Fame.

Quando cala la sera cerco di capire dove sei finito. Ti cerco negli spazi vuoti della casa, tra la poltrona dove ti sedevi di solito e il giunco della felicità, un regalo di Mina. Ti cerco nel varco che corre tra la libreria e la porta della cucina. Ogni passo che compio è un affondo nel petto. Non ti trovo, ma ci sei. Mi dai le spalle mentre guardi oltre la finestra e bevi il caffè. Al solito posto, come tutte le sere dopo cena. Aspetto che ti giri, che mi guardi in un lasso di tempo sospeso prima di sorridermi. Un secondo dopo appoggio il mento sulla tua spalla, aspiro il buon profumo  che esce da te.

Mina ha preso cinque al compito di matematica, era l’ora di pranzo e ha fissato il piatto senza mangiare, non ha fatto che ripetere che ha lo stomaco chiuso. Da un mese a questa parte i brufoli sulla fronte le sono aumentati. 

Strofina la faccia, accanendosi, come avesse un pezzo di carta vetrata tra le mani e volesse portar via la pelle. 

Un viso senza pelle, il suo. 

Il voto di matematica non c’entra, quella è la scusa che trova per me. Mi riserva una gentilezza, poche parole che mi facciano preoccupare, ma non troppo. Dimostra pietà e si appella al silenzio. Le sono grata, senza che lei lo sappia.

Da qualche parte. Ci sarai, forse dietro le tende. Provo a sedermi sulla poltrona. Lentamente, come se si trattasse delle tue ginocchia. Aspetto di sentire il tuo abbraccio che arriva da dietro. In effetti lo percepisco e sono felice. 

La felicità è questione di istanti che ti restano appiccicati per giorni a venire, tornano nella memoria, senza controllo, richiamati da un clacson sulla tangenziale, da una musica alla radio. La felicità appartiene al mondo inatteso.

Stamattina, ad esempio, la felicità è venuta a trovarmi, è stata una questione di eventi dall’apparenza accidentali. Semaforo giallo in piazza Matteotti, bastava accelerare per attraversare l’incrocio. L’utilitaria che mi precedeva ha frenato obbligandomi a fare altrettanto. Semaforo rosso. Sul lato destro della carreggiata, lungo la piazza c’era il mercato. A pochi metri da me ho notato un maglione azzurro buttato sulla bancarella dell’usato. Sembrava il tuo, stessa forma, identico colore. Difficile sbagliarsi.

-Hai comprato un altro maglione blu…

-Non è blu questo. E’ azzurro, non vedi?

-E’ blu!

-No, è azzurro.

-Allora facciamo che è blu/elettrico. Ti va?

-Sì, mi va. E’ blu/elettrico.


Qualcuno, senza sapere, lo aveva sistemato a quel modo. Pareva lo avesse fatto per me, per il mio bisogno di trovarti. Un bisogno fisico che non si attenua. Un mare calmo mi è entrato dagli occhi verso il cuore e finalmente ho sentito che riuscivo di nuovo a respirare aria fluida, rigenerante, come fossi rimasta in apnea per giorni e avessi scampato l’annegamento. Intorno al banco dell’ambulante c’erano donne a rovistare e una si è messa davanti alla mia visuale impedendomi di guardare in quella direzione. Le auto dietro hanno preso a suonare che il verde si era già attivato.

Ho pianto, senza che mi uscisse una lacrima. Ho cercato nello specchietto retrovisore il blu metallico e sono rimasta con lui, fino a che non è scomparso nella distanza. La felicità è fatta anche di cose logore e apparentemente inutili. Vengono a dirti qualcosa dal passato. Dicono: -ci sono! Guarda bene…eccomi. Parlano parole che non hanno voce.

In fondo alla piazza c’è il parco e alla fine del parco c’è la pioppeta. Andrò a cercarti lì. Ci vado domani che è sabato. Come ieri e una settimana fa. Domani sarà diverso, ti troverò smarrito nella pioppeta che non riconosci  la strada per casa.  Ripercorro tutti i luoghi dove la tua spalla ha sfiorato la mia e ti dicevo di coprirti perché la tua faccia era pallida nel vento di autunno e l’umido saliva dal torrente Greve che era metà novembre. Anche se non muovevi un muscolo della bocca, impegnato nella camminata, mi sorridevi con gli occhi, e io diventavo fatta di fili d’erba e foglie cadute dai pioppi capaci di suonare sotto le nostre scarpe con il loro scricchiolare.

Il campanello suona. 

Mi alzo dalla poltrona e corro ad aprire. Eccoti. Ti troverò oltre la porta, mentre sali i sette gradini che dal cancello arrivano fino a casa. Sull’ultimo, mi guarderai con il tuo sguardo che non ha mai ceduto e io mi allagherò.

Leggerò sul tuo viso la stanchezza di giornate trascorse tra gli uffici e i clienti incontentabili. Aspetteremo che cali la sera, poi masticherò la tua saliva e lascerò che tu copra le mie gambe con le tue.

Apro. 

Non ci sei. E’ la signora Piera che ha con sé una torta appena sfornata. E’ venuta a trovarmi per sapere come mi sento. Il profumo di mele che emana la torta fa uscire Mina dalla sua stanza. La signora Piera dice che si trattiene un po’ con noi, nel dopocena. La sua compagnia porta in sè il potere della cura. Finalmente vedo Mina che mangia.

La mia fame è diversa. Anche tu una volta hai spostato il piatto con il dorso della mano, dicendo che il ragù di carne sapeva di totani arrosto e ti veniva il voltastomaco che il pesce non ti è mai piaciuto.

-Il medico è un bugiardo!

-No, non lo è. Sei tu che non capisci.

-E allora che si fa?

-Niente! Siediti qui, sulle mie ginocchia e addormentiamoci così. Ti va?

-Si, mi va e vaffanculo al ragù e ai totani. Domani cucinerò qualcosa che ti piacerà.

-Sto confondendo gli odori…

-Ti proibisco di confonderli.

Mi viene in mente quella volta che insieme abbiamo visto un gatto rovistare tra i rifiuti. I fari della nostra auto in manovra hanno puntato verso quella che pareva una tenda di stracci improvvisata. Un uomo stava ai bordi del marciapiede, apriva scatolette di cibo e pensammo che fossero per il gatto. Seduto sopra una sedia in pelle nera, da ufficio, a cui mancavano le rotelle, mangiò direttamente dalla latta. Usò le dita incurvate a cucchiaio.

Capimmo che stavamo spiando un uomo dentro la sua casa nell’ora della cena. Aveva necessità di nutrirsi. Come il gatto che era corso a strusciargli le gambe.

La mia, di fame, da quando non ci sei è una voragine che diventa ogni giorno più grande, qui, al centro del torace, si è allargata talmente tanto da spostare  gli organi verso l’esterno. Un buco che mi deforma e sta diventando visibile a tutti e che tutti vogliono riempire.

Tutti.

Gli altri che possono saziarsi.

Tu pensa solo a sorridermi, quando cala la sera, dal mondo inatteso e dalle cose inutili.

(scrivere dell’Amore, di un gatto e di un clochard. BB) 28.04.2023

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Discussioni

  1. Sarà che è sera, e la sera è la casa della nostalgia. Sarà che nessuno di noi è indenne da perdite, di varia natura. Sia che si tratti di scelte che portano strade a dividersi, sia perchè, semplicemente ed inesorabilmente, una strada giunge al capolinea. Ma questo racconto ha toccato tutte le corde, tutti i tasti. Dal vuoto, al ritrovare ciò che non c’è, all’averlo senza averlo. Fino al sorridere per frammenti di felicità. Gli attimi sono andati, passati. Perduti. Ma la loro eco, quando risvegliata dalle giuste, inattese vibrazioni, fa ancora vibrare le corde del cuore.

  2. Ciao Bettina, il tuo racconto mi ha portato indietro di anni e di secondi. Perchè, anche se il tempo passa, continua ad accadere. A volte apparecchi la tavola per tre, invece che per due; a volte trovi in un cassetto un telefono spento da quelli che sembrano secoli.

  3. Non so commentare quando mi si chiude lo stomaco e gli occhi non ce la fanno a trattenersi. Credo che questo sia uno dei miracoli della scrittura, il contenuto sovrasta la tecnica che è altresì notevole e arrivano scene così reali da finirci dentro con tutta la tua fragile impotenza. Grazie!

  4. Cara Bettina, recentemente ho pianto assieme a tanti altri un’amica cara che ci ha lasciato. Al saluto, un sacerdote ha citato una frase mi pare da una lettera di San Paolo ai Tessalonicesi che invitava a piangere ma non come coloro che non hanno speranza. Quella frase mi ha colpita profondamente per i mille significati che porta con sè. Anche per me, donna atea. Ecco, in questo tuo racconto sei riuscita a fare questo, hai trasmesso dolore per una scomparsa ma non senza speranza. Brava, bravissima. E grazie.

    1. Inizio dicendo che sono dispiaciuta per la perdita che hai subito. Credo alle parole del sacerdote, al senso di speranza che niente di ciò che abbiamo amato vada perduto. Grazie per il tuo commento e per la condivisione. Se il racconto ti ha aiutata anche per un attimo a cogliere qualcosa di buono, ne sono felice. Grazie a te.

  5. Ciao. In questo racconto ho sentito molto. Ad esempio, la solitudine e l’affetto. Mi ha colpito molto nel complesso e molto educativo. Complimenti ogni volta è un piacere leggerti.

  6. Sei una grande penna e lo confermi a ogni racconto. È impossibile non immergersi nel dolore della protagonista, un dolore composto ma straziante, narrato con stile. Un lavoro desolante e meraviglioso. Bravissima.

  7. Complimenti per il montaggio, rilevo di nuovo questa che, per quanto mi riguarda, è la vera arte rara di Bettina.
    Che poi lo stile, la scelta delle parole, una padronanza in generale della scrittura siano davvero notevoli è un marchio di fabbrica.
    Non è che tornare sul “montaggio” sia per me un pourparler. Lo stacco tra il tempo della storia e quello della narrazione rappresenta, senza alcun dubbio, uno step superiore. Credo che, insieme alla tecnica dello straniamento, rappresenti l’arma strategica dello scrittore completo.

    Ci sto lavorando, la strada è lunga. E difficile.

    Con questa capacità di gestire le analessi, e non solo nel più facile flashback ma come snodo narrativo (la scena del clochard mi impressiona per la trasposizione che lancia nel presente) pone Bettina ai livelli di un David Lynch, cinema parlando, o di un C. Nolan. Non lo direi a molti come a pochissimi consiglierei il meraviglioso Mulholland Drive, che in termini di montaggio rappresenta un enigma e che Bettina saprebbe di certo apprezzare in tutta la sua vastità.

    Infine, un personalissimo apprezzamento, creme de la creme, a questa autrice per scegliere costantemente il dolore dell’anima quale cuore pulsante di ogni racconto e, soffrendo come è inevitabile nel maneggiarlo, regalarcelo senza farci affogare dentro.
    Psicologia fine, grande maturità. Esperienza di vita palpabile. Tanti doni in poche righe.

    1. Roberto, grazie.
      Sul montaggio la cosa viene da sé, non sono capace di fare scalette di trama e personaggi, mai stata in grado di farlo. Nemmeno sui romanzi. Hai scritto così tante cose su questo racconto e ne hai apprezzato ogni parte anche di scrittura che non so cosa rispondere. Quindi dico soltanto grazie. Sul tuo lavorarci…c’è un racconto che ho letto qualche giorno fa, tuo, su cui ritornerò. Lo avevo già letto, ma ci devo tornare. Un saluto.

  8. Il primo racconto che leggo su questa piattaforma. Devo dire che l’ho trovato gradevole, scorrevole, coinvolgente. Bello il modo in cui ogni dettaglio s’incastra in un susseguendo di immagini ed emozioni.

  9. La voragine nello stomaco si è aperta a me. Perché io ero lì. Ero quella donna ed ero anche quella figlia, con tutto il dolore che ci si sente addosso, sempre. Un tema delicato e difficile da gestire sulla carta, con le parole. Come sempre, lo hai fatto con maestria. Come si fa a non morire dentro quando si cerca e non si trova? Allora sì, a quel punto la felicità è davvero qualcosa di così piccolo da diventare sconfinato.

    1. Grazie per averlo letto. Spero davvero di non aver toccato corde personali che appartengono al reale. Cerco di avvicinarmi a storie di questo tipo con il massimo del rispetto verso la vita vera. Grazie Cristiana per il tuo commento.