Fratture

Serie: Trame


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Elena apre il laboratorio ogni mattina alle otto. La chiave entra nella serratura, la porta cede, la luce del giorno si stende sugli scaffali. L’aria porta l’odore della resina, della ceramica macinata, del legno che ha assorbito stagioni. Sul banco centrale attendono oggetti comuni: tazze sbeccate, piatti spezzati, una ciotola incrinata lungo il bordo. Oggetti caduti, raccolti, rimessi in uso. Accanto ai barattoli, una scatola rossa contiene la polvere d’oro.

Elena lavora con il kintsugi. Osserva le fratture, le segue con lo sguardo, poi le accarezza con la punta delle dita, le pulisce, le prepara e infine le unisce. La resina tiene insieme ciò che si è separato. L’oro arriva dopo, percorre la crepa, la rende visibile. L’oggetto non torna integro ma di nuovo utile.

A quarantasei anni Elena ha scelto questo mestiere perché chiede presenza piena. Il corpo si allinea al gesto, il respiro trova una cadenza. L’attenzione scende fino alla punta delle dita e resta lì. La sua vita affettiva ha assunto la stessa forma. Dopo una relazione durata anni e consumata nella stanchezza, Elena ha costruito una quiete ordinata. Le sue giornate hanno un perimetro chiaro.

Marco entra nel laboratorio in una mattina d’ottobre con una macchina fotografica appesa al collo. Si ferma sulla soglia, osserva la disposizione degli oggetti, la luce che cade obliqua sul banco, il modo in cui Elena prepara gli strumenti. Il suo sguardo si muove lento, come se stesse cercando una distanza giusta. Le mani restano lungo il corpo. La macchina fotografica pende, presente e inattiva.

Nei giorni successivi Marco torna. Prima resta poco, poi si ferma più a lungo. Osserva il lavoro senza avvicinarsi troppo. Il laboratorio accoglie quella presenza come una variazione della luce. A un certo punto l’intenzione diventa chiara: l’obiettivo si solleva, si orienta verso il banco. Elena sente la pressione sottile di uno sguardo che chiede spazio. Il corpo reagisce con una contrazione minima. La spalla si irrigidisce, il gesto rallenta. L’idea di essere fissata mentre lavora introduce un attrito.

Marco chiede di poter scattare delle foto. Elena valuta. La richiesta resta sospesa nell’aria del laboratorio, insieme alla polvere fine. Poi la resistenza cede di un grado. La macchina fotografica entra come la luce del mattino: in maniera naturale, senza urgenza. Elena riprende il suo lavoro. Il gesto trova di nuovo continuità.

Marco fotografa gli oggetti prima della riparazione. Le fratture nette, le schegge mancanti, i margini irregolari. Fotografa i frammenti allineati sul panno, le cuciture temporanee, i cunei che sostengono l’oggetto. Fotografa le mani di Elena mentre puliscono una crepa, mentre mescolano la resina, mentre attendono.

Col passare dei giorni l’obiettivo si avvicina. La fotografia entra nei dettagli. Una ciocca di capelli scivola sulla fronte di Elena mentre inclina il capo. La fronte si imperla di sudore quando la luce di mezzogiorno si fa più densa. Le dita, macchiate di resina, ruotano un frammento con precisione. Il pennello sottile segue una linea invisibile. Lo scatto si condensa in un gesto.

Elena avverte una modifica nel suo corpo. Essere guardata mentre lavora non produce distrazione. Produce concentrazione. Ogni movimento acquista peso. La presenza di Marco sostiene il tempo invece di spezzarlo. La calma si approfondisce. Il respiro trova spazio. L’attenzione resta ancorata al banco e, insieme, si espande.

Marco fotografa anche l’attesa. Un oggetto che riposa sul ripiano. La resina che opacizza prima di indurire. La scatola dell’oro chiusa, ferma. La bellezza del processo si deposita nelle immagini. La frattura diventa centro.

La relazione cresce per immagini. Un caffè bevuto in piedi al bar all’angolo, il vapore che sale e si dissolve. Una sosta breve davanti alla porta del laboratorio, la strada che attende. La luce del pomeriggio che scivola sulle spalle. L’attenzione di Elena esce dal perimetro del banco e accompagna Marco oltre l’orario di lavoro. La mente registra abitudini, traiettorie, sorrisi e gesti gentili.

Un mattino Elena arriva prima. Apre le finestre. L’aria fredda entra netta e pulisce lo spazio. La luce disegna i profili degli oggetti in attesa. Elena prepara la fase finale di un restauro. Apre la scatola, mescola la polvere d’oro alla resina. Il composto diventa denso, luminoso. Con il pennello sottile percorre la frattura. L’oro segue la linea e la trattiene. L’oggetto cambia stato. La bellezza appare senza enfasi.

Marco fotografa quel momento. L’oro cattura la luce, la restituisce. La macchina trattiene un passaggio che altrimenti svanirebbe. Elena solleva l’oggetto, lo osserva. Un sorriso breve le attraversa il volto. È il sorriso che arriva quando il lavoro trova la sua forma. L’obiettivo lo coglie senza insistere.

Solo allora Marco porta il proprio oggetto. Una tazza avvolta in un panno di cotone, piegato più volte. La posa sul banco con una cura che parla di uso quotidiano. La tazza ha una crepa netta che scende dal bordo verso il fondo. Ha retto colazioni lente, mani ferme, cadute improvvise. Poi una frattura netta e ha smesso di servire.

Elena prende la tazza e la gira lentamente. La crepa racconta una continuità ostinata. Prepara il banco, pulisce la linea, unisce. L’oro arriva alla fine, percorre la ferita, la rende visibile. L’oggetto non torna com’era. Diventa altro. Sul fondo resta un segno inciso anni prima: una data, una parola consumata dall’uso. La tazza trattiene la luce.

Quando il lavoro è concluso, le fotografie sono finite. Resta la materia. Elena accompagna Marco fino alla porta. La soglia segna un passaggio. Il laboratorio resta alle spalle.

All’alba di un giorno limpido Elena cammina verso il lago. La luce del sole scende sull’acqua e la attraversa. Marco è sulla riva, la macchina fotografica abbassata, il corpo orientato all’orizzonte. Elena si ferma accanto a lui. La distanza si assottiglia e la luce dorata del sole tra i corpi trova una misura naturale.

L’acqua riceve la luce e la restituisce. L’oro sulle crepe riceve la luce e la trattiene. La frattura resta, il valore cresce. Due presenze occupano lo stesso tempo, nello stesso luogo. La quiete diventa scelta.

Continua...

Serie: Trame


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Mi piace come dai vita agli spazi, mi piace molto questa pazienza di Elena che restituisce utilità alle cose. E amo la metafora tra crepe della ceramica e ferite dell’anima. C’è sempre da meravigliarsi nel leggerti, caro Rocco, e da imparare. Grazie!