Genova Brucia 

«Questa realtà non mi appartiene», continuava a ripetersi nella mente Caruso mentre attraversava i vicoli mal illuminati di una Genova sfregiata dai bombardamenti. Il giaccone di panno scuro che lo avvolgeva lo teneva al caldo, ma nulla poteva proteggerlo dalla violenza che gli uomini sono capaci di infliggere a chi sta loro intorno. In tasca, con il colpo in canna, aveva una Luger sottratta a un capitano delle SS finito all’inferno.

Dopo l’armistizio l’Italia era divenuta un terreno di battaglia, dove ogni fazione reclamava il proprio pezzo di gloria. E poi c’erano gli anarchici come Caruso, che della gloria non sapevano cosa farsene e volevano che tutte le guerre finissero con la vittoria della ragione sul capitale e sulla tirannia, che per loro erano la stessa cosa.

Il rifugio della Resistenza era poco distante, immerso nei carruggi, tra topi e borsa nera, dove l’unica legge era quella della mala. Alcuni fascisti, con l’appoggio dei crucchi, avevano rastrellato la zona finendo in imboscate a ogni angolo: se Roma era stata dichiarata città aperta, Genova era un manicomio chiuso a ogni ordine costituito.

Laura aveva venduto il suo corpo fino a quando, stufa, pensò bene di far fuori un cliente, podestà di un paese dell’entroterra ligure. Fuggita con il suo moroso, era finita a Genova in cerca di un vapore per l’Africa francese; trovò solo altro lavoro e perse il moroso tra le braccia di un marinaio slavo.

Laura e Caruso si incontrarono in un rifugio durante un bombardamento: lei rannicchiata in un cappotto di cammello rattoppato, di due misure più grande di lei; lui che non le toglieva lo sguardo di dosso, immaginando il corpo di quella finta bionda che aveva di fronte.

Bastarono poche parole e una fiaschetta di grappa a farli diventare amici; alla fine di quella nottata sarebbero diventati amanti. La guerra non permette lunghi corteggiamenti.

Così la prostituta che ammazza il podestà, Laura, diventava l’anarchica combattente Rosa, compagna di Caruso, il quale di nomi e di vite ne aveva cambiati sin da quando, da bambino, era stato inviato a colonizzare l’Eritrea con mamma, babbo e cinque tra fratelli e sorelle, per poi tornare a casa da orfano. Così diceva quando qualcuno chiedeva della sua vita in Africa.

«Lì ho imparato a dare valore alla vita, a rifiutare l’ordine dall’alto e a uccidere chi cerca di imporlo».

Il porto sembrava l’inferno. Una bettolina carica di bunker oil e munizioni stava ardendo davanti ai magazzini delle spezie, zampillando lingue di fuoco seguite dal fragore delle polveri: uno spettacolo orribile, se non fosse che l’orchestratore di tutto era Caruso, che con i suoi uomini aveva inferto l’ennesimo sabotaggio alla marina tedesca e ai fascisti lecca scarponi di Genova.

Stava ammirando il suo capolavoro quando si accorse della presenza di Rosa, uscita in cerca del suo moroso. Una volta trovato, si mise accanto a lui ad ammirare il fuoco e l’inutile intervento per spegnere quella magnificenza da parte di quelle ombre impazzite che erano il nemico.

Tutto questo aveva qualcosa di erotico: portava i loro cuori a palpitare a mille e, poiché la guerra non ama le lunghe attese, eccoli intenti a fare l’amore nel buio di un anfratto.

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