Gabbiani (The Scarecrow – 2)

Serie: L'Urlo Muto delle Ombre


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: The Scarecrow - Capitolo 2 Gabriel si assesta un attimo per un riposino...

Gabriel giaceva da qualche ora nel limbo placido del sonno.

Era seduto all’ombra di una palma da cocco, in una spiaggia deserta. I gabbiani volavano alto nel cielo, disegnando cerchi e parabole, lasciandosi trasportare dalla brezza marina. Di tanto in tanto uno di loro atterrava sulla spiaggia, beccando tra la sabbia bollente le conchiglie trasportate dalla marea, o piccoli insetti che si rifugiavano invano tra i grani.

Ai tre o quattro gabbiani presenti dall’inizio del sogno, se ne aggiunse un altro. E poi un altro. E un altro ancora, tanto che nel giro di pochi minuti l’intera spiaggia brulicava di volatili, i quali saltellavano da una parte all’altra, beccando nella sabbia. Il loro sguardo avido, rivolto al terreno in una macabra ossessione di gruppo. Starnazzavano, e non era il consueto garrito, in una certa misura elegante, che si sente giungere da lontano, dall’alto del cielo, quando si sta, per esempio, sul molo. Era un gracchio rauco e gutturale… malefico.

Notò, ad un certo punto, che uno dei gabbiani aveva qualcosa di diverso da tutti gli altri. Indugiò a fissarlo, concentrandosi per capire cosa lo rendesse tanto particolare. E in poco tempo colse un fatto bizzarro: l’uccello era tutto bianco, con le consuete sfumature grigie e… sul dorso una piuma nera. Nera come il carbone. Dev’essere una rarità, pensò Gabriel, poi si passò una mano sulla fronte per levare il sudore, e in quel gesto, il sole che brillava nel cielo gli fece pensare che poteva essere un miraggio.

Strabuzzò gli occhi. La piuma era ancora lì. Peggio. Con una punta di terrore che stava crescendo sempre di più nella sua pancia, vide che anche la testa era diventata tutta nera, di uno scuro che spiccava nel biancore della sabbia. L’orrore crebbe, quando si accorse che tutti i gabbiani – avrebbe giurato che qualche istante prima non erano così, erano tutti bianchi con lievi sfumature grigie – avevano chiazze di piume nere su tutto il corpo, la testa completamente. E i loro becchi, non più rossi, ma neri anch’essi.

E starnazzavano, lanciandogli di sfuggita occhiatacce da quegli occhi senza pupilla, inespressivi, e gli gracchiavano contro. Non avvicinarti. Stiamo banchettando.

In preda al terrore, si mise in piedi e arretrò camminando all’indietro, per paura di dare le spalle a quell’esercito di… corvi. Conosceva bene quegli animali; sempre pronti a beccare il raccolto sui carri, portarsi via una barbabietola o un chicco di grano.

Si passò un lembo della camicia sul viso sudato. Lo fece perché gli sembrava di non vederci bene, ma la vista non migliorava. Forse non erano i suoi occhi: forse il molo stava davvero vacillando, quasi fosse un riflesso sullo specchio dell’acqua che prima era placida e ora era mossa dalle onde. E la sabbia si era fatta trasparente, e sotto di essa giaceva la terra dura dell’aia… di casa sua. Tutta la realtà stava dissolvendosi come se, da quando si era trovato sulla spiaggia, fosse stato intrappolato in una membrana sulle cui pareti interne erano dipinti il mare e le palme, che però si deteriorava sbiadendosi, mettendo in mostra il mondo reale fuori di essa. Passi rimbombanti. Urla di collera.

La membrana si squarciò in un baleno.

L’alito fetido e tiepido di suo padre per poco non lo fece vomitare sul divano.

La luce dalle finestre è calante. Maledizione, maledizione, maledizione! Quanto tempo è passato? Cosa sono questi versi? Corvi. Corvi?! Il carretto è nell’aia, scoperto.

Gli ultimi residui del sonno vennero spazzati via dal ruggito del padre. “Scansafatiche!”

Uno schiaffo dritto sul muso.

“Hai idea di quanto denaro mi hai fatto perdere?”

Un pugno nello stomaco. Devo vomitare…

“Tutto tua madre!”

Un calcio nelle reni.

“Avrebbe dovuto schiattare anni prima, quella donnaccia da due soldi. E tu sei tutto lei!”

Un altro pugno nello stomaco.

“Quella puttana!”

Gabriel si sporse appena in tempo dal bordo del divano, rigettando sul pavimento. Per un istante, nessuno disse più nulla. Le botte si fermarono. Poi, suo padre lo prese per un orecchio, sollevandolo con una tale forza da fargli sentire lo strappo dei tessuti, costringendolo ad alzarsi per non perdere un pezzo del suo apparato uditivo.

Venne trasportato nell’aia, e i corvi si levarono in volo in una nuvola nera, esponendo alla loro vista i tuberi maciullati e ricoperti di feci bianche e piume color moro. Suo padre mollò la presa sull’orecchio, poi gli assestò un potente calcio nelle natiche, mandandolo a sbattere con i denti contro il legno del carro. Senza dire nulla, rientrò in casa, sbattendo la porta e chiudendola a chiave. Non aveva bisogno di istruzioni. Gabriel afferrò i due lunghi manici scheggiati del carro e tirò con tutte le forze, diretto al granaio. Poi, strisciò fino al campo di barbabietole.

_ _ _

Il campo si estendeva a perdita d’occhio, fino all’orizzonte deformato dal calore che, accumulatosi nella terra, risaliva lentamente ondulando gli alberi lontani.

Gabriel si obbligò ad iniziare, portandosi all’angolo del campo, e si chinò. Sentì come centinaia di aghi conficcarglisi nella spina dorsale. Raccolse la prima barbabietola, afferrando il ciuffo verde alla base e tirando con decisione. Il vegetale sbucò dal terreno, rosso chiaro sotto il leggero strato di di terra. Fece un altro passo. Un’altra fitta.

Alle volte si era trovato ad odiare sua madre. Da un lato comprendeva lo scivolone dei suoi ultimi mesi di vita: non doveva essere semplice essere la schiava di un bifolco rozzo e violento. E d’altra parte, quel bifolco rozzo e violento se l’era cercato lei. Lei lo aveva sposato. Forse, Gabriel era ancora troppo giovane per capire sentimenti quali l’amore, e la leggerezza con cui viene assunto quando si è ragazzi, un po’ come l’alcol. Sarebbe cresciuto, si sarebbe innamorato di una ragazza bellissima – o forse nemmeno tanto – e le avrebbe chiesto di sposarla e di andare a vivere insieme, senza pensarci troppo, convinto che sarebbe stata quella giusta. Avrebbe lavorato sodo per costruire la loro casa, il loro nido d’amore. Le avrebbe lasciato il blocchetto degli assegni, o una delega sul conto in banca, e le avrebbe detto di non badare a spese, per la loro casa. E poi, una sera d’ottobre, dopo una lunga e logorante giornata di lavoro, magari alla fine del mese e in attesa del prossimo stipendio per poter respirare un po’, si sarebbe svegliato e sarebbe andato in cucina. E lì, sul ripiano in marmo che aveva solo pochi mesi, avrebbe notato un frullatore. Diamine, abbiamo già un frullatore, avrebbe detto alla ragazza, per sentirsi dire che quello di prima era troppo piccolo. Quello nuovo avrebbe potuto preparare pietanze per dieci persone. “Siamo in due, porca puttana!” le avrebbe urlato conto. E si sarebbe pentito di quel gesto scortese ma, una settimana dopo, il frullatore si sarebbe guastato – magari perché lui gli aveva preso contro facendolo cadere – e allora le avrebbe ancora abbaiato parole scortesi. E di nuovo avrebbe provato rimorso, ma ormai sarebbe stato troppo tardo. Da quel momento tutti i colori avrebbero iniziato a sbiadire, e il loro amore sarebbe diventato l’ombra di quello che fu. E forse sarebbe svanito del tutto. Non avrebbero più potuto fare a meno di bisticciare.

Un giorno avrebbe capito che, a volte, le scelte vengono fatte senza avere la giusta prospettiva sulle cose. Ma prima d’ora, avrebbe serbato rancore per quella donna, che per un male che ella stessa si era procurata, aveva deciso di voltare le spalle al figlio, che invece era sempre stato gentile e riconoscente nei suoi confronti.

Il suo più grande timore era quello di diventare come suo padre. Aveva vissuto le violenze contro sua madre come se fosse stato lui a darle le botte. In qualche modo, si sentiva in colpa. A scuola, non stava mai con le bambine. Gli stava alla larga, e quando qualcuna tentava di invitarlo a giocare, o banalmente gli chiedeva se avesse una matita in più, lui si limitava a rispondere “no”, lo sguardo basso. Non voleva stare con le bambine perché temeva che, se si fosse intrattenuto per più di cinque minuti in una conversazione con una femmina, da un momento all’altro avrebbe potuto perdere la testa. E le avrebbe preso la testa per i capelli, e gliel’avrebbe sbattuta forte sul legno del banco, facendole uscire il sangue dal naso e rompendole i denti.

Era giunto alla fine della prima fila, e il sole era ancora ben sopra la linea dell’orizzonte. Gabriel era fradicio di sudore, ma resistette all’impulso di togliersi la maglietta. Le zanzare lo avrebbero divorato. Si voltò, pronto per iniziare la seconda fila. Una figura avanzava lentamente verso di lui, china sulla terra. Era Agatha, che raccoglieva le barbabietole estratte da Gabriel. Jerome la seguiva trainando il carretto, le vecchie braccia nere tirate allo stremo per quello sforzo a cui però era tristemente abituato. Gabriel indugiò qualche attimo a osservare i due neri, che si affaticavano e si sforzavano per aiutarlo.

Serie: L'Urlo Muto delle Ombre


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Discussioni

  1. Sempre più coinvolgente. Trovo che il parallelismo tra il sogno e la realtà vada a potenziare ulteriormente il presente di violenza che Gabriel vive, e la descrizione della reazione del padre e soprattutto di quello che potrebbe essere il futuro sono estremamente ben realizzate, facendo percepire distintamente qual è la vita che il piccolo si trova costretto a vivere. Bellissima serie!

    1. In questo genere, credo che il sogno sia un elemento utilissimo per arricchire un racconto.
      I sogni sono qualcosa che facciamo fatica a capire, ed estremamente affascinante (o pauroso) se ci pensi!
      Spero che tu possa apprezzare il seguito di questa serie 😉

  2. Mi ha stretto il cuore questo episodio… Il sogno che diventa incubo, una violenza inaudita su un bambino, il salto in un futuro che sembra già scritto e un’eredità di violenza, una persona che da vittima può diventare con naturalezza carnefice. Complimenti di cuore!

  3. Ho iniziato a leggere questa serie dal secondo episodio, attratta dal titolo. Hai tocccato tasti molto dolenti: le problematiche all’interno del nucleo familiare, la violenza di genere e quella di un padre verso il figlio che puó generare altra violenza. Non so cosa potrei aspettarmi dai prossimi episodi, forse qualche scena cruenta e un epilogo poco confortante. In tutti i casi questo racconto mi ha colpito, perció andró prima indietro e poi avanti con la lettura.

  4. C’è un’atmosfera da horror, oltre la descrizione di una “ordinaria” storia di violenza familiare. Le descrizioni, soprattutto del padre e dei paesaggi, mi ingenerano presagi di qualcosa di terrificante.
    Molto ben scritto. Complimenti.

  5. In questa storia si respira un’atmosfera cupa, pesante, frutto dell’amara disillusione del protagonista e fatta emergere nel passaggio centrale in cui il narratore descrive il possibile futuro di Gabriel, come se fosse tutto già scritto.
    Emblematica la figura del padre, presente anche in altri tuoi racconti, così come quella della madre, verso la quale il protagonista prova una connubio di amore-odio.

    1. Hai proprio ragione ad usare la parola disillusione: Gabriel accetta come un fatto inequivocabile la sua esistenza, e forse non spera nemmeno di cambiare la sua condizione. Forse i bambini possono accettare un po’ di tutto, se hanno vissuto fin dalla tenera età in un’atmosfera particolare. Come se si abituassero al fatto che la vita è così come l’hanno vissuta.
      Effettivamente trovo che la famiglia sia il posto più sicuro che abbiamo. Quando il male si annida dentro a essa… non c’è terrore più grande.

  6. Ciò che mi ha colpita, ma proprio tanto, sono le tue parole che tentano di spiegare quanto facile e sempre dietro l’angolo sia lo sfacelo di un rapporto. Quanto rapidamente si possa arrivare a odiare e fare del male. Ci sono disincanto e amarezza nelle tue parole. Mi hai commossa. Molto bravo

    1. Quanto è vero quello che dici: la relazione (ma, in generale, credo che valga per ogni cosa) più bella può trasformarsi in un incubo terribile. A volte per colpa nostra, a volte per colpa di altri. Spesso non ci si rende nemmeno conto che le cose stanno andando sempre peggio, fino a quando non arriva la botta.
      Grazie per aver seguito la storia, spero di poter darvi presto il seguito 🙂

  7. Il passaggio da sogno a incubo fa capire veramente come vive il povero Gabriel. Sei riuscito a passare dall’irreale al reale con una semplicità e efficacitá molto bella.
    Complimenti