella sua formazione: Nico se ne andò per primo, in autunno. Dries lo se­guì l’inverno dopo, con la chitarra ancora accordata sul comodino, a detta di chi lo visitò. Anke lasciò il reparto miracolosamente guarita, fu l’unica, e con lei se ne andò anche la batteria di taniche, che tenne per anni in garage prima di darla via, dicono, senza spiegazioni. Sofie restò più a lungo di tutti, abbastanza da vedere la cassetta finire in scatoloni dimenticati in tre città diverse. Di Muddy Gennet, dopo il 1999, non si trovò più traccia in nessun re­gistro clinico della zona: alcuni dicono che sia morta sotto un altro nome, per stanchezza di essere definita come “quella che suonava nel gruppo dei malati terminali”; altri, più romanticamente, ipotiz­zano che abbia semplicemente smesso di farsi cu­rare in una struttura registrata, per finire i suoi ulti­mi mesi senza etichette di nessun tipo – né clini­che, né discografiche.

Nella custodia dell’album, ripiegato tra le foto Polaroid dei componenti, resta un unico foglio scritto a mano, la sola firma collettiva che l’Ensemble abbia mai lasciato, più vicina a un epi­taffio che a delle note di copertina: “We are all ter­minal. But the music is eternal.” Sotto, con una grafia diversa, più piccola, qualcuno ha aggiunto in seguito una correzione che nessuno cancellò mai: “No hope. Only noise.“

Continua...

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Discussioni

  1. Anche qui non posso fare a meno di ravvisare l’aspetto che ho già visto in Songs for broken hands: così come Peggy suonava uno strumento modificato solo da e per se stessa, i Terminal Ensemble registrano un’opera che è un inno alla loro identità e autenticità, un ultimo grido per convalidare la loro stessa esistenza in una condizione disperata, rispondendo così al bisogno tutto umano di farsi sentire, di essere notato, di fare rumore, appunto, anche solo per un’ultima volta. Quando scrivi che nessuno di loro vedeva un motivo per togliere i rumori emersi durante la registrazione, si conferma la volontà di accettare le cose così per come stanno, insieme a tutta l’umanità che ci sta dietro. La frase finale, invece, potrebbe avere mille significati e interpretazioni, ma a me piace vederla come un: nella vita potresti non vedere davvero mai in che cosa speri, ma tu fatti sentire lo stesso.

    1. Questo terzo episodio sarà la seconda e ultima escursione nel mondo musicale. Lo spunto è anche un omaggio alla “musica che mi insegnò ad amare la musica”; lo shock che mi fece scoprire che si può fare qualcosa anche senza necessariamente avere un pubblico, se quel “qualcosa” è una necessità. E l’omaggio è prima di tutto alla no wave newyorkese e alla musica sperimentare di qualche pazzo giapponese o qualche intellettualoide anglofono degli anni ’60. Ma è anche un omaggio al me adolescente che ascoltava quelle cose e le ripeteva, registrandole su cassette, solo per illudersi di avere un’identità (identità, identità… sempre lei), uno status, posto nel mondo, anche solo tra i reietti dell’arte, oltre la moda del metal e del punk, tra musicisti stempiati, con gli occhialini tondi e abiti fuori moda, che vivevano al di là del concetto stesso di status. Grazie mille per la lettura, Gabriele: ogni tuo commento è per me oro🙏🏻🤗

      1. Mi dispiace solo di essere troppo giovane o ignorante per non aver colto questi spunti di retroscena ahaha ma trovo magnifico quando si riversa qualcosa di importante per sé stessi in un’opera, letteraria o di qualsiasi altro tipo essa sia

      2. …e in effetti questo mi fa pensare a quanto una o due band del “moderno” progressive metal, negli ultimi anni, abbiano finito per influenzarmi anche nella scrittura. È fantastico vedere come l’ispirazione confluisca da un campo artistico all’altro dando vita a qualcosa di unico e personale

        1. La musica è la forma d’arte più istintiva e sinestetica. Credo che qualcuno l’abbia definita la prima arte possibile, ancora precedente a quella visiva. E, se ci pensiamo, lo scrittore lavora con le parole, che sono la forma calcificata del suono😊

  2. L’idea del cucchiaio battuto contro l’asta della flebo mi ha preso subito, perché da lì nasce qualcosa di assurdo e insieme bellissimo. E quel “No hope. Only noise.” alla fine è una di quelle frasi che ti fanno restare qualche secondo in silenzio dopo aver finito.

    1. Grazie ancora, Lino🙏🏻 Questo episodio è forse il più nero di tutta la serie. Ed è anche una specie di omaggio al mio genere musicale preferito, il noise rock, e alla “filosofia” che sta dietro a quei suoni🤗

  3. Un racconto dolce amaro di chi attraverso il rumore delle sonorità musicali riesce ad esprimersi, a comunicare, a condividere e a sentirsi parte di un insieme anche nell’ ambiente chiuso e triste di un reparto di ospedale per malati terminali. Una socializzazione vera senza social.

  4. Si percepisce subito il cambio di tono dal capitolo precedente, in quanto si passa dalla provincia americana al contesto ospedaliero. Muddy vuole solo il rumore, il rumore come presenza per contrapporla al silenzio dell’ospedale. Altro bel testo della serie, procedo con molto interesse. 👏

  5. ​”Nessuna speranza. La vita è solo rumore. Tutti siamo mortali, solo la musica è eterna.” Questa sarebbe l’interpretazione di un musicista, ma quella frase aggiunta sembra negare persino la meraviglia di una melodia. Mi commuovi, Nicholas!

    1. Ciao Concetta! Questo racconto, pur essendo narrato con la solita distanza quasi ironica del mio alter ego Traüber, vuole essere poetico e disperato. Sono contento che sia riuscito a smuovere qualcosa🤗