Esoscheletro penoso

Serie: Segnali prostatici


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Giorgio è nello studio della bellissima dottoressa Boni, che oltre ad assicurargli poterlo aiutare, gli lancia espliciti ammiccamenti sessuali. Alessia, nella sua testa, lo avverte di un pericolo e lo esorta a correre via.

Eh, scappa. Facile a dirsi.

La dottoressa mi porge la mano e io la prendo, seguendola come un automa.

Il calore del suo tocco, mescolato alla mia astinenza forzata, mi provoca un forte scombussolamento interiore.

Il mio cervello agonizza, muore per mancanza di ossigeno e perde completamente il controllo.

Il rumore dei tacchi sul pavimento, il camice bianco che le accarezza le calze a rete. Seguo la scia del suo profumo che mi indica la strada verso la perdizione.

Senza smettere di camminare, lei si volta leggermente e mi fa scivolare addosso il suo sguardo, mordendosi un labbro.

Siamo nel retro dell’ambulatorio. Chiude la porta. Mi accarezza.

«Non ti preoccupare, Giorgio. Adesso ci penso io.»

Il telefono vibra, ma lo ignoro. La mia erezione è potentissima, il segnale dovrebbe essere ottimale, ma Alessia è solo rumore in fondo alla mia testa. Perché non la sto usando, la testa. Le mie azioni sono guidate da istinti incisi a botte di evoluzione dentro il mio DNA. Sono diventato un esoscheletro guidato dal mio pene.

Si toglie il camice. Sbottona la camicia mostrandomi il reggiseno di pizzo nero.

«Non c’è motivo per non farlo divertendoci, no?» Mi strizza l’occhio.

Io annuisco lentamente. Molto lentamente. Lo sguardo che passa velocemente dal seno alle labbra laccate di rosso.

Lei lo nota. Mi prende un dito. Lo lecca.

«Ti piace la mia bocca?»

«S…» Mi schiarisco la gola. «Sì.»

«Va bene, Giorgio, allora ti curerò con la mia bocca.»

Deglutisco.

Si avvicina e mi bacia. Ha un sapore inaspettato.

Le sue mani armeggiano con i miei pantaloni. Mi accarezza l’antenna. Ho un fremito dall’eccitazione, sto per esplodere.

«Forse è il caso di non stimolarti troppo.» Mi sorride. Annuisco.

Si gira. Sta prendendo qualcosa dall’armadietto.

Mi slaccio i pantaloni e li abbasso insieme agli slip. Nel farlo rimango abbassato più del dovuto. Sbircio. Pizzo nero anche sotto la gonna.

Lei si accorge che la sto spiando. Mi fa sedere su una sedia.

Non parla più, ora si fa sul serio.

Si accuccia e mi pianta gli occhi addosso.

Ha lo sguardo di una predatrice. Mi torna in mente l’avvertimento di Alessia, ma la paura aggiunge solo altra eccitazione.

Sento il telefono vibrare di nuovo laggiù, da qualche parte nelle tasche dei miei pantaloni.

Lei si muove a quattro zampe, si avvicina alle mie gambe come una pantera.

Piano piano risale con le mani dalle caviglie fino alle mie ginocchia, e poi alle cosce, senza staccare il contatto visivo. La cosa mi manda in pappa anche quel poco di cervello sano che mi rimaneva.

Si avvicina con la bocca alla mia antenna. Lo sguardo ancora fisso su di me.

Schiude le labbra. Gli occhi puntati, rapaci, dentro i miei.

Sbatte le palpebre. Dal verso sbagliato. Credo. È un flash.

In quel momento, un coraggioso globulo rosso riesce a trasportare abbastanza bollicine di ossigeno fino al mio cervello.

I miei sensi da bradipo si risvegliano. Qualcosa non quadra. Qualcosa non quadrava fin dal principio, in effetti, ma io stavo ragionando col mio cazzo.

Mi tiro indietro con la sedia. «Forse non dovremmo.»

Lei mi guarda. Non capisce. Prova ad avvicinarsi di nuovo.

Io mi alzo. Faccio per allontanarmi verso la porta, ma le mie caviglie sono legate dai pantaloni calati a terra. Cado di schiena.

Lei si alza. Lo sguardo è cambiato. Ha qualcosa in mano, una specie di pipetta di plastica trasparente con una strana chiusura rossa.

«Credevo che avresti gradito. Ma possiamo sempre usare l’altro metodo. Vieni sul lettino.»

«Quale metodo?»

Si infila dei guanti di silicone e spalma un liquido viscoso sul dito medio.

«Il massaggio prostatico, ovviamente.»

Deglutisco.

Indica il lettino. La strana pipetta ora è sul tavolo portastrumenti. Si accorge che la sto guardando e la copre con un panno.

Il mio telefono vibra per l’ennesima volta.

Ancora a terra e spostandomi con i gomiti, provo ad allontanarmi muovendomi indietro come un granchio.

«Sul lettino, per favore.»

Voglio andarmene. Ma siamo in una sorta di stallo. Lei guarda me, io guardo lei.

Il mio istinto di sopravvivenza riesce a ideare un piano di fuga. Sembra sensato. Ce la posso fare.

Uno, due, tre: via!

In un lampo avvicino le gambe. Con la mano sinistra afferro il bordo di slip e pantaloni, con il braccio destro mi do una spinta potente per alzarmi, se tutto va come da piano in un attimo sarò fuori da qui.

Ma i pantaloni non salgono, mi gira la testa per essermi alzato troppo velocemente, e la schiena mi tira. La guardo come un cervo guarderebbe un tir che sta per investirlo.

«Giorgio, cosa stai facendo?»

Con le mani cerco di nuovo di tirare su slip e pantaloni, che però non ne vogliono sapere. Gli slip si sono arrotolati con le tasche dei pantaloni. Uso tutte e due le mani per tirare su gli slip prima e solo dopo riscendo a prendere i pantaloni.

Lei continua a guardarmi.

Il bottone dei pantaloni non ne vuole saperne di chiudersi. Li tengo su con la mano sinistra. Per controllare che non mi segua, cerco a tentoni la maniglia della porta dietro di me, senza staccare gli occhi dalla dottoressa.

«Non andartene.»

Armeggio con la maniglia, la porta non si apre.

«Liberami! Voglio andarmene!»

«Guarda che non è chiusa a chiave.»

Mi giro a controllare, ed effettivamente stavo tirando invece di spingere.

Le lancio un ultimo sguardo ed esco, prima dal retro e poi dall’ambulatorio, sempre tenendomi i pantaloni con la mano.

«Giorgio! Avrai bisogno di me!»

Non mi segue. Mi chiudo la porta alle spalle e finalmente con i pantaloni allacciati corro fuori. Non nei tempi che avevo previsto, ma sono salvo.

E se quel flash fosse stato solo una mia immaginazione? Se mi fossi sbagliato e la dottoressa veramente si fosse invaghita di me e avesse voluto aiutarmi?

Il telefono vibra di nuovo. Lo controllo. Trovo molte chiamate perse del dottor Mariani e un messaggio:

“Non vada all’appuntamento! All’istituto non hanno idea di chi sia questa dottoressa.”

Continua...

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