Eveline
Il tavolo รจ freddo. Acciaio grezzo, poroso, di quelli che trattengono gli odori e i graffi. Appoggio il palmo sulla superficie e la temperatura risale lungo il braccio, un avvertimento minerale.
Lui รจ lรฌ, steso. Sembra piรน piccolo di come dovrebbe essere un uomo adulto. Il torace si alza e si abbassa con una regolaritร meccanica, lโunica cosa che in questa stanza obbedisce ancora a una legge fisica. Tutto il resto รจ sospeso. La polvere danza nel taglio di luce che scende dalla finestra alta, immobile, come se il tempo avesse smesso di scorrere fuori da qui.
Non doveva finire cosรฌ. Lo so da quando sono entrato. O forse da prima, da quando il silenzio in casa รจ diventato piรน rumoroso delle parole.
Controllo il lavoro. Le cinghie alle caviglie sono tirate fino al limite, strette fino a bloccare la circolazione. Quella sul torace preme quanto basta per ricordare che non si torna indietro. Le braccia, invece, sono libere. Abbandonate lungo i fianchi, pesanti come ghisa. Devono restare libere fino alla fine. ร lโunica concessione allโautonomia che ci รจ rimasta.
Osservo il suo volto. Cโรจ una ruga verticale tra le sopracciglia che cattura la polvere. Un segno di preoccupazione fossile, scolpito da anni di calcoli sbagliati. Mi dร fastidio. Quella ruga lo rende patetico. Reale.
Vorrei fermarmi. Il pensiero si forma nitido nella mente: basta. Ma non scende ai nervi. Resta incastrato da qualche parte dietro la fronte. Le mani si muovono per conto loro, seguono un copione scritto da qualcun altro, o forse scritto da me quando avevo ancora la forza di decidere. Cโรจ uno scarto di mezzo secondo tra ciรฒ che penso e ciรฒ che vedo accadere. Sono uno spettatore in ritardo sulla propria scena.
La luce cambia inclinazione. Forse sono passate ore. Ora vedo dettagli microscopici. Il sudore che imperla lโattaccatura dei capelli. La vena che pulsa sul collo, scandendo un tempo che sta per scadere. Lโodore รจ ferroso, un misto di ruggine e paura stantia.
La mano destra si muove. Non la mia, quella sul tavolo. O forse sono la stessa cosa? La linea di confine รจ sfumata. Le dita cercano qualcosa sul metallo, trovano lโoggetto freddo che aspettava lรฌ. Il movimento รจ fluido, privo di esitazioni. Una calma assoluta scende nella stanza, la stessa calma che cโรจ dopo una tempesta, o dopo che una porta si chiude per lโultima volta e sai che non si riaprirร .
Non cโรจ bisogno di nominare lโassenza. ร qui con noi. Occupa gli angoli bui, preme contro le pareti. Se ci fosse ancora lei, quel respiro sul tavolo avrebbe un ritmo diverso? Domanda inutile. Lโassenza non รจ un vuoto, รจ una presenza che ti spinge a fare cose che non credevi possibili. Come stringere cinghie, preparare quello che viene dopo.
Le dita stringono lo stantuffo. Guardo il braccio flettersi. Vedo i muscoli contrarsi sotto la pelle pallida. Il cuore batte forte, un tamburo fuori ritmo che cerca di coprire il silenzio.
Sento lโago prima di vederlo entrare. Non รจ dolore. ร una puntura di gelo che si allarga a macchia dโolio.
Il respiro sul tavolo si spezza. Il mio.
La dissociazione crolla in un istante. Non cโรจ nessun altro nella stanza. Non cโรจ mai stato. Il soffitto รจ lontano, irraggiungibile. Le cinghie alle gambe mi tengono ancorato mentre la testa diventa leggera, e il tavolo di acciaio sotto la schiena smette finalmente di essere freddo.
Le braccia, ora inutili, scivolano giรน. Il โmezzo secondoโ di ritardo svanisce. Pensiero e azione coincidono nel nulla.
Chiudo gli occhi. Lโultimo pensiero non รจ per il buio. ร una speranza stupida, infantile: che, nel luogo dove sto andando, lei possa ancora aprirmi la porta, come faceva sempre
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ritmo serrato e conicamente verso un finale ineludibile ma ugualmente coinvolgente
Un racconto che inizia e prosegue con la tensione di un thriller. Cattura l’ attenzione, suscita un po’ d’ inquietudine e lascia un senso di amarezza nel finale, senza scampo al dolore della perdita, con l’ unica speranza o illusione di ritrovare lei – quell’ assenza che occupa anche gli angoli bui – oltre la porta di un’ altra dimensione.
Un racconto teso e lucidissimo che mette in scena la dissociazione come unico strumento per arrivare fino in fondo.
La voce narrante si separa da sรฉ, si guarda agire, costruisce un carnefice immaginario per reggere il peso dellโatto. Quando la dissociazione crolla, resta solo la veritร nuda di un corpo, una perdita insanabile, e un gesto definitivo che chiude ogni distanza tra pensiero e azione.
Scritto benissimo.