Fatalità

Serie: Le novelle della Luna: il canto solitario della Sirena


Scossi il capo, era adorabile Elia, ma delle volte si preoccupava eccessivamente “Che vuoi che mi succeda!” dissi io con leggerezza, ma lui non mi ascoltò. Era ormai calato il buio, dovevano essere quasi le otto di sera, c’era perfino una leggera nebbia. Eravamo seduti alla fermata, l’autobus sarebbe dovuto passare a momenti. Lui mi ripeteva che aveva una strana sensazione nei miei confronti, diceva perfino che non si sarebbe recato a lavoro, ma io cercavo ogni volta di tranquillizzarlo, dopotutto stavo bene, e non poteva accadermi nulla.

Sentii ad un certo punto una voce chiamarmi. Mi voltai e riconobbi Eva, una mia amica, che era assieme a suo padre. Mi avvicinai e rimasi a parlare con lei appena qualche minuto. Notai che Elia mi tenne d’occhio tutto il tempo, e quando tornai al suo fianco mi strinse a se, guardando accigliato gli altri due.

“Era una tua amica? Come si chiamava?” domandò subito.

“Eva Basile” non finii di rispondergli che Elia aveva già cominciato a dire “Basile? Allora quello era Andrea Basile, l’ho portato in caserma un paio di volte. È una carogna, anni fa è stato anche accusato di omicidio. Appena arriva l’autobus fila a casa intesi? Non uscire e non aprire a nessuno finché non rientrerò domani mattina” mi ordinò, ed io annuii. Sapevo di quella storia, io e Eva eravamo come sorelle, e quando suo padre finì in carcere le stetti vicino. Era una brutta storia, ma dopotutto chi ero io per giudicare? I miei genitori non erano altrettanto meglio della sua famiglia.

Attendemmo un altro quarto d’ora, oramai mancava qualche minuto alle venti. Lui si lamentò più volte, guardando in continuazione l’orario e imprecando contro il ritardo dell’autobus. Io invece ero abbastanza tranquilla, e tentavo di calmarlo.

“Sirena. Io devo andare a lavoro non posso restare ancora, ma tu promettimi una cosa. Ora aspetti l’autobus, sali e stai sempre attenta. Tra due fermate scendi, fai quei pochi metri, raggiungi casa mia e chiudi la porta a chiave. Non uscire fino a domani e soprattutto non andare da altre parti, capito?” ordinò lui severamente.

Io annuì e lo strinsi forse, ci salutammo e lo rassicurai più volte, ma lui non era ugualmente tranquillo. Chissà che intendeva con quel “brutto presentimento”. Io attesi un altro po’, camminai avanti e dietro, poi ad un certo punto annoiata chiesi informazioni sul ritardo dell’autobus ad una signora che anche lei come me stava attendendo. Mi disse che a causa di chiusure di molte strade il prossimo sarebbe giuntò lì tra almeno una buona oretta. Io ringraziai e tornai al mio posto, pensando a come far passare velocemente il tempo senza annoiarmi.

Mi guardai un po’ attorno, quando all’improvviso stanca dei brontolii del mio stomaco, mi venne in mente quella panetteria poco distante da lì. Dovevo prendere l’autobus tra un’ora, intanto potrei raggiungerla per mangiare qualcosa…

Mi ricordai anche delle parole di Elia, e delle sue raccomandazioni. Se mi fosse successo qualcosa perché non l’ho ascoltato? La colpa era mia e della mia testardaggine. Ma dopotutto non era così tardi, e la conoscevo bene quella zona, non poteva succedermi niente!

Dopo aver tentennato un po’ mi alzai e decisi di allontanarmi per qualche minuto, mi pentii del mio gesto solo dopo essermi recata lì, aver mangiato ed essere uscita fuori dal negozio. La luce era molto poca per via della nebbia, si era fatta più fitta, non si vedeva granché. Cominciai anche ad avere un po’ di paura, se fosse andato tutto per il meglio promisi fra me e me che avrei ascoltato Elia tutte le volte, senza prendere nulla con leggerezza.

Mi coprii meglio con la sua camicia di flanella, nascondendo il viso, e cominciai ad andare. Sembrava essere già notte fonda, inoltre non c’era nessuno per le strade. Accelerai il passo, il cuore mi tremava, desideravo solo uscire da quel vicolo ed essere già a casa di Elia.

Notai poco più avanti un gruppetto di tre uomini poco raccomandabili. Ridevano e gridavano a voce alta, non stavano litigando, probabilmente erano brilli. Mi fermai, pensando dove potessi deviare per non incrociarli, ma era l’unica strada quella. Io abbassai lo sguardo e accelerai il passo, tendando di superarli in fretta, ma appena lo feci mi sentii tirare il braccio e venni strattonata.

“Sirena!” mi chiamò una voce, rauca e per nulla amichevole. Non lo riconobbi finché non lo vidi in volto: “Cane Pazzo”, così lo chiamavano tutti, io però non sapevo il suo vero nome. Era un uomo sulla cinquantina, non era di certo uno degli uomini migliori di quel paesino, al contrario veniva sbattuto in carcere e liberato in continuazione. Lo conosco perché più volte gli ho fatto “compagnia”. L’ultima volta che avrei dovuto incontrare Cane Pazzo, mesi prima, gli diedi buca poiché avevo promesso ad Elia di smettere con quella vita… Ma soprattutto perché lo amo e non volevo tradire la sua fiducia.

“Che sorpresa! Come stai, piccola? Sono proprio contento di averti incontrato” parlò piano tenendomi stretto per entrambi i polsi con le sue grosse mani per non farmi fuggire. Si avvicinò tentando di darmi un bacio, io mi scostai subito, guardandolo male. Era sempre lo stesso, il naso storto a causa di chissà quanti risse, il viso pieno di cicatrici e un occhio pieno di sangue “Non fare così! Papino era preoccupato per la sua piccola, non si faceva più vedere!” continuò a dire ridendo.

“Chi è questa bimba?” chiese interessato l’altro al suo fianco, squadrandomi dalla testa ai piedi e strofinandosi le mani ricoperte di tatuaggi. L’ultimo del gruppo, che aveva una grossa macchia sulla faccia, invece si piazzò dietro di me per non farmi fuggire.

“Come fate a non conoscere Sirena! Ha succhiato il cazzo a tutti in paese! Scopa anche da favola, ma l’ultima volta che dovevamo vederci è scappata via… Ti ho vista spesso assieme ad un altro vecchiaccio, sai? Quanto ti paga lui per incularti? Io ti trattavo come una regina!” raccontò Cane Pazzo, lasciandomi andare i polsi per prendermi il viso fra le mani. Gli altri due risero, uno si avvicinò e mi sfiorò il collo con le labbra, l’altro allungò una mano sul mio corpo.

Io non risposi, strinsi i denti e aggrottai le sopracciglia. Non so cosa mi passasse per la testa in quel momento, ma non ci pensai due volte a tirare un pugno a Cane Pazzo. Ciò che pensava e diceva su di me non mi importava, ma non doveva osare nominare Elia.

L’uomo non se lo aspettava affatto. Riuscii a fargli girare la testa e probabilmente a spaccargli il naso. Gli altri due restarono sorpresi, ed in un primo momento cercarono di soccorrere il loro capo. Io così mi liberai dalla presa e cominciai a correre via.

Gridai aiuto più volte, sperando che qualcuno nelle case lì vicino potesse sentirmi, ed intanto cercavo di fuggire. Purtroppo non sapevo più dove fossi finita, ma continuavo soltanto a correre, pregando di trovare qualcuno, ma le strade erano vuote.

“Presa!” sentii urlare all’improvviso.

Serie: Le novelle della Luna: il canto solitario della Sirena


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Young Adult

Discussioni

  1. ““Presa!” sentii urlare all’improvviso”
    Vabbè ma non puoi chiudere così. Cioè devo aspettare la prossima puntata!?! E cosa faccio nel frattempo? Non è giusto!!! 😂 almeno non farm i aspettare troppo

  2. Oh.
    Questo brano proprio non avrei voluto leggerlo.
    Il che attenzione, non è una critica, ma l’esatto opposto: hai reso benissimo la paura creata da quella situazione, e nell’arco degli episodi precedenti, hai portato il lettore ad empatizzare con Sirena. Ora sono in ansia per lei…

    Non è che Marius si trasforma in una tigre? No, eh?

    1. Hahaha mi piace il fantastico ma non così tanto! 🤣 Grazie mille, è un bel complimento, è difficile scrivere di queste scene, io ci provo e metto tutta me stessa. Sapere che sono riuscita nell’intento è un gran piacere 😊