Figlia di NN

Serie: Come fa la luna con le maree


Olga aveva soltanto tredici anni, ma questo sembrava non contare per nessuno. Nella sua voce scorreva la dolcezza del miele, ed era probabilmente a causa di ciò che, neanche una delle persone che la circondavano, notava che quella ragazzina dai capelli rossi come i fiori di amaranto, agli angoli degli occhi, nascondeva tasche piene di lacrime. Quelle gocce trasparenti e salate spingevano incuranti contro le sue sottili ciglia per riuscire a sbottare in un pianto che pretendeva di esibirsi a tutti i costi, ma lei non poteva permetterlo, e allora tempestivamente le ricacciava indietro, sollevando la fronte verso il cielo e confidando che quella posizione le aiutasse a scendere giù, fin dentro la gola. Poco importava se poi le si ammassavano l’una sull’altra tra le tonsille diventando come un cristallo dalle mille punte pronte a graffiarle ogni respiro; Olga avrebbe resistito anche a quello purché la sua fragilità non si rivelasse all’indiscrezione di chi le avrebbe rivolto null’altro che sogghigni sfacciati e amari sarcasmi. Gli scherni ai quali intendeva fuggire, non erano, però, quelli che le indirizzavano i compagni di scuola. Di compagni non ne aveva più avuti da quando aveva terminato la terza elementare, e della scuola conosceva ormai soltanto il lontano cigolio del vecchio portone che la raggiungeva mentre percorreva il lato opposto della strada. Ciò che maggiormente paventava, erano i giudizi che ne avrebbe tratto la famiglia Folliero, nobile casata a cui era stata affidata, e presso cui prestava servizio come domestica, serva, cameriera, balia, ricoprendo tutti i possibili ruoli che le si potevano accollare fingendo di dimenticare quanti anni avesse.

Non appena avvertiva gli occhi farsi lucidi, Olga già si prefigurava i bugiardi sorrisi delle figlie biondissime del signor Folliero: due chiome dalla zucca vuota che era costretta a pettinare ogni mattina come fossero bambole di porcellana. Oppure prevedeva già la disillusione che sarebbe sopraggiunta dopo un abbraccio rassicurante di una donna, la signora Folliero, che probabilmente le voleva anche un po’ di bene, ma che mai l’avrebbe stretta con la forza che riservava a Dora e a Matilde, le proprie figlie.

Contrariamente a quanto si sarebbe detto, Olga una mamma ce l’aveva, e aveva anche un papà, o meglio, due. In sostanza erano in tre adulti – dico tre, – eppure non riuscivano a prendersi cura di un solo esserino.

Tutti e tre erano provvisti delle proprie, legittime motivazioni per aver deciso di non tenerla con sé; motivazioni che Olga avrebbe afferrato crescendo, che non avrebbe mai condiviso, ma pur sempre rispettato con un’innata razionalità che sprangava il passaggio all’odio. Col tempo avrebbe scusato la scelta di sua madre, di allontanarla dalla propria casa, e soprattutto dal proprio marito, troppo accecato dalla gelosia per poter accettare quella bambina che era il frutto di un tradimento. Avrebbe perdonato anche quell’uomo dicendosi che in fondo doveva essersi sentito ferito immensamente nel constatare che l’infedeltà di sua moglie Giovanna, aveva agito proprio mentre lui, in una miniera, col petto nudo e annerito dal carbone, alla sola fioca luce di una centelena, picchiava sulle rocce mentre i suoi polmoni si contorcevano in cerca diaria. E avrebbe compatito anche il padre legittimo, comprendendo che essere un uomo non necessariamente equivale ad avere il coraggio di affrontare le conseguenze dei propri sbagli. Sarebbe stato giusto lasciare tre bambini messi al mondo già da anni, per dedicarsi a uno soltanto? No, meglio dimenticarne uno che tre, si diceva Olga. Infine avrebbe prosciolto anche il paese intero, vittima di un’ignoranza dissennata e delirante, ma pur sempre comprensibile, considerando quegli anni Venti in cui ogni cosa che guastasse il rigore morale, prendeva l’irridente nome di scandalo. E a nessuno importava se di mezzo, tra etica e peccato, vi fossero figli sofferenti e cuori sfasciati.

Olga aveva imparato a convivere con quella macchia scura che le si piazzava addosso e che si ingrandiva un poco in più a ogni sguardo sprezzante; aveva imparato a perdere ripetutamente contro quell’ombra che, nel momento in cui si apprestava a presentarsi a nuove persone, o a salutarne di conosciute, arrivava sempre prima di lei, facendola restare, ancora e ancora, nient’altro che Olga, la figlia di nessuno. Poi, non appena si congedava, per tornare alle proprie mansioni, ecco che un insopportabile brusio si produceva alle sue spalle. Ipocrite e scandalizzabili coscienze si avviavano a rivaleggiare a chi ne sapesse di più su quella bambina, e su quella madre giudicata ora come sventurata e assolvibile, ora come sciagurata e imperdonabile. Vi era addirittura chi azzardava l’ipotesi che la donnaccia avesse spedito in casa altrui la figlia concepita dall’amante di una sola notte, perché tenendola lontana dalla propria vista, avrebbe ripulito con minore impedimento la propria colpa.

– Hai ragione, deve essere andata così!

– Ah certo, è un’indecenza.

– Vi garantisco che è andata come dico io, perché la nonna della mia amica conosce la sua vicina di casa.

– Ascoltatemi, le cose sono andate invece diversamente.

La disputa si concludeva convenendo sulla supposizione che sembrava più soddisfacente, ed era, naturalmente, sempre la più macchinosa, quella che aggiungeva le tinte più fosche e che apriva i panorami più oscuri; perché, si sa, la curiosità apparecchia un comodo banchetto per il dolore quando non si tratta del proprio. Quel molesto e superbo chiacchiericcio non falliva mai nello spingersi fino ai timpani di Olga; le punzecchiava i lobi ripetutamente fino a che i suoi occhi non si rifacevano umidi e gonfi: quando ritornava nella ricca dimora imbracciando un canestro carico di uova fresche da fare a frittata per il pranzo del padrone; quando camminava tra una bancarella e l’altra del mercato per comprare la frutta fresca da servire a fine pasto, o i merletti che avrebbe dovuto applicare agli orli delle sottane della signora e delle ragazze; o peggio ancora, quando con un vassoio d’argento avanzava nel salone, tutto vetri e candelabri, per servire il tè agli eleganti ospiti di casa, in tazze arrivate dalla Cina o chissà da dove.

Tutti pretendevano di saperne più degli altri, tutti ritenevano il proprio giudizio circa la questione il più adeguato, ma a nessuno importava veramente nulla di lei né che le loro parole potessero forarle il petto ancora tenero. In molti ignoravano gran parte della storia, e sfuggiva loro un particolare: sua madre non l’aveva scordata alla stregua di un oggetto, ma anzi, una volta alla settimana si incontrava con lei di nascosto nel folto del boschetto poco lontano dal quartiere in cui campeggiava la sontuosa residenza dei Folliero.

Molte volte l’incontro si riduceva giusto all’esigua durata di un bacio, mentre altre si protraeva per qualche minuto in più. Quegli attimi erano sufficienti per permettere alla donna di lasciare alla ragazzina dei regalini, tenuti occultati dalla vista del proprio marito nella tasca del grembiule: caramelle alla menta, fermacapelli, nuovi camici, carta da lettere e bottigliette di acqua di rose.

Si consolava dicendosi che Olga, stringendo quelle cose tra le mani, si sarebbe sentita meno sola. Ma la cruda realtà era, invece, che Olga la solitudine l’avvertiva tutta, e che le ricopriva il cuore di una densa nebbia che non riusciva a dissiparsi mai completamente, neanche quando erano insieme. Olga non glielo confessò mai, ma settimana dopo settimana maturava in lei la certezza di non potersi accontentare per il resto della vita di quegli istanti miseri che iniziava a considerare briciole d’affetto, bruscoli insignificanti, sottratti, per di più, come ladre al tempo nemico e alle lingue affilate.

Ci pensò, poi, una notte in particolare ad avvalorare maggiormente la sua convinzione.

Il silenzio era calato nella grande villa, gli ospiti erano andati via e la confusione della lussuosa cena con conclusiva partita a poker era stata finalmente placata. Tutto sembrava fermo, tutto tranne il suo cervello che le martellava le tempie e le imponeva per la prima volta di pretendere un gesto, una prova d’amore.

Asciugò le ultime pentole che aveva utilizzato per cucinare le bontà servite in tavola al signor Folliero e ai suoi ospiti, adagiò il canovaccio umido sullo schienale di una sedia e, presa da un sentimento prepotente e fino ad allora ignoto, aprì la porta della cucina. Scattò in una tragica corsa non immaginando che, al traguardo, si sarebbe scontrata con una verità tanto dura da far crollare il fragile castello che si era costruita con le carte.

Serie: Come fa la luna con le maree


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. ” E a nessuno importava se di mezzo, tra etica e peccato, vi fossero figli sofferenti e cuori sfasciati.”
    Questo paragrafo mi è piaciuto davvero. Un’analisi fredda, logica, razionale. Un’esposizione trasparente delle colpe e delle ragioni di ciascuno, per arrivare a dire che nessuno è colpevole, ma Olga è vittima. Il tutto scritto in maniera ineccepibile.

  2. Ciao Martina, è un episodio assolutamente necessario per introdurmi il passato di Olga, e a dispetto degli altri non lo ritengo pesante o lento. Mi sono immerso letteralmente in questo malinconico quadretto fatto di tenerezza, dolcezza ma anche di crudeltà e solitudine, una solitudine che ho avvertito anche nell’episodio precedente, frutto a mio parere di una vita mai colmata, una vita immersa nel vuoto di un passato che ne mostra il riverbero anche nel presente di Olga. Quella della protagonista non è solo razionalità d’altri tempi, di un carattere forgiato da epoche in cui la disciplina veniva prima dei sentimenti che dovevano essere repressi mostrando, già a tredici anni, una maturità che calpesta senza ritegno il diritto di vivere la fanciullezza e l’adolescenza. No. Io vedo una giovane donna che prova a sopravvivere, a reprimere l’odio per non rimanere schiacciata dal peso del suo essere un “errore” . In questo ci vedo ancora attualità, perché ancora oggi ci sono casi di infanzie rubate o negate e giovani che si ritrovano catapultati nella vita con la sensazione di avere la colpa completa della loro martoriata esistenza. Olga, come ogni essere umano, aveva bisogno di puri e semplici gesti quotidiani pieni d’amore, non di fugaci istanti ammorbati da tanta ipocrisia (altra cosa che non ha tempo, farsi beffe delle disgrazie altrui). Eppure, nella sua fragilità, ho intravisto forza e carattere, confinate in una voglia di “ribellarsi” proprio alla fine. Il tuo tocco delicato — semplice ma forbito, mai banale — ricrea una empatia pazzesca, ho sentito mie ogni sensazione e lacrima di Olga, pura poesia in grado di darmi un delicato pugno sullo stomaco, e permettimi, mi hai fatto tornare bambino, perché questo episodio ha rievocato in me i cari anime degli anni ottanta, storie tristi, ricche di malinconia, ma significative, frammenti di realtà condite con delicata fantasia, proprio come questo tuo modo di narrare, fiabesco mi vien da dire. È un piacere commuovermi ed emozionarmi assieme ad Olga, e il tuo finale è un gancio perfetto per il prossimo episodio, che non mi perderò per nulla al mondo! Un caro saluto Martina, e perdonami per questo papiro, ma per me è come se stessi parlando con te nello scrivere il commento! Grazie per la pazienza e per questo straordinario episodio!

  3. Un seguito coinvolgente, con le descrizioni che aiutano il lettore a entrare nella storia per apprezzarne a pieno il senso di tale lavoro. Un lavoro minuzioso che merita senza ombra di dubbio i complimenti. Brava!

  4. Scritto in maniera favolosa. Attenzione ai dettagli della storia, delicatezza nel modo di esprimerti, cura nel descrivere i personaggi. Martina sei devvero bravissima. La storia è molto bella ed appassiona il lettore. Non vedo l’ora di leggere il seguito.

  5. Questo episodio mi è piaciuto forse più del primo. Sei riuscita a raccontare una vicenda magari non nuova nella storia della letteratura, ma dipingendola con la tua scrittura delicata, mai invasiva. Davvero brava!

  6. Ciao Martina, il tuo racconto mi ha trasmesso le sensazioni della protagonista fino a farle mie. Conosco alcune di queste bene, posso dirti che sono verosimili ed hai saputo esprimere al meglio il suo travaglio interiore.

    1. Ti ringrazio!! Da ora in poi ci sarà più leggerezza, ma non potevo esimermi dallo scrivere una puntata del genere (per quanto triste e “pesante” possa risultare). Attendo i tuoi preziosi pareri sul resto. Nel frattempo mi metto in pari con la tua serie!

  7. È dura elemosinare affetto dai genitori, quanto più di nascosto, mi si è fermato il
    Respiro fino alla fine del capitolo, leggere di come ci sono possa sentire in queste situazioni è come viverle tu stessa. Complimenti

  8. Un secondo capitolo che potrebbe essere anche assestante. Piccole storie con un fil rouge che prende forma strada facendo. Finali aperti che conducono al passo successivo. Brava!

  9. Altro bel capitolo, che si chiude con un finale notevole: “Scattò in una tragica corsa non immaginando che, al traguardo, si sarebbe scontrata con una verità tanto dura da far crollare il fragile castello che si era costruita con le carte..”.
    Sono curioso di capire dove si andrà a parare, attendo il seguito! 🙂

  10. Ciao. Molto bello l’incipit, accattivante (ma sensibile e delicato, certo).
    Lo svolgimento è piacevole, forse un po’ lento a mio parere. Ho ben chiaro il setting, e mi incuriosisce al punto che voglio proprio scoprire come l’ambientazione si sposerà con la trama di Olga. 🙂