Femminile ucciso

Quel pomeriggio di giugno del 1998 invitai il mio amico Eric a casa per il gelato. Non era solo un amico e papĂ  lo sapeva bene.

Quel weekend avrei dovuto lavare tutti e tre i piani di casa. Mia madre era partita per far  compagnia a mia nonna.

Questo faceva la “figlia femmina” e non aveva il diritto di invitare a casa chiunque volesse, specie se di genere opposto.

Ero fuori al portico quando avvistai i boccoli castani del mio amico.

«Ti apro subito».

Stesi sulle sdraio fuori al terrazzo cominciammo a parlare di musica, come al nostro solito.

«Dovresti fare tu la cover dei Nirvana» mi diceva.

«Ma Kurt era un maschio».

«Sono sicuro che ce la fai» mi fece lui avvicinando il suo dolce viso vicino al mio, giusto in tempo per sentire mio padre.

«Già sei qui? Ciao Eric»

«Salve. Sono venuto per un gelato e…»

«Bene. Eva prendi questi gelati su». Riusciva bene a dare gli ordini da ex militare.

Andai dentro, presi due ghiaccioli dal congelatore.

Mentre i gelati ci rinfrescavano la lingua e il corpo, passeggiavamo lenti verso il cortile posteriore.

Lui mi stuzzicava come sempre: «Non so se ho fatto bene a baciarti l’altro giorno. Forse ti sei pentita e non vuoi vedermi più».

«Ma che dici?» e mi avvicinai sempre di piĂą per fargli una linguaccia. Lui non resistette e mi diede un bacio.

Stavolta andammo oltre il bacio amico. Le nostre lingue si stavano rinfrescando in un bacio che invece era così bollente. Dai ghiaccioli cadde qualche gocciolina.

Mi staccai subito da lui e corsi in cucina.

Tornata con una pila di fogli di scottex cominciai a pulire per terra come una furia.

«Ti aiuto?»

«Lascia stare. Devo pulire tutto. Meglio se te ne vai adesso».

Eric uscì di corsa dal cancelletto.

Qualche macchia colorata ostinava a rimanere su quelle maledette mattonelle arancioni.

Mezz’ora dopo, mentre stavo ascoltando The man who sold the world in salone, vidi arrivare uno schiaffo in faccia senza preavviso.

«Come ti sei permessa?»

«Che ho fatto?» 

«Sta stronza, ci sta tutto gelato per terra! Quello mangiato di nascosto con l’amico suo dietro casa!», disse rivolto a mio fratello. E stava giĂ  slacciando la cinta.

«Ma no…ho pulito tutto!»

«Come no. Ha pulito tutto».

Le scariche della cinta cominciarono a trafiggermi come tanti aghi conficcati nella pelle. Non la smetteva mai. Non sapevo quale fosse la fine di tutto.

Le mie mani non riuscivano a fermare nĂ© la cinta nĂ© la rabbia. Dovevo solo sperare che finisse da solo.

«E adesso vai a pulire con l’acqua e lo straccio quel casino che hai fatto».

Zitta, tornai fuori per pulire.

La sera davanti allo specchio mi tolsi piano il pantalone della tuta: strisce rosse sulle cosce, quadrati della fibbia della cinta tatuati sulle chiappe, lividi sulle ginocchia.

Misi su le cuffie per perdermi nelle note dei Nirvana. Presi le forbici in bagno e chiusi la porta a chiave. Pettinai alla perfezione ogni singola ciocca. Ogni capello tirato sarebbe dovuto andare oltre il dolore fisico ma non ci riusciva.

La forbice si avvicinò al lobo dell’orecchio e tagliò. Definitivamente. Un’altra ciocca e mandai via lo schifo che saliva dallo stomaco e stava per raggiungere la bocca, non avevo molto tempo.

Un’altra ciocca dietro la testa e sentii l’aria fresca sul collo.

Tolti i capelli umidi da dietro la nuca, tagliai l’ultima ciocca dall’altro lato. Così in non meno di cinque minuti tolsi il vezzo, la vanitĂ , la voglia di quello che non mi era permesso.

Il giorno dopo mi vestii e scesi a colazione. Mio padre aveva come sempre preparato il latte bianco bollente che dovevo bere perentoriamente.

Il pomeriggio ci sarebbe stato il compleanno del mio compagno di classe, a cui avevo dato il mio primo bacio mesi prima, e ancora non sapevo se e come riaffrontare l’argomento.

Cominciò lui:

«Quello che è successo ieri non deve ripetersi. Oggi puoi andare al compleanno di Luca ma ci resterai solo fino alle dieci».

«Ma come?»

«Puoi anche scegliere di non andare se hai da ridire».

Passai il resto della mattinata a provare tutti i vestiti che avevo nell’armadio. Andai a prendere dal comodino di mia madre il completino intimo nero proibito.

Arrivata alla festa salutai tutti tranne che lui. Stava giĂ  ballando un lento con una tizia dell’altra classe.

Finito il lento mi raggiunse. Il suo bacio mi arrivò tra la guancia e l’orecchio: «Stai benissimo con questo vestitino viola. Vuoi ballare?» 

«No».

Raggiunsi le toilette del locale e vomitai tutto quello che avevo mangiato, ma soprattutto bevuto.

Dopo andai al lavandino e mi sciacquai la bocca.

Luca mi raggiunse in bagno.

«Come stai? Non dovresti bere così tanto».

«Fatti i cazzi tuoi».

«Eh, addirittura. Che ti ho fatto?»

«Niente, come sempre. Fammi rimettere il rossetto che torno di là».

«Aspetta un attimo», mi circondò con le braccia da dietro e cominciò a leccarmi il collo. «Hai un profumo che mi sta arrapando da quando sei arrivata».

«Ma se nemmeno te ne sei accorto».

«Shhh…» mi tirò su il vestito e cominciò a esplorare con la mano nelle mutande.

Mi baciò tirandomi il viso indietro.

Il suo fiato sul collo mi ricordava il taglio netto del giorno prima.

La fibbia dei jeans arrivata ai suoi piedi mi lanciava aghi violenti nella testa. 

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