Ghibellini contro guelfi

Firenze, XIV secolo

«Dagli! Dagli!». La folla sembrava più il Vesuvio in eruzione, come vide Raffaele, dalla finestra del palazzo, che commentò:

«Ma che succede?».

«Nulla». Accanto a lui, la cortigiana restava tranquilla. «I soliti disordini».

«Ma perché?». Raffaele aveva imparato a conoscere la cortigiana, però non sapeva ancora il suo nome.

La giovane fece spallucce mettendo in mostra il seno. «Ghibellini contro guelfi, guelfi contro ghibellini». Scoppiò in una risata. «A Napoli non succedono queste cose?».

«No» si limitò a rispondere. E diceva la verità. Si soffermò a guardare alcuni uomini che ne picchiavano altri. Coraggio tutto italiano: colpivano dove erano sicuri di prevalere, e quindi giù con la vigliaccheria. «Sono stupito».

La ragazza non aggiunse altro. «Parliamo, invece di pensare alla politica». Si risistemò la scollatura, ma lasciando molta pelle ancora scoperta.

«Sì, hai ragione. Sono venuto a Firenze per vendere delle stoffe, so che qui c’è un bel commercio, oserei dire… fiorente».

Lei ridacchiò in maniera molto falsa, e questo dispiacque a Raffaele: lui desiderava la sincerità, la serietà, l’onestà e tante altre cose il cui nome finiva allo stesso modo, non la falsità. Abbassò lo sguardo, e lei reagì con un:

«Cosa c’è!».

«Nulla». Non spiegò cosa gli stesse passando per la testa. Là fuori, sembrava che i moti stessero terminando e rifletté che l’animo dei fiorentini, ma un po’ di tutti gli italiani, era come i capricci della natura: imprevedibile, volubile e da identificare con altri termini declinati alla stessa maniera. Se Raffaele avesse potuto scegliere, avrebbe fatto il poeta, non il mercante. Ma pazienza, posso consolarmi con le grazie di questa fanciulla. Ricordassi il nome… O forse neanche me l’ha detto, l’ho dimenticato. Si diede uno schiaffo mentale: Negli ultimi tempi sono così distratto.

La fissò, l’adorò, e dopo averla mangiata con gli occhi spinse la bocca a baciarle il volto, poi il collo mentre le mani s’infilavano nella scollatura, lei rise, però di nuovo in maniera falsa, e Raffaele udì dei clamori:

«Guardate, un guelfo».

Qualcuno era appena entrato nel vasto salone, il palazzo non era più signorile, neppure si era degradato a una locanda o a una taverna, bensì a una piazza in cui era possibile pestarsi.

«Cosa? No» protestò Raffaele, facendo un passo indietro come se scottato.

«Sì, è un guelfo, uccidetelo» si lamentò la cortigiana, non più una fanciulla da baciare ma una strega di cui non c’era da fidarsi.

E Raffaele capì di avere davanti una spia.

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