Gelatina (1)

Serie: L'Urlo Muto delle Ombre


“Credo di star diventando matto.”

“Dalla faccia non si direbbe che sei al cento per cento… ma forse possiamo ancora recuperare qualcosa” scherzò Enrico di ritorno dalla cucina con due birre ghiacciate.

Gianni gli rivolse un’occhiataccia, di quelle che uno scrittore riserva a coloro che gli fanno notare che il loro romanzo è talmente noioso da averli fatti addormentare con la testa sulle pagine.

“Scusami” disse Enrico. “Quindi che è successo?”

“Lo conosci mio zio Giglio?”

“Quello pazzo per Gesù? Non frequentava una comunità religiosa, o roba del genere?”

“Una setta” precisò Gianni. Enrico annuì con un cenno del capo.

“Potresti chiudere la finestra?” chiese Gianni.

Enrico si alzò e richiuse la finestra girando con forza la vecchia maniglia. “Era per il fumo” disse.

“Sì, certo. È che la corrente… mi mette i brividi.”

Enrico lo scrutò alzando il sopracciglio. Si sedette. “Ok, eravamo rimasti a tuo zio Giglio.”

“Sì” confermò Gianni. “Gesù a parte, la sua passione è il risparmio domestico.”

“Se la passa male?”

“Non proprio, ha una pensione nella media. La sua è più una mania.”

Gianni indugiò pensando. “Dovresti vedere la sua cantina, Enrico. Sembra il rifugio di qualcuno che si prepara all’apocalisse.”

“Come quei tipi in America? Come si chiamano…”

“I Peppers” precisò Gianni.

“Ecco, quelli.”

“Insomma, lui cerca sempre di risparmiare tutti i centesimi che può. Se avesse davanti due confezioni di yogurt, una delle quali a due spiccioli in meno, poi stare sicuro che sceglierebbe la meno cara.”

“E fin qui tutto ok. Sono il primo a dire che ognuno può fare quello che vuole quando si tratta del proprio portafoglio.”

“E poi di questi tempi, come dargli torto?” aggiunse Gianni.

“Beh, sì” convenne Enrico.

“Il problema” disse Gianni fermandosi per mandare giù un sorso di Forst, “è che non fa mai caso alle scadenze.”

“Intendi… da consumarsi entro?”

Gianni annuì con il capo. “Quando entra in un supermercato non si ferma nemmeno nelle prime corsie; le salta proprio e corre dritto allo scaffale dei prodotti in offerta. Che quasi sempre stanno per scadere.”

“Sì, è per quello che sono in sconto” annuì Enrico.

“Già. La cosa davvero disgustosa, però, è che una volta messo in dispensa, scaduto o no, non importa da quando, un vasetto di salsa di pomodoro non si butta. Per nulla al mondo”

L’espressione di Enrico si fece dubbiosa. Ascoltava attentamente proteso in avanti, e una ruga gli solcava la fronte.

“Cristo, un giorno sono entrato nella sua cucina” proseguì Gianni, “dovevo consegnargli alcune carte- burocrazia per le tasse comunali. Stava preparando un brodo di carne per cucinare gli agnolini…”

Gianni si interruppe. Deglutì, poi riprese a parlare.

“Dannazione, me lo ricordo come se fosse ora. Prendeva i pezzi di carne da una borsa di plastica appoggiata sul tavolo e li buttava nel pentolone. E li vedevi galleggiare in quella brodaglia torbida tra i pezzi di carote e cipolla.”

“Un normalissimo brodo, insomma” osservò Enrico.

“No” disse laconico Gianni. “Non un normale brodo.”

Fece una pausa. Riprese.

“Subito… non me ne sono accorto. Ho buttato per caso l’occhio su un punto del tavolo. Il tavolo della cucina di mio zio è grigio, quindi notai subito una macchiolina bianca che risaltava sullo sfondo più scuro. Stavo per distogliere lo sguardo, quando l’ho vista muoversi. Un puntino bianco allungato, come un chicco di riso con un puntino nero a un’estremità che si muoveva… o meglio, strisciava.”

“Oh, Santo Dio” esclamò Enrico. La sua espressione era migrata dal dubbio all’autentico disgusto.

“Sì, è quello che ho pensato. Ed ero seduto a quel dannato tavolo, quindi ho iniziato a provare quella sensazione… come quando vedi una cimice camminarti sulla scarpa e ti sembra di sentirne un’altra che ti cammina sulla schiena sotto il maglione, e un brivido ti trapassa la spina dorsale. E poi ti sembra di averne un’altra in tasca quando metti la mano per prendere il fazzoletto, e un’altra ancora tra i capelli.”

“Il mio sguardo finì sullo schienale della sedia accanto alla mia. Ho dovuto reprimere un conato, Enrico. Uno di quei cosi si arrampicava su per lo schienale strisciando, inarcandosi e distendendosi in avanti, come fanno i vermi.”

Enrico si era messo una mano davanti alla bocca, e venne scosso da un tremito. “Credo di star capendo quella cosa sulle cimici.”

“Intanto mio zio continuava a prendere i pezzi di carne e a metterli in quella brodaglia ribollente – Cristo, ancora oggi mi dà il voltastomaco. Stava infilando le mani unte di grasso dentro la borsa quando ho visto…”

“Che cosa?” esclamò Enrico in crescente apprensione.

“Il bordo della borsa era invaso da quei vermiciattoli… si arrampicavano lungo la plastica dall’interno, si fermavano sull’orlo come a voler scrutare il panorama e poi strisciavano giù, scivolando e ricadendo su se stessi, contorcendosi in quel modo disgustoso.”

“Porca merda” commentò Enrico a mezza voce.

“Sì, e… che schifo” si interruppe Gianni. “Mio zio estrasse un pezzo di carne dalla borsa, e c’era una larva grande quanto il mio mignolo che sbucava dal foro dell’osso. Cadde sul tavolo, e quell’orribile tonfo flaccido…”

Il volto di Gianni si contrasse in una smorfia di disgusto. Enrico si stava guardando il dito mignolo della mano destra, inorridito.

“Ma che razza di parenti hai?” chiese Enrico.

“Me lo chiedo anche io” rispose Gianni pensando. “Ma non è di questo che volevo parlarti.”

“C’è dell’altro?” chiese Enrico sgranando gli occhi.

“Questa cosa dei vermi è successa mesi fa. Ieri l’ho rivisto per la prima volta da allora. Vedi, lui ha la mania di rifilare le sue schifezze a chi viene a fargli visita.”

“Ma che carino” commentò Enrico con sarcasmo.

“Ieri mi ha obbligato a prendere una confezione di dessert alla gelatina. Uno di quelli che vendevano qualche anno fa dentro ai barattoli di latta. Aveva l’etichetta tutta scolorita, e sulle prime ho pensato che fosse cibo per cani; lui sa che ho un cane. Invece lui mi fa ‘ è gelatina’ con la sua voce grassa e gli occhi fuori dalle orbite. ‘ È speciale. Artigianale!’ ”

“Oh, sicuro che era artigianale” scherzò Enrico.
“Una leccornia.”

Serie: L'Urlo Muto delle Ombre


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Bene. Se volevi trasmettere un senso di ribrezzo ce l’hai fatta. Soprattutto a uno come me, quasi fobico per il controllo delle date di scadenza V
    ado a leggere il seguito con molta curiosità…