Firenze, il vicolo e il baretto.
Serie: Spagna 1982
- Episodio 1: L’inizio del mondiale… la prima volta non si scorda mai.
- Episodio 2: Seconda partita… Massimo, Claudio ed il caffè rituale.
- Episodio 3: Dalla Sardegna al “mundial”.
- Episodio 4: Firenze, il vicolo e il baretto.
- Episodio 5: Da Milano all’Alfetta
- Episodio 6: Metti una sera, con dei commilitoni..(Italia Polonia)
- Episodio 7: La finale: da Genova, finestra sul Mondo
STAGIONE 1
Firenze si perde nelle sue meraviglie, ammantata da una luce particolare, il suo centro si snoda tra echi d’arte e piazze maestose, l’Arno bagna la città, che vive pulsa toscanità giorno per giorno, senza perdere nemmeno un attimo per fartelo sapere. Ad ogni angolo del centro, Firenze vuole che tu sappia esattamente dove ti trovi.
Ad esempio, prendiamo un vicolo a caso, lì passiamo sotto al voltino e seguiamo un uomo, non un uomo in particolare, un toscano d’altri tempi, di quelli che si dice non ne facciano più. Una camicia a maniche corte, un pantalone, un cappello sulla testa. Un uomo degli anni ’80.
Sottobraccio un giornale, probabilmente un quotidiano, intravediamo a malapena qualche parola del titolo, reca la scritta “Caso Calvi”, riferito al caso del banco Ambrosiano, che in quei giorni imperversa nell’attualità e nella cronaca. Con la nostra telecamera immaginaria, in un discendente piano da dietro la sua testa, che da campo largo diviene sempre più stretto, fin quasi a toccare la manica di camicia del nostro personaggio, senza disturbare, immaginiamo di seguirne i passi.
Svolta, cammina sicuro. Allunga una mano, afferra la maniglia, apre la porta che si spalanca: oltre la coltre di fumo ed odore di vino che ci invade per un secondo, la voce di uno degli occupanti interrompe il momento:
«Oh, va che l’è arrivato Gino!» l’uomo che abbiamo seguito, finalmente ha un nome, che potrebbe essere diminutivo di Luigi, ma non lo sapremo mai con certezza.
«Oh Gino hai fatto tardi oggi!» fa eco un altro avventore, evidentemente abituale, del bar, dal folto dei suoi baffi brizzolati e dalla capigliatura ormai diradata dal passare dei lustri.
«Ginetto è arrivato ultimo e paga da bere!!!» il simpaticone del gruppo, certamente, che afferma quanto scritto, suggellando tutto con una pacca sulla spalla del buon Gino, il quale si sistema gli occhiali da lettura e, con un sorriso, rimanda al barista un cenno con la testa, come a dire, “va bene”.
«De’, Gino, ‘un ti s’aspettava più» il barista lo accoglie con uno spiccato accento toscano, simpaticamente, mentre ha già preso il fiaschetto di chianti dal quale rabboccherà i bicchieri ormai vuoti dei suoi clienti.
Gino e i suoi due amici, più il barista, formano quello che le mogli chiamano “il quartetto del baretto”, ormai da molti anni, sempre più presenti al loro tavolo del bar, a scambiarsi le idee, bere e giocare a carte, un po’ per non stare a casa in poltrona a sfiorire lentamente nell’inedia della pensione ed un po’, francamente, per godersi un ambiente così familiare dopo gli anni di lavoro.
Gino, Vanni e Piero. I tre del tavolino, sempre lo stesso, da anni. Uguali e profondamente differenti tra loro.
Prendiamo Vanni, ad esempio, il baffuto di prima, il meno bravo a parlare dei tre. Non perché ignorante, ci mancherebbe, ma taciturno di carattere. Difficile fargli uscire una parola di bocca e qualora le avesse pronunciate, le avrebbe colorite con il tipico vernacolo alla toscana. Ecco, non proprio un genio comunicativo, il Vanni. Lo chiamano “lo sconcio” perché è solito affrescare le sue frasi con qualche parolaccia, a volte, decisamente di troppo. Compresa qualche bestemmia, che, ovviamente, vi lascio semplicemente immaginare.
Piero, invece, é più affabulatore. A differenza di Vanni, che aveva lavorato una vita come muratore, Piero si era dedicato alla vita d’ufficio, “è quello studiato, lui” gli facevano gli altri due, con quel vocabolo decisamente e volutamente errato. Era stato un impiegato comunale all’anagrafe, dopo il diploma. Non aveva, Piero, idee politiche; lo chiamavano “centrino” proprio perché tra destra e sinistra, lui stava in mezzo. Diceva che così era possibile prendere il buono che potevano dare entrambe le fazioni. Gino era d’altro avviso.
Era stato partigiano prima, sindacalista in fabbrica poi. Ma mica un partigiano di quelli per dire, uno “vero”: aveva persino sparato ai fascisti. E lui la odiava, la destra.
Vanni di politica non vuole capirne. Gli frega poco delle battaglie al Governo, dei franchi tiratori, del “pentapartito” o qualsiasi altra cosa avessero “messo a mezzo sti bischeri!”. A Vanni interessa il suo vino, sua moglie Loretta e, soprattutto, il calcio, non certo del Governo. Del resto, per la semplicità del Vanni, erano tutti uguali e, quindi, a lui non fregava praticamente nulla.
Diversi questi tre, con il loro amico barista, che si chiamerebbe Roberto, ma al quale avevano affibbiato il soprannome “crodino“, così, perché sembra un vezzeggiativo.
Ma, viene da chiedersi, cosa accomuna i tre clienti del bar di un vicolo fiorentino? Esatto, la Fiorentina. Grandi estimatori della “viola”, tutti e tre. Avevano visto il primo, storico, scudetto della squadra nel ’55-’56.
Strano tipo, Vanni. Che aveva un figlio nato nel 52, che aveva giocato a pallone per anni e, quindi, si arrogava il diritto di saperne più degli altri, di calcio. Sa sempre tutto, lui.
Gino era il più accanito tifoso, classe 1920, sessantaduenne convinto che in piazza ci scese nel 1968/69, ma per lo scudetto della viola, il secondo. Mica per le proteste, diceva che lui la sua guerra l’aveva già fatta e ora toccava alle tre figlie fare le loro, di guerre.
Piero, da buon intellettuale quale si spacciava, un tipo tutto loden e AlfaSud, parlava solo di errori tecnici, dopo la partita, certo, così son capaci tutti. Su una cosa però, erano d’accordo: Giancarlo Antognoni.
«Se non gioca Antognoni, si va fori contro l’argentini!» diceva Gino,
«none» tuonava Piero «se te fai giocare Conti largo, che l’uomo lo punta, la mette in mezzo che c’è Graziani che di testa “l’è forte”. Gli si fa gol, ve lo dico io!»
«Ma quale Conti e Conti…l’importante, so’ le marcature in difesa.» Vanni tuonava la sua frase , intrisa di senso calcistico, da intenditore quale diceva di essere, lasciando cadere dall’alto del suo, presunto, sapere, l’ascia della giustizia raffigurata dal suo dito indice che, dapprima, si leva in aria come una spada e, subito dopo, punta dritto il centro del tavolo, mimando il “mettere un punto” alla sua frase.
«Eh, le marcature. Quelli c’hanno il capellone davanti, se gli capita il pallone bono, quello la mette! Hai voglia a pregà Zoffe di parà un pallone…l’è vecchio quello. L’è pure gobbo!» Roberto. Gobbo lo definiva per avere l’onta di giocare nella Juventus ed era convinto che Mario Kempes avrebbe fatto gol. Ovviamente, Zoffe, altri non è che Dino Zoff, ma i nomi non importano a questi tre ed, ovviamente, nessuno si sarebbe mai permesso di riprenderli, Roberto, o meglio “crodino”, li trova simpatici proprio perché più si scaldano gli animi e più nomi sbagliano, in una verticale discesa dall’italiano al vernacolo puro.
«Ancora…e no! Kempes gli serve uno che gli dà la palla. C’hanno lì, quello piccolino..Maradona..se te gli metti Tardelli addosso, che corre per due, ‘un si move più e addio Mariokempesse!» Vanni aveva sentenziato. Era diventato “mariokempesse“, tutto attaccato, ovviamente. Roberto, che ride di nascosto, non glielo dice, a Vanni, anche perché non gli sembra corretto interrompere la discussione solo per ricevere il solito “vaffa” come risposta.
«A me mi garberebbe vede fori quel Rossi, che tanto l’è inutile. Io metterei Conti largo, Antognoni a fa il suo in mezzo e Graziani a fare la punta da solo. Al limite, dentro puoi buttà Artobbelli, che mi sembra mica male» dice Gino, serafico sulla sua sedia. Artobbelli, era quello che per tutti sarebbe stato conosciuto come “Spillo” Altobelli, ma, logicamente, Roberto passa oltre senza commentare.
Non c’é verso. Chi avrebbe portato Bettega anche senza una gamba, chi voleva Zoff fuori dai giochi, insomma ognuno tiene fede alla sua idea. Su una cosa nessuno transige: doveva giocare Antognoni. Normale, per dei tifosi viola negli anni ’80, Giancarlo Antognoni, classe e capacità indiscusse, è l’idolo di ogni tifoso fiorentino. Loro tre sono tifosi della Fiorentina, appunto e, quindi, per loro Antognoni deve giocare. Sempre. Ad ogni costo.
Definivano persino “una massa di ‘gnoranti” i giocatori, rei, secondo il parere dei tre “esperti”, di aver messo su il silenzio stampa perché si vergognavano a parlare con i giornalisti. Tranne Antognoni, sia chiaro, lui no, lui fa bene perché “c’ha da sta concentrato” sennò in campo non rende. Non fa una grinza, almeno son coerenti.
Avrebbero scommesso qualunque cifra, tuttavia, che sarebbe stato titolare al posto, secondo loro, di Gabriele Oriali, compreso Vanni che, parlava poco, ma era il bastian contrario di turno.
Roberto, ridacchiando, va ad accendere la televisione, dopo aver sistemato le sedie e svuotato il posacenere dei tre che fumano come dei disperati, pensando che tanto nessuno è Bearzot e l’allenatore avrebbe fatto come gli pareva, tanto lo aveva sempre fatto, prendendo le responsabilità delle sue scelte. Sintonizzato sul canale giusto, improvvisamente cala il silenzio nel bar.
Via le chiacchiere, via le discussioni, ora resta tempo solo per la sigla della trasmissione e la voce del solito cronista, collegato dallo stadio:
«Amici telespettatori italiani, benvenuti…qui, dallo stadio Sarrìa di Barcellona, casa dell’Español, un cordiale buonasera. Vado ad annunciare le formazioni della partita tra l’Italia e l’Argentina, valevole per la coppa del Mondo 1982».
Usciamo a ritroso, adesso, dal bar fiorentino, abbandonandoci dietro alle spalle il silenzio sacrale che si è creato e sperando che, finalmente, si sblocchi un certo Paolo Rossi. Chissà, magari è la volta buona.
Serie: Spagna 1982
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- Episodio 2: Seconda partita… Massimo, Claudio ed il caffè rituale.
- Episodio 3: Dalla Sardegna al “mundial”.
- Episodio 4: Firenze, il vicolo e il baretto.
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- Episodio 6: Metti una sera, con dei commilitoni..(Italia Polonia)
- Episodio 7: La finale: da Genova, finestra sul Mondo
Aveva ragione Vanni. La chiave della partita fu la marcatura di Gentile su Maradona.
beh, diciamola tutta, il Vanni l’ho fatto parlare con il classico “senno di poi” 😉
Il vernacolo di sti bischeri mi fanno venir a mente i compagni di merende ogni riferimento ai nomi è puramente casuale, la sceneggiatura di una scena cult dei Giancattivi. 💣Bomber.
Dico la verità, in questi racconti un pezzetto di me c’è..in ogni racconto ho inserito anche qualcosa di mio, compreso il vernacolo, sentito parlare sin da quand’ero bambino, dai parenti toscani! 😉