Giorno di paga

Serie: L'imperatore dei Mari


Tornati al piano superiore, i confratelli non dissero una parola. Uno aveva sfogato tutta la sua collera su Sei. Lo aveva ripreso per il suo totale menefreghismo e per la sua incoscienza, e lo aveva obbligato a chiudersi in cella, non avrebbe cenato quella sera.

Il resto della serata passò lenta e noiosa. Quattro si apprestava a svolgere il suo turno di guardia quando il resto degli Incappucciati spense le candele e si rifugiò nelle proprie celle in religioso silenzio. Uno era in fondo alla fila, attese che tutti si fossero chiusi le pesanti porte alle spalle e camminò deciso fino alla cella di Sei, appoggiò l’orecchio alla porta in cerca di un segnale: nulla; si accoccolò e sbirciò dalla serratura: si intravedevano i piccoli piedi del ragazzo che era disteso a pancia in su. “Avrà imparato la lezione?” pensò Uno, poi si ritirò nella sua cella, tolse il saio, intinse il cordone, che poco prima era legato ai fianchi, nel tinello, si inginocchiò contro una delle pareti, appoggiò la fronte, con ancora in pugno il cordone e iniziò a flagellarsi.

Non era una pratica comune tra i membri della confraternita, ma Uno, quando perdeva la calma, sentiva il bisogno di auto-punirsi, sentiva addosso la responsabilità, come leader, di darsi una punizione esemplare, non era da meno rispetto ai suoi confratelli, essere il loro punto di riferimento non significava essere intoccabile, perfetto. Anche lui era solo un uomo, anche lui sbagliava, anche lui peccava, motivo per cui doveva avere la lucidità necessaria per condannarsi da sé. Un rimprovero non avrebbe avuto senso, sarebbe stato come pensare ad alta voce, c’era bisogno di una pena corporale, e quella notte, Uno, il leader, tornò a essere un semplice Incappucciato, come gli altri, in punizione per non essere stato in grado di attuare i precetti imparati e insegnati giornalmente ai suoi confratelli.

La mattina successiva, Sei era già in piedi quando Quattro aprì la porta della sua cella. Finito il rituale dell’orinale, Quattro lanciò il saio sul pagliericcio, Sei lo afferrò rapido e si vestì ancora più velocemente.

Anche quella mattina la girandola ruotava e quindi potevano parlare in libertà, Xenxo era con loro. Uno constatò che Sei era molto servizievole, più del solito, doveva aver capito il suo errore ed era pronto a rimediare.

Due controllò la ferita, era migliorata notevolmente, quasi del tutto guarita, la cicatrizzazione procedeva veloce. L’uomo si complimentò con se stesso per il buon lavoro fatto; Sei provò un senso di tenerezza verso il confratello ma allo stesso tempo di vergogna verso se stesso. Tuttavia non poteva ammettere di essere venuto a stretto contatto con Magia.

Le giornate si susseguivano nella loro monotonia, i tornado si manifestavano regolarmente, non erano molto distruttivi, facili da domare. Ogni giorno Sei diventava sempre più saggio, più scaltro, attento, agile, robusto, forte. Metteva in pratica gli insegnamenti di ogni suo confratello, riusciva a pescare, a impastare le focacce, a cucinare, a leggere, interpretare e commentare le scritture della sala della cultura. Sei diventava sempre più uomo, fino alla consacrazione finale, il raggiungimento dell’età per lasciare casa.

Erano già passati sei anni dall’arrivo del giovane figlio di Jark, diventato adesso Sei, il dominatore di tornado, il custode degli arcipelaghi. L’unica cosa invariata era la sua buffa capigliatura, nessuno riuscì mai a convincerlo di cambiarla: testa rasata sui lati e sulla nuca, folta cresta nera.

Ormai il resto della confraternita aveva piena fiducia in lui, non era più il ragazzino, o il giovane confratello, era a tutti gli effetti un Incappucciato, quindi toccavano anche a lui le mansioni di una certa responsabilità.

Una mattina Sei discese la scala intagliata nel faraglione, saltò sulla barca a remi e si sbracciò energicamente fino alla riva, legò la leggera imbarcazione, e iniziò a camminare in direzione del villaggio. Percorse una strada secondaria in mezzo alla foresta collegata direttamente al Giardino del Governatore dell’arcipelago Foresta. Raggiunto il cancello dai battenti in pietra, suonò un campanaccio pendente dalle colonne. In pochi istanti arrivarono due guardie trainate da due enormi cane-orso: fiere dal corpo e testa di cane e zampe d’orso. I due armigeri riconobbero subito l’Incappucciato dal suo vestiario, e tenendo, con fatica, a bada le bestie da guardia, aprirono il cancello scortandolo fino alla dimora.

La reggia era meravigliosa, completamente rivestita in avorio, grandissime vetrate ricoprivano tutto il perimetro della costruzione, l’ingresso era preceduto da scale marmoree liscissime, si poteva rischiare di scivolare se non si fosse stati attenti, Sei infatti si appoggiò al passamano, non si fidava molto della stabilità dei suoi calzari e non ci teneva proprio a fare la figura dell’imbecille.

La porta principale aveva pomelli d’oro, un tappeto proveniente dal subcontinente dell’Est impreziosiva la reggia, enormi candelabri pendevano dal tetto con miriadi di candele multicolore. Le pareti erano adornate da specchi incorniciati in argento. Sei si guardò in uno di essi, pensò che dovesse fare parecchia paura alla gente, forse per l’aria misteriosa, forse per il saio o chissà per quale motivo, ma se lui avesse incontrato se stesso vestito così non si sarebbe di certo fidato.

Il Governatore lo attendeva sul suo rotondo trono, indossava la sua pesante corona in legno pregiato, un elegante giustacuore verde, di velluto, dei calzoni bianchi fino ai piedi, che uscivano dall’orlo inferiore, appoggiati su un comodo cuscinetto posto davanti il trono, le scarpe in pelle di squalo lavorata riposavano di fianco, in disordine.

L’uomo con una mano si carezzava la lunga barba, mentre con l’altra, quando vide in fondo alla sala del suo trono l’Incappucciato, gli fece cenno di avvicinarsi.

Sei camminò deciso, aveva indossato la sua daga di ordinanza, impugnando il manico, verso il trono, a pochi metri di distanza si inchinò su un ginocchio, tolse il cappuccio e abbassò il capo.

«Alzati pure, mio fedele servitore.»

«La ringrazio, Governatore.»

«È sempre un piacere incontrarvi. Mi riempie d’orgoglio. L’idea di utilizzarvi al nostro servizio contro quelle catastrofi», iniziò a dire l’uomo con occhi languidi imitando con un dito il roteare di un tornado, «è stata mia. I miei colleghi non credevano che fosse possibile, stolti peccatori. Non riescono a capire, ancora, dopo tutti questi anni l’importanza di avere il favore degli Dèi dalla nostra parte.»

«Prima o poi lo capiranno, Governatore.»

«In fondo credo che già lo sappiano, per questo il mio posto ancora non vacilla. Spesso ho pensato che volessero sbarazzarsi di me, ma hanno paura.»

«Io ne avrei, se fossi al loro posto, Governatore.»

«Certo, certo. Tu sei un fanatico religioso, ovvio che hai paura degli Dèi, o del tuo Dio, altrimenti non faresti quel che fai. Ma loro, se non credono, perché dovrebbero averne?»

«Perché commetterebbero un errore sbarazzandosi di lei, hanno giurato di essere tutti uguali, la decisione di esecuzione spetta al Consiglio in toto.»

«Tuttavia due voti favorevoli sono bastevoli.»

«Ma sarebbe in ogni caso una votazione impari. Cosa farebbe lei, se al prossimo Consiglio venisse proposta la votazione sulla vostra condanna a morte?»

«Che domande, mi ribellerei.»

«Esatto, magari ordinerebbe alle guardie di difenderla, ma le guardie consiliari sono al servizio degli altri due Governatori, con tutto il diritto di ordinare un vostro arresto.»

«Continua, ti ascolto.»

«Io non invidierei per nulla le vostre guardie, si ritroverebbero in una situazione di stallo, ogni decisione presa andrebbe contro loro stessi, non gli resterebbe che togliersi la vita e lasciare quella disputa a voi, quindi la mia domanda è: può un Governatore con le sue stesse mani togliere la vita a un suo pari?»

«No, ci è vietato.»

«Ecco dunque svelato l’arcano.» Sei sorrise sotto la maschera, poi pensò di aver esagerato «Quantomeno questo è il pensiero di un umile uomo devoto agli Dèi, che non ha idea di cosa siano le questioni di corte.»

Il Governatore lo fissò con sguardo vacuo, non aveva capito una singola parola, poi chiamò a sé, con un gesto secco della mano, un servitore, che trotterellò con un sacchetto scrosciante in mano. L’uomo scese dal trono, senza indossare le eleganti scarpette, fece un paio di passi verso l’Incappucciato e gli lanciò il sacchetto: «Queste sono le Nicule pattuite. Adesso vai.»

Sei si chinò nuovamente sul ginocchio, si rialzò, indossò il cappuccio e lasciò veloce la reggia, prima che il Governatore potesse ripensarci.

Uscì dall’ingresso principale e camminò lungo la discesa ripida che portava al villaggio, si intrufolò nel mercato e raggiunse la bancarella di Jark e Yoni. I due genitori non potevano dire o fare nulla, soltanto rallegrarsi per quella muta e anonima visita, lo riconoscevano sempre grazie alla sua capigliatura. Cassari, sua sorella, stava tornando con degli otri pieni d’acqua, gli sorrise vagamente, poi tornò alle sue cose.

Sei lasciò cadere un biglietto tra le mani della madre mentre le porgeva il corrispettivo della frutta acquistata.

Arrivata la sera, Jark, Yoni e Cassari lessero con ansia il bigliettino: “È giunta l’età per lasciare casa, incontriamoci la prossima luna piena sulla spiaggia.”

La famiglia di Sei non capì cosa avesse in mente il figlio, inoltre la luna era appena diventata piena, c’era ancora molto tempo da aspettare.

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Discussioni

  1. Sei è finalmente adulto, ha appreso le sue lezioni in modo più che soddisfacente. Eppure, in lui si percepisce una scintilla che lo distingue dai confratelli: merito di Magia? Il finale, il biglietto lasciato alla famiglia, mi incuriosisce