Felice di attendere, imprevisti, e Jenny pt.2

Serie: Di sicuro non è un libro


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Continua il racconto di Jenny…

Non ho voluto parlare di lei apposta. Non sapevo ancora cosa fosse per me. Ma non è solo questo il motivo. Ho tenuto a freno una sensazione, aspettando il momento per poterla descrivere solo dopo averla conosciuta. Ha avuto molti colori fino ad ora questa storia. 

Bianco. Non sapere chi stai conoscendo, non conoscere. Non è un nero. Ma un bianco, una tela non ancora dipinta, potenza e futuro atto, futuro disegno.

Rosso. Come dice il dizionario dei colori: Passione. Passione che ci lega. Intesa sessuale. Emozioni identiche, voglie. Voglie di amore, vogliamo carne, le labbra secche, e la pelle calda. Rose, cuori, ma carne. Spero non sia solo passione lussuriosa. Non ho l’ultima pagina della storia, non so se troverò puntini di sospensione, o un muro di cinta. Ho smesso i panni del veggente, non voglio più conoscere il futuro. Vedo la strada con gli occhi sul contachilometri, guardandomi intorno, non cercando oltre il vetro la prossima uscita, curva o rettilineo.

Giallo. Sole, luce, allegria di risa. Parliamo tanto. Abbiamo parlato tanto. Ridiamo tanto. Non sembra coglierci la paranoia, non abbiamo il tempo di stare inseme solo perché ci sentiamo obbligati. Il tempo è poco, e siamo fuggiaschi come lui, si sta insieme per voglia, per allegria di condividere il tempo.

Blu. Il colore dello sfondo che abbiamo avuto davanti durante le due ore passate insieme. Mare di Sicilia. Naxos. Stazione dei treni. Parcheggio. Attendo. Sarà strano. Non sono teso. Niente è chiaro. Molto spesso, in passato, avrei avuto molta tensione. Ma tante occasioni mi hanno temprato la timidezza e la paura delle situazioni. Non so con quale auto arriverà. Le guardo tutte. Per temprare ancora di più, faccio, in testa, il gioco del “Brutta-Bella”. Pazzo sono. Forse bambino. Semplicissimo, quando non si ha niente da fare, l’appassionato di automobili, guarda al passaggio le automobili, ed esprime un grado di piacere nei riguardi della vettura. I giudizi si divisero in quei dieci minuti di attesa. «Bella, brutta, brutta, bella, brutta, brutta, brutta, bella, bella.»

L’ultima auto accosta. Si ferma. Penso. Mi fermo, anzi mi blocco. Scendono tre persone. E’ lei. A questo punto, la mia nuova faccia comanda ogni azione. Scendi dalla macchina, non vorrai che lei arrivi qua e pensi che stai aspettando. Fatti avanti. Presentati, non salutare prima lei, dai la mano all’amica e al ragazzo che la accompagna. Sii cortese, freddo, quasi indifferente. Poi saluta lei , ancora più freddo, ma gentile, carino, colpito. Bisognerebbe essere sempre colpiti da una donna. Invitali a prendere un caffè, anche se sai che il tempo con lei sarà poco, anche se sai che la vorresti già tutta per te, tu, lei, e voi. Loro rifiutano, ci vogliono lasciare soli, e ne abbiamo bisogno. Li lasciamo e saliamo sulla Uno. Lei sbuffa a ridere. Andiamo via da qui. Cerchiamo un’isola. Ma è tutto molto ironico. Sembra che non ci sia un posto per noi. Come se dovesse esistere altro per contenerci. Non ci conteniamo, in effetti. Il mare lo vogliamo entrambi. Siamo a Naxos, di sicuro non manca il blu. «Conosco una spiaggia», le dico, «andiamoci, fidati, saremo soli». Attraversiamo la statale, siamo davanti ad una scaletta. Pietra e cemento, una barca accanto, abbandonata, relitto di un tempo lontano di pescatori. Scendiamo. Una galleria dopo i gradini, buia, ma impregnata degli spruzzi del blu, e del bianco sciolto, Jenny mi sottolinea che potrei prenderla per mano, e, con faccia quasi stupefatta le rispondo che forse ha ragione. Ci sediamo su altrettanto cemento e sale. Cosa dovremmo fare? La vergogna e l’insicurezza sono dentro di noi, le frasi sembrano quelle di una pausa lavorativa fra colleghi appena conosciuti. Ma la superiamo abilmente, ridendo e ricordandoci le ore passate al telefono. Tutto sembra molto strano. E’ una mattina settembrina, e non mi sembra un giorno di un mio anno. Per la prima volta, mi trovo con una donna, e non sto vagando col pensiero su chissà quali mete future, o mi lascio prendere dalla situazione. Il mio personaggio ha creato un altro me, che si è rivelato durante l’inverno. Jenny è donna. Molto donna. E’ bella, sposata, molto divertente ma , molto lunatica e molto orgogliosa. Ha un orgoglio molto forte, che riesce a compensare le sue insicurezze. Ha molta paura, paura di abbandonare una vita che non è quello che vuole veramente, ma è molto comoda, e su cui comunque ha messo molto. Insoddisfatta del compagno sia affettivamente sia sessualmente, non ha capito che non posso essere quello che cerca. Non c’è né il luogo, né la possibilità di fare ciò che vorremmo fare. Tanto contatto, tanto calore, tanto caldo. Tutto molto epidermico, non arriva al centro della testa. Non mi tocca. Forse neanche lei viene toccata. Mascheriamo tutto questo come giusto. Come fosse un amore pulito, che non è stato consumato alla prima volta. Non togliamo la maschera allora, lasciamo questo affresco di ingenuità nei suoi colori più felici. La realtà è che il tempo è corso e lei deve andare. Con una mancanza dentro, con tanto potere io e tanta consapevolezza che se l’avessimo fatto forse ci avremmo mistificato sopra. Per come pensavo che sarebbe andata, per come ne era sicura lei, è stato un bene, forse! Andò via come se dovessimo rivederci l’indomani, ed io feci lo stesso. Ma tornando, non avrei avuto tempo per rimanere al telefono. Il lavoro, lo studio, avrebbero occupato troppo e, avrei dovuto farle più male di quanto le ho fatto. Sapere di essere in due mondi separati e di non poterli unire, le feci credere ch’io fossi una bellissima persona. La lasciai litigando. Lei immaginava ch’io avessi conosciuto un’altra, io non risposi celando un piccolo dispiacere. Avevo realizzato che avevo recitato per tanto tempo. E mi era piaciuto. Non l’avevo pensato per tutto il tempo vissuto con lei.

Così l’interpretazione fu molto più spontanea. Le feci credere di essere veramente innamorato di lei, in un modo così disinteressato, così poco finto, così molto bene recitato. Bastardaggine? No, non credo. Sapevo fosse una mangiauomini, io non mi scottai, lei non si scottò. Piacevolissima storia da raccontare, impossibile da vivere.

Continua...

Serie: Di sicuro non è un libro


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