
L’esercito contro l’esercito
Iniziò tutto dai mercati di provincia. Uomini in giacca e cravatta, ceto impiegatizio o dirigenti d’azienda, tiravano fuori dalla ventiquattrore pistole, coltelli… Sparavano all’impazzata, scannavano i passanti.
Una volta.
Due volte.
Tre.
Quando al Viminale ci si accorse che i casi di follia omicida si moltiplicavano in progressione geometrica fu troppo tardi. Intervenne il ministero della Difesa su mandato del Governo: l’Esercito pattugliò le strade e io ero con loro.
All’epoca ero un ventunenne di grado caporalmaggiore. Credevo nella divisa e nell’Italia, ma ancora di più nello Stato.
In quel momento ero per le strade di Milano, stringevo l’ARX160 e mi guardavo intorno come se quelli che erano definiti “lupi solitari dell’ISIS” mi potessero attaccare. In tasca avevo ancora nascosta la fialetta della medicina.
Quel giorno a Roma c’erano stati tre omicidi, a Napoli due, a Torino cinque, a Milano nessuno.
Era mezzogiorno.
Stavo pattugliando la strada con tre caporali che udimmo un urlo.
Mettemmo i selettori sul fuoco automatico, ci preparammo.
Una donna con gli abiti strappati stava correndo verso di noi, aveva in braccio un bimbo in fasce.
Stavo per soccorrerla, la volevo calmare che i miei caporali con urla da cowboy fecero fuoco. Le raffiche si abbatterono squartando la donna, il nascituro esplose come una bolla di carne.
«Che fate!» mi misi a sbraitare.
Sulle orme della donna comparve una mezza dozzina di uomini armati di accette da boscaiolo. Digrignarono i denti, esitarono, partirono all’attacco con un balzo come se fossero giaguari e Milano l’Amazzonia.
I caporali li accolsero con raffiche all’impazzata che massacrarono i sei demoni, ma crivellarono di colpi anche le vetrine intorno e un ragazzino in bicicletta non aveva più la testa.
«Cosa vi prende!».
«Hai preso la medicina, caporalmaggiore?» rise uno di loro.
La medicina. Ogni giorno a colazione dovevo prendere una fiala di un liquido rossastro che non conoscevo. Non la prendevo lo stesso, non mi fidavo.
Strabuzzai gli occhi e vidi accanto a me un cadavere di uno dei maniaci con accetta. Di tasca gli rotolò via una fialetta piena di un liquido rossastro.
Capii.
Arrivarono altri soldati che scatenarono gli ARX160 sui tram, sui passanti, su chi si affacciava alla finestra.
Arrivarono altri maniaci che dilaniarono i soldati con le accette.
In mezzo a quella follia non credevo più in nulla.
Disertai.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
Come Francesco ora sono curiosa di conoscere cosa contiene la fialetta. Sanità o pazzia? Mi ha fatto venire in mente quando i soldati americani in Vietnam sniffavano coca per vincere il terrore della morte, ma qui i ruoli sembrano ribaltati.
Se non ricordo male l’idea del racconto mi era venuta ripensando a “28 giorni dopo”. Grazie del commento, Micol!
Mi piace questa descrizione paratattica, militaresca, si entra nella tesi complottistica… e come diceva qualcuno, pensare male a volte ci si azzecca
Grazie del commento!
Ciao Kenji, molto crudo questo racconto, confesso che ho faticato parecchio a sostenere alcune immagini. So però che le cose accadono veramente così, purtroppo, e tu le sai rendere molto bene.
Ciao! Mi spiace tu abbia faticato, a volte esagero con la violenza (se il romanzo che è arrivato in finale al Premio Altieri sarà pubblicato meglio che tu non lo legga perché è molto duro). Grazie del tuo commento!
In realtà è giusto che tu rappresenti la realtà che sicuramente è ancora peggio della narrazione.
Non ci sono buoni e cattivi, carnefici e vittime; tutti inebriati dallo stesso veleno, anche se dietro a barricate diverse… Molto attuale.
Grazie per il tuo racconto!
La follia della guerra , di ogni guerra
Già! Grazie del tuo commento
Bravo, questo racconto schizza velocissimo. Mi piacerebbe leggere un suo seguito, qualcosa che spieghi magari il perché.
Grazie Francesco, ma è autoconclusivo!