Fiordiprato

Durante la notte,
i cacciatori uscivano dal villaggio,
per rubare gli occhi ai sogni 
e far cieche le speranze.


La montagna scendeva fin sotto il mare,
tra rottami di barche
che il signore degli abissi
aveva sbattuto contro la roccia,
perché cavalcate da marinai 
che disturbavano il suo sonno.


La pianura aveva sabbia
che non nutriva l’erba
e il ruscello che era secco 
come arsa legna,
mentre la vecchia rimestava 
in una grossa pentola di rame
che ardeva sulle fiamme accese
della cenere del presente.
Girava e rigirava 
e ogni granello di quel brodo
vorticava, scendeva in basso,
risaliva e ritornava ad affogarsi.

Quando l’ombra della quercia 
cominciò ad allungarsi,
perché la luce la spingeva 
sulla fredda e asciutta spiaggia,
un poco di quel liquido
pescò la megera con un dito
e soffiando lo lanciò in giro.

Nello stesso istante
la ruota del carro,
sospesa sul fosso
in attesa di una preda,
si mise a toccare terra,
per riprendere  il suo corso,
adesso che aveva un nome 
da portare ai cacciatori.

Fiordiprato aveva sedici anni
e voleva due figli ed un amore, 
che l’accompagnasse alla vecchiaia,
in una vita senza affanni.
Ma
il destino in agguato
senza timore di far male
aspettò che fosse sola
per strappparle il sogno
di un futuro migliore.


La pioggia,
nel vedere quel corpo sfregiato
dimenarsi con le mani in volto,
cominciò a piangere a dirotto.
Un fulmine si incantò
a guardare la grazia della fanciulla
ora, che giaceva inerte,
accasciata sulla radura,
con le gambe scoperte
che pareva una scultura.

Una nuvola corse 
a scontrarsi con un’altra
e ne uscì una saetta 
che  gridò il suo sdegno,
chiedendo al signore del cielo,
di non permettere quello scempio.

Nel silenzio assoluto,
la tempesta mandò il lampo messaggero
a svegliare il vento,
affinchè intervenisse veloce e severo.


La vecchia a quella vista, 
fermò il suo mescolare;
mise il coperchio sulla pentola,
perché non le scappasse di mano
la sorte del genere umano.
Tirò fuori dalle mani 
 le unghie affilate 
e con quelle squarciò ll’aria,
per parlare con l’Ignoto
che si celava dietro quel sipario.
Il
re del presente
che il sorriso e il pianto 
intrecciava e scioglieva
e muoveva a suo piacere,
nascosto nella sua buia tana,
per non svelarsi nemmeno a se stesso,
le fece cenno di avanzare.
La
fedele soldatessa da lui creata, 
quale braccio del suo volere,
si mosse un poco, 
per mettersi  inginocchiata
e chiedere ciò che la turbava:
«Dimmi, cosa ordini 
mentre cresce la rivolta,
di cui, son certa, senti i rumori!
Dimmi se è roba che non fa danno
ciò che avanza per reagire 
al destino di Fiordiprato.»

L’ignoto rispose con una grossa risata,
che le pareti della caverna
presero a vibrare
come tamburi battuti da grossa clave.
Poi, smise di scatto, 
a far tremare i sassi, e disse:
«Bene hai fatto a rallentare il passo, 
a chi indirizzi e cambi il viaggio.
Non aver fretta e non temere,
perché la tempesta sarà stata invana,
quando dovranno usare le mani per pregare
che la loro sorte non sia dannata!»
A quelle parole,
Il mare si alzò sopra il tetto del cielo,
fino a raggiungere la stella più vicina,
per raffreddarne il calore.


La terra cominciò ad essere di ghiaccio
che persino il gelo non trovò sollievo.

Pareva tutto perso 
che intorno anche l’aria
si saldava al fiato
divenendo un boccone amaro
che toglieva il respiro
e teneva il corpo stanco
a chi volesse muovere le braccia 
per salvare la fanciulla schiava.


Ma un fulmine scattò veloce
s scendere a fianco di Fiordiprato,
per darle quel tanto di tepore 
che la facesse respirare ancora
per non farla diventare
prigioniera della malasorte.


Il re della caverna, 
vista quella scena,
chiamo a sè la dea più bella 
chiedendole di apparire
con il suo concupiscente agire.
La
regina degli innamorati,
che gli amori ricamava
per disfarli con il tradimento
si presentò al fulmine 
con l’arte del corteggiamento.
Avanzava con un vestito rosso che
ad ogni suo movimento
scopriva i fianchi sino ai ginocchi,
e che svelava le sue grazie
calde di desiderio 
e vogliose di strofinarsi addosso
a chi le guardasse con la saliva alla bocca.
Il
fulmine cercò di non guardare
ma gli occhi andavano dove,
si potesse togliere alla  donna 
tutto quello che le copriva il corpo.


Il vento, accortosi del pericolo,
soffiò forte su una vela,
che portava una barca alla deriva,
fino a spingerla a coprire
le movenze erotiche della sirena
e a distrarre il fulmine dal torrente di piacere.

Colui che c’è e non si vede 
nulla disse 
come chi non c’è e non esiste,
ma l’amore che non si dispera e che  soccorre e rende  forte,
uscire volle dal suo guscio senza materia,
per mettere fine a quelle intemperie.

Così Il fulmine si bagnò del calore 
che la fanciulla aveva  in cuore
e nacque da quella passione
un cuore traboccante amore
in quel che si dice uomo.

Questi, con petto in fuori,
che parea  più muscoloso,
sollevò Fiordiprato,
per portarla in altro loco.

Le onde dall’alto ridiscesero dov’erano,
prima del salire sopra il mondo,
per fare il giorno quieto
e la notte da guardare
al chiaro della luna e delle stelle,
senza il signore degli abissi
a influenzare le maree, 
a disporre dei porti
secondo le sue pretese,
e senza quello del cielo
a disporre dell’universo
e delle sue coscienze.


La vecchia e il suo padrone,
si rifugiarono 
in una prigione dalle pareti spesse 
che un terremoto non avrebbe smosso,
così che il destino fosse una scelta di ognuno
e non il capriccio di qualcuno.


La divina adescatrice, 
non solo nel libro delle fiabe, 
fu lasciata  a dire e a fare,
ma anche nella fantasia dei marinai,
quando si annoiano del loro navigare stanco,
e in quella degli amanti,
quando non vogliono essere santi;
purché tenga lontana la bramosia della guerra
e non sangue faccia bere,
ma nettare di piacere.

Da allora,
la lava dei vulcani ribolle dentro le pieghe delle sue ore,
in attesa di muoversi,
o di restare ferma.

Durante la notte,
i cacciatori escono ancora
per cercare i sogni perduti
di chi spera di trovarli
prima che siano altri a cercarli.
Ma
ritornano a mani vuote
da dove sono venuti,
mentre tutto scorre,
tra l’oscurità e la luce.

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