Falso allarme in trincea

Il Francese spinse con le spalle contro la terra della trincea, scavandosi uno schienale. Allungò le gambe appoggiandole sulla parete opposta. Nessuno sarebbe inciampato su di lui, nessuno passava mai dalla sua piccola trincea in quell’angolo dimenticato del fronte arrampicato sui Vosgi.

L’indesiderabilità del suo fronte faceva sì che il Francese e la sua controparte Tedesca dall’altro lato della valle, avessero raggiunto un accordo implicito: ogni mattina si sparavano qualche colpo, per dimostrarsi di essere ancora lì, in attesa. Ogni tanto iniziava il Francese, ogni tanto iniziava il Tedesco. Sparavano due colpi a testa e poi mangiavano la loro colazione.

Quella del francese erano aringhe affumicate che tirava fuori dalla lattina, appoggiava su grosse fette di pane secco che l’olio ammollava un po’. Impilava le lattine in colonne da sette, le usava per contare i giorni e le settimane. Ne aveva un muretto ormai, e tutto quel tempo passato in trincea iniziava a puzzare di pesce marcio.

Il Tedesco era l’essere umano più vicino a lui. La sua trincea si interrompeva a nord, dove iniziava un picco, continuava invece a sud con una serie di scavi ormai allagati da un torrentello che avevano tentato di deviare. Questa configurazione lo isolava e rendeva il suo l’unico tratto della valle da difendere di persona. Il Francese sapeva benissimo che non avrebbe potuto tenere la posizione e che il suo ruolo era in realtà dare l’allarme e farsi uccidere il più tardi possibile, in modo che potessero mandare rinforzi dalla valle retrostante, dove una guarnigione di retrovia aspettava per mobilitarsi in qualsiasi direzione fosse necessario.

Una volta al mese, da valle gli mandavano una staffetta con munizioni, vettovaglie e la promessa di sostituirlo presto. Ora che il fronte si era scaldato a nord, gli mandavano solo cane con nelle sacche a tracolla quel che gli serviva. Siccome Cane non riusciva a portare troppa roba, avevano iniziato a mandarglielo ogni settimana, al martedì.

Arrivava infilandosi in un passaggio in mezzo al filo spinato che il Francese aveva riparato con delle assi in modo che non si ferisse, gli dava un boccone di pane tenuto da parte per premiarlo e lo liberava del suo carico.

Il Francese aveva sempre una lettera scritta e ripiegata da mandare indietro con Cane. Ogni tanto gli arrivava una risposta dai genitori, ma era chiaro che qualche lettera si perdeva, forse nella censura, forse nel caos della guerra.

Era giovedì quando il Tedesco non sparò. Il Francese aveva iniziato lo scambio negli ultimi giorni e non voleva sembrare troppo aggressivo, quindi quella mattina aspettava cordialmente che il suo avversario iniziasse il loro rito. Aspettò finché il sole non fu una spanna più su, prima di prendere l’iniziativa, ma il Tedesco non rispose.

Il venerdì andò nello stesso modo, e il Francese iniziò a preoccuparsi. “Che si fossero ritirati da quel tratto del fronte? No, impossibile” si diceva. “Non ci darebbero un punto di vantaggio sulla pianura come il versante tedesco dei Vosgi. È poco difeso perché è difficile da espugnare, non perché è irrilevante”.

Il Francese andò al telegrafò e riferì l’anomalia. Avrebbe dovuto farlo il giorno prima, ma temeva che il comando gli mandasse la guarnizione di retrovia per prendere la trincea nemica. Un assalto attraverso la valle sarebbe stato suicida, ma questo non avrebbe fermato il comando dall’opportunità di un titolo positivo sui giornali. “Breccia sui Vosgi, grande successo militare” si immaginava i titoli gonfiati.

Il telegrafo gli rispose che avrebbe ricevuto ordini entro breve, quindi il Francese si sedette lì a fianco, estrasse la pipa da un taschino e la riempì di tabacco. Lo accese con un fiammifero dopo averlo pigiato con il calcatoio della sua pistola, poi reinserì l’attrezzo nella canna, dove lo teneva per non perderlo. Quell’arma era inutile e primitiva rispetto ai mortai che aveva nella trincea, ma l’aveva usata suo padre in guerra e l’aveva riportato a casa vivo, quindi la teneva alla cintola come un talismano.

Il telegrafo non rispondeva e il Francese sentì uggiolare. Per un attimo si sentì confuso, non era giorno di rifornimenti. Pensò che gli avessero mandato ordini tramite il cane, ma era passato troppo poco tempo, non sarebbe riuscito a salire fino alla trincea avanzata dalla base nella valle alle sue spalle.

Un altro uggiolio e il Francese si sollevò, per cercarne l’origine.

Era un collie, e aveva una tracolla con i colori del Reich. Il Francese prese dalla tasca una fetta di formaggio secco, ne stacco un pezzetto e lo porse all’animale, che si avvicinò per fiutarlo.

Due pacche sulla testa, una grattata dietro le orecchie e il collie si convinse di essere arrivato a destinazione.

“Dev’essersi perso,” pensò il Francese, aprendo le sacche e controllandone il contenuto. Si aspettava cibo, proiettili, documenti. Erano medicine invece. Medicine di vari tipi e un foglio firmato da un medico con quelle che il suo tedesco rudimentale gli permise di identificare come istruzioni per l’uso.

Lesse il nome del paziente.

Strappò una striscia di carta da un pacco di tabacco Gauloises vuoto, facendo in modo che ci fosse l’elmo gallico ben visibile. Poi scrisse in bella grafia, ripescando le sue conoscenze di tedesco: “Gute Besserung”, guarisci presto.

Reinfilò tutto nella sacca del cane, mettendogli davanti al naso un altro pezzo di formaggio per farsi seguire, lo portò fino al bordo della trincea. Tirò su la testa rapido per orientarsi poi sollevò il cane prendendolo da sotto alle zampe anteriori, indicandogli la direzione da prendere lanciando il pezzo di formaggio.

Lo vide correre fino al boccone e mangiarlo. Il collie si voltò indietro confuso, poi sembrò orientarsi nuovamente ora che era in campo aperto e partì al trotto verso la trincea tedesca.

Il Francese tornò rapido al telegrafo, che ancora non ticchettava, e iniziò a comporre: “Falso allarme…”

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