Fortj

Serie: L'imperatore dei Mari


I due assalitori, ancora doloranti, facevano strada a Sei e Jolly Roger tra le strette vie di Patajui. In uno dei cunicoli tra i rami della lussureggiante vegetazione, pendeva un’insegna intarsiata nel legno, a forma di scudo semi-rotondo. Subito sotto l’insegna l’ingresso era scavato nella corteccia di un albero secolare. La porta era molto liscia, quasi fin troppo fine per la fama del posto, una feritoia tagliata in quattro da una croce in ferro battuto, adornata da vetri opachi, dava un tocco ancor più maggiore di normalità.

«È questo il posto.» Disse Lork.

«Bussa.» Lo invitò Tarem.

Sei colpì la porta con il pugno. Nessuna risposta. Assestò altri due colpi, questa volta con più fermezza. Niente. Il ragazzo aprì la mano e diede tre colpi ravvicinati, così forti da fargli bruciare la pelle, immediatamente diventata rossa.

La feritoia s’aprì: «Quanta fretta. Che c’è?» Disse una voce maschile molto roca.

«Io e i miei amici, qua, vorremmo farci una bella bevuta. Abbiamo un po’ di Nicule da spendere.» Disse Sei facendo dondolare il rumoroso sacchetto ricevuto da Jark.

«Tu entri, loro no.»

«Ma perché mai!» Protesto Tarem.

L’uomo, con un grugnito, fece indietreggiare i due giovani balordi, aprì la porta e fece accomodare Sei: «Fermati lì.»

Sei obbedì. Il nano, a guardia dell’ingresso, richiuse la porta dopo aver lanciato uno sguardo truce a Lork e Tarem attraverso la finestrella, scese dal suo alto sgabello con un’agilità non consona alla sua stazza: braccia e gambe tozze contenevano un addome pingue. La piccola stanza era interamente pervasa dal fumo della pipa, come ogni nano che si rispettasse, fumava tabacco dei nani, rigorosamente con la pipa. Stranamente il suo volto era glabro, tuttavia non sembrava molto giovane.

«Apri la sacca.»

Sei gli concesse di perquisirla; Jolly Roger se ne stette buono, facendosi toccare dalle grassocce dita e osservare da quegli occhi grigi e vuoti.

«Puoi entrare,» sentenziò il nano «e non guardare nessuno dritto negli occhi, ragazzo. A meno che non sia strettamente necessario.»

«Saprò stare al mio posto, tranquillo.»

«Non dirmi di stare tranquillo. Questa è la Locanda di Kal il rosso, la tranquillità non ha idea di dovi si trovi questo maledetto posto.»

Sei uscì da quella stanza attraverso una porta fradicia, pendeva da un cardine, e iniziò a scendere una ripida scala scavata nella terra. Raggiunto l’ultimo scalino si trovò difronte delle porte pieghevoli, da cui proveniva una musica sommessa e un leggero brusio. Le attraversò e fu ospitato da una grande sala buia, illuminata solo da qualche candela appesa alle pareti e dal camino in fondo a sinistra. Il brusio cessò, gli gnomi smisero di suonare i loro flauti, le teste si alzarono per individuare il nuovo arrivato, nessuno lo conosceva, gli avventori della locanda ripresero a parlottare sommessamente non perdendo di vista il ragazzo.

«Siamo entrati, adesso fai esattamente come ti dico io, intesi?»

«Bene.» Rispose Sei aprendo la sacca sul tavolo, in modo che Jolly Roger potesse vederlo.

«Appena si avvicinerà qualcuno per chiederti cosa ti serve, tu risponderai un rum e della carne, in questo modo ti scambieranno per un uomo di mare.»

Sei annuì.

Non passarono più di due minuti; un uomo dai lunghi baffi, senza capelli, con grossi bicipiti marchiati da strani segni, si avvicinò al giovane e fece un segno con il capo, spingendolo verso l’alto.

«Un rum e della carne.» Rispose Sei.

«Siamo su un’isola, è difficile trovare della carne.» Sbottò l’uomo con una voce più sottile di quanto si potesse immaginare.

«Sono stufo di mangiare ogni giorno pesce. Finalmente tocco terra e voglio assaporare altro, portami della carne.» Rispose risoluto Sei.

«Ti costerà, parecchio.»

Sei non rispose, attese che l’uomo si fosse voltato e tirò un sospiro di sollievo. Il resto degli uomini continuarono a occuparsi delle loro cose. Sei si guardò velocemente intorno e poco distante dal camino notò l’unica presenza femminile della locanda. Era graziosamente seduta di fianco a un ragazzo intento a giocare a dadi, gli poggiava la mano sulla spalla e emetteva risolini smorzati dalla mano che portava davanti alla bocca. Vestiva di un’elegante veste blu, talmente raffinata da chiedersi cosa ci facesse tra quel manipolo di teste calde.

Lo sguardo tornò sul tavolo quando l’uomo di prima poggiò con veemenza il bicchiere pieno di rum, facendone cadere qualche goccia; con occhi corrucciati, l’uomo, si leccò l’alcol finito sulle sue dita, facendole scrosciare .

«Bevilo,» disse Jolly Roger «in un sol sorso, e non tossire. Non ci faresti una bella figura.»

Sei eseguì l’ordine. Il liquido non doveva essere dei migliori, tutta la gola bruciò, poi l’ardore divampò nello stomaco, Sei si accasciò leggermente sul tavolo e iniziò a tossire secco.

«Ottimo. Stai in guardia adesso.» Disse lamentosa la bandiera.

La locanda si riempì di risa, lo indicavano e ridevano sguaiatamente.

I due ragazzi vicini al camino, smisero di giocare, si alzarono e si diressero verso la porta quando un uomo dalla benda su un occhio e una gamba di legno, afferrò il giovane: «Dove credi di andare? Devo recuperare le mie Nicule.»

«Non posso perdere tutto il giorno, come tu non puoi perdere tutti i tuoi averi. Ti sto facendo un favore, fidati.»

«Un favore? Devi darmi la possibilità di recuperare.»

«Non è il tuo giorno fortunato, credimi. Poi la signorina qui,» indicò la giovane vestita di blu «è stanca, vorrebbe riposare. Sarebbe poco cortese non esaudire un suo desiderio, non credi mio buon amico?»

«Io voglio indietro i miei soldi!» Urlò l’uomo colpendo a mano aperta il volto del giovane, che capitolò sul tavolo di fianco rovesciando brocche e piatti a terra.

Due manigoldi spinsero il giovane, come se la colpa di tutto fosse sua, e si alzarono a muso duro.

L’uomo con la benda e la gamba di legno afferrò per un braccio la ragazza: «O i soldi o la ragazza.»

Sei si alzò dal suo posto.

«Non impicciarti, ragazzo.» Lo supplicò Jolly Roger.

Era troppo tardi. Sei aveva già afferrato per la testa i due davanti il giocatore di dadi facendole cozzare tra loro, poi, roteando accovacciato a terra, con un preciso calcio, colpì la gamba di legno dell’altro facendolo capitolare al suolo.

Il resto dei beoni si posizionò davanti l’uscita. Sei si passò la tracolla attorno alla spalla, chiuse gli occhi, quando li riaprì dalle mani uscivano filamenti lattiginosi, chiuse i pugni per poi riaprirli, in direzione degli avversari, con uno scatto rapido: un turbinio li investì in pieno scaraventandoli a terra.

«Andiamo!» Ordinò Sei ai due.

Il trio salì veloce le scale, raggiunse il nano che sgranò gli occhi davanti a tanta veemenza, sbatterono la porta alle spalle: Lork e Tarem erano ancora lì, in attesa di Sei.

«Fortj?» Chiesero in coro.

«Lork? Tarem? Che ci fate qui?»

«Che ci fai tu?» Protestò Lork.

«Vi sembra il momento di discutere? Presto andiamo!»

Fortj, Lork, Tarem e la ragazza correvano veloci, Sei li seguiva mentre si infilarono in alcuni cespugli, mancò la terra sotto i piedi del ragazzo, che colpì la fronte contro qualcosa, perse i sensi e iniziò a rotolare, rovinosamente, all’interno di un tunnel scavato nella terra.

Serie: L'imperatore dei Mari


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa, Fantasy

Discussioni