Fuga a Castel Sant’Angelo

Serie: Il mio avo Marcovaldo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dopo tutto quel che è successo, Marcovaldo riceve un incarico

Roma, 6 maggio 1527

Marcovaldo Albani pensava fosse stata una bella sortita. Aveva perso pochi uomini, a confronto i mercenari spagnoli avevano subìto molte più perdite. Ora la sua compagnia era rientrata a Roma, e lui con loro. Molti soldati schiamazzavano e ridevano dandosi gomitate nelle costole – corpetti metallici permettendo. A Marcovaldo fece piacere vedere che il morale della truppa era alto.

Si fregò le mani, nonostante i guanti d’arme. Dall’alto del cavallo cercò Benvenuto Cellini, voleva proporgli una nuova sortita. Con una punta di dispiacere si ricordò che avevano lo stesso grado, lui non poteva chiedergli il permesso di fare o non fare quel che gli passava per la testa. Piuttosto, doveva domandarlo al capitano generale se non al Papa in persona. Ma dov’erano finiti, quei due?

Allungò il collo per guardare meglio, la folla nel panico che gli ostacolava la vista, quando udì un rumore che non gli piacque.

Si girò a controllare.

La Porta Flaminia aveva ceduto, lanzichenecchi e mercenari spagnoli entrarono gioendo, in volto stampate espressioni di trionfo – già alcuni si massaggiavano l’inguine in vista del divertimento che si sarebbero concessi.

Di fronte a quella scena, la folla esplose di paura. Se già prima era precipitata nel terrore più totale, adesso il danno era completo. E irreparabile.

Non ci fu più nessuno che fuggiva e che si distingueva da chi rubava per poi essere derubato a sua volta, adesso tutti volevano fuggire. I miliziani non poterono fare nulla se non unirsi alla fuga anche a costo di travolgere i più deboli.

Marcovaldo strinse i denti. Se già le scene che aveva visto prima le aveva definite infernali, ora come avrebbe potuto considerarle? Non gli rimase che scappare: radunò la truppa, disse: «Con me» e ripiegarono.

Forti dei loro cavalli, fendettero la folla che ribolliva come in un pentolone, e il fuoco erano i mercenari imperiali.

Marcovaldo individuò Benvenuto Cellini.

Il fiorentino, con un pugno di miliziani con il cappello d’arme, resisteva su una barricata che sembrava fosse stata appena eretta.

Marcovaldo gli si rivolse con un urlo: «Scappiamo».

«No, dobbiamo resistere» ribatté l’altro.

Marcovaldo si sentì avvampare per l’imbarazzo. Pieno di disagio, fermò la sua truppa. «Aiutiamo questi valenti difensori».

Nessuno gli si oppose.

La truppa di Marcovaldo si organizzò intorno alla barricata. Solo erano sprecati, lì, loro che erano cavalieri.

A meno di non abbandonare i destrieri.

Però Marcovaldo non lo desiderava.

Si accorse che la folla si stava diradando, i mercenari imperiali – i lanzi in prima fila – avanzarono come creature mostruose: già alcuni avevano le braghe abbassate da cui gocciolava sangue non loro.

Una donna strillò: «Violentano i bambini».

Un poveraccio piangeva. «Compiono massacri che… che…». Non concluse, pareva avere il timore di farlo, o forse Marcovaldo non se ne interessò perché sguainò la spada:

«Carica» urlò.

«A la gorge» gli fecero eco i suoi cavalieri.

Cavalcarono incontro ai lanzi che, colti alla sprovvista, si ritrovarono con le teste spaccate come frutti maturi.

Gli uomini di Marcovaldo avanzarono in maniera rilevante, dietro di loro quelli di Benvenuto diedero una mano con gli archibugi, nell’aria si diffuse la puzza di bruciato oltre che quella di carne avariata.

I mercenari nemici si ritirarono.

«Ce l’abbiamo fatta» esultò Eriberto.

«Non è tempo di festeggiare. Almeno, non per ora». Marcovaldo lo prese per un braccio, poi udì un urlo corale. Gli uomini al soldo di Carlo V stavano ritornando, più arrabbiati che mai.

Cavalieri e miliziani tentarono di bloccarli componendo una muraglia di carne e metallo, ma la spinta fu eccezionale e, dopo aver visto l’ennesimo cavaliere crollare a terra e venire circondato da lanzi che alzavano e abbassavano spade e mazze sempre più sporche di sangue, Marcovaldo scosse la testa. «Ritirata».

«Ritirata». Benvenuto fu della stessa idea.

«Al Castel Sant’Angelo» gridarono i miliziani, i primi a scappare.

Non c’era altra scelta.

Serie: Il mio avo Marcovaldo


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