Finti Alberi di Plastica

Serie: Laura

Un colpo, poi un altro ancora più forte di prima. Prima con il pugno chiuso direttamente sull’antenna, poi uno contro l’albero più vicino.

-Maledetto! Maledetto! – Urlasti a gran voce.

In preda ad uno dei tuoi smodati raptus gettasti a terra il cellulare. Cadesti sulle ginocchia. Dapprima la ruvida pellaccia dell’articolazione impattò con le foglie marroni, poi lasciasti anche il corpo sdraiarsi sugli aghi di pino. Odiavi la natura. Non c’era niente di peggio per te che l’idea che un piccolissimo ed impercettibile insetto con tante, davvero troppe, zampe potesse camminarti addosso indisturbato. E magari senza nemmeno lasciarti il tempo di accorgertene. Solo a pensarci ti venivano brividi dall’alluce alla fronte. Ti sentivi più una ragazza da aperitivo con le amiche nel bar più popolare della città, gonna corta al punto giusto, tacco blando ma notevole e trucco impeccabile. Selfie di rito con il mojito e lingua che si adagia sulla cannuccia a seguire una piccola strizzata d’occhio all’aspro del limone che tocca le papille gustative. Insomma, una ragazza semplice.

Non come tua sorella.

Lei è l’artista della casa. Quella che ti aveva presa di peso e trascinata ad un “fantastico” ed “imperdibile”, (parole sue) ritiro nella natura. In una pineta, spersa, dove il segnale del 4g nemmeno riesce a fare capolino fra i rami per un istante.

Marta, più piccola di te di due anni, aveva preso una cotta un po’ eccessiva per Oliver, il suo guru della meditazione. Sin dal primo momento in cui lei aveva pronunciato quel nome non avevi fatto altro che chiederti se non fosse stato una sorta di alias che in realtà stava per Olivio.

-Suonerebbe troppo da sfigato se si chiamasse Olivio. – Le dicesti una volta durante un pranzo al volo in auto, suscitando solo un grande malessere ed uno spreco di fast food. Su questo argomento lei rimaneva sempre inamovibile.

-Non lo hai nemmeno mai visto, dai! Non giudicare una persona prima di conoscerla! Tu lo fai sempre. – Ti rimproverava ogni santissima volta.

Un po’ per dovere e un po’ perché per la famiglia si fa quasi di tutto, diventasti fin troppo accondiscendente.

Pensavi a questo mentre, sdraiata nel verde allungavi ancora le mani verso il telefono.

Nessun servizio.

Odiavi essere così fuori dal mondo. Non poter controllare le mail, non poter aggiornare le pagine social, non poter guardare cosa stesse facendo in quel momento Giacomo, il tuo stupissimo ex ragazzo. Una cosa che amavi ispezionare era l’avanzare della sua calvizie precoce. Forse tutto il karma che gli avevi gettato addosso alla fine della vostra storia stava iniziando a funzionare. Lui sì che era un’altra vicenda a cui pensare, magari proprio durante le interminabili sessioni di meditazione in cui l’unico obbligo vigente era liberare la mente da ogni immagine negativa.

Nella stanza dell’ostello a camerate da otto persone non c’era nemmeno una singola tacca di rete, e Marta diceva che era stata scelta appositamente la location, per rimare più puri possibile, liberi da ogni oppressione del mondo esterno. Caro, vecchio e amato mondo esterno.

Sembrava una dannata clinica per la disintossicazione.

Il frusciare delle foglie ti risveglio dal torpore che ti stava prendendo all’ombra dei pini.

-Che strano. – disse una voce poco distante, che riuscivi a sentire a malapena.

Ti mettesti a sedere ed iniziasti a guardarti attorno. La voce la udivi ormai distintamente ma non vedevi nessuno nei paraggi.

-Sono qui.

Ti voltasti di scatto.

Aveva tutta l’aria di essere un guru, un compagno di Oliver, aveva la stessa dannata camicetta di lino aperta fino a quasi metà petto e gli stessi pantaloni a coste larghi, infradito di pelle e capelli lunghi e lisci.

-Come dici scusa? – Era timida anche la tua voce, violata in un momento di fragilità estrema.

Se ne stava di fronte a te, chinato e con il palmo della mano a spingere la corteggia del più grosso albero che c’era nei dintorni.

-Dico, che la natura è molto strana, qui. – Disse, assicurandosi di scandire tutte le parole.

-Già. Ed è anche una vera rottura.

-Sono d’accordo. Non fosse stato per mio fratello Oliver nemmeno sarei qui.

-Ah! – Ti colse l’imbarazzo. – Tu sei il fratello di Oliver?

-Sì, tranquilla però, io sono più un tipo da spritz. Insomma, non ho trovato nemmeno un bar da quando siamo arrivati.

Era come se ti leggesse nei pensieri.

-Pensa che io cercandone uno mi sono persa in questa dannata pineta.

-Allora menomale sono arrivato a salvarti.

Ti preoccupasti immediatamente di abbassare lo sguardo. Già ti aveva vista piangere, l’ultima cosa che desideravi era che ti vedesse anche arrossire come una quindicenne. Si rimise in piedi sgranchendosi le ginocchia e ti si avvicinò facendo frusciare tutte le foglie, una per una, allungò verso di te la mano grande e ti aiutò a rimetterti in piedi.

-Sono Carlo, piacere.

-Laura.

Scuotesti un po’ i vestiti sporchi di bosco, lui si inginocchiò e ti tolse dalle ciabatte un ago di pino. Ti porse il braccio.

-Venga l’accompagno verso la civiltà.

Sorrise. Un bel sorriso. Affascinante. Ti stregò a tal punto che ti avvolgesti al suo gomito così salda come non pensavi di poter fare.

-È strana la natura, non trovi? – Ti disse sussurrando.

-La trovo solo noiosa. – Rispondesti attratta e sognante.

-Tutti questi alberi sembrano di plastica. Come in quella canzone dei Radiohead.

Serie: Laura
  • Episodio 1: Sosta vietata
  • Episodio 2: Echi
  • Episodio 3: Finti Alberi di Plastica
  • Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

    Responses

    1. Ci sono persone che proprio non vanno d’accordo con la natura e si trovano a disagio. Carlo e Laura, ad esempio. E lì hai resi credibili. Un racconto cinematografico, narrato alla seconda persona, che a me piace. Alla prossima 🙂

    2. Il personaggio di Carlo è delineato in modo chiaro e semplice.
      Sono riuscita ad essere lì con loro attraverso le descrizioni.
      Ho ancora molte domande che devono avere risposta quindi attendo il prossimo episodio.