Giosuè
A colazione mangio yogurt di soia con frutta. Ogni giorno, da vent’anni. Bevo anche un caffè e poi metto tutto in lavastoviglie. Provo disagio quando, aprendola, trovo le stoviglie disposte a caso. Ogni utensile ha il suo scomparto. E quelli orfani, con un minimo di geometria, possono essere opportunamente disposti in modo da incastrarsi perfettamente tra loro. Avverto un profondo appagamento, quasi una pace interiore, propagarsi da quella ferraglia perfettamente aderente l’una all’altra, senza spiragli di vuoto. Dovrebbe essere così anche per le relazioni: incastri perfetti, ottimizzazione dei processi, abbattimento dell’ambiguità. E silenzio. Soprattutto silenzio. Perché, se tutto è incastrato a dovere, non tintinna. Fa solo un clack.
Eppure, da quando ne ho memoria, il vuoto tiene assieme le cianfrusaglie da cui non riesco a separarmi. E quelle sì che fanno rumore. È come l’armadio pieno di vestiti di me adolescente che non ha più spazio per l’adulto che dovrei essere. Così dice la mia terapeuta. E io le credo, anche se meno di quanto creda a me stesso. Per questo ignoro i suoi consigli con la stessa costanza con cui non manco le sedute.
Il prossimo martedì saranno 156, per un totale di 12.480 euro. Ogni settimana aggiorno il file Excel sotto la voce SPPG (Spese Psicologa Per Giosuè). È una cospicua somma e non del tutto congrua all’impegno professionale. Stare seduti, annuire, alzare un sopracciglio, intervenire di rado per proferire frasi memorabili come:
«Calcoli meno e conti di più per sé stesso».
Ma che vuol dire? Delle volte non la capisco, così le chiedo delle istruzioni pratiche, una To-do List, un compito settimanale. E mentre lei mi spiega come respirare, quale playlist cercare, quale post-it attaccare e dove, io prendo appunti e penso: Giosuè, ma perché non chiedi a ChatGPT?
In verità, capirmi è l’ultimo dei miei crucci, ritengo invece essenziale che gli altri si impegnino a capire me. Per questa ragione, nel tempo, mi sono fatto l’idea che l’uso degli acronimi sia fondamentale. La gente adora le spiegazioni che stanno in una sigla. DSA, APC, ADHD. Vedi, un conto è riempire una serata parlando di dimenticanze, di procrastinazione cronica, di iperfocus o distrazione, un conto è dire: ho l’ADHD. Punto.
Non ammette repliche e salta a piè pari la seccatura di rispondere al contrappunto dell’interlocutore.
La mia compagna dorme sul divano. Credo che non voglia più vedermi e ne ha tutte le ragioni. Solo che queste ragioni non le capisco in quanto non sovrapponibili alle mie. Secondo la dottoressa dovrei sforzarmi, avvicinarmi a lei, parlarle o, quantomeno, limitarmi a farle sentire la mia presenza. Che sciocchezza. Io la guardo comunque, a distanza, usando lo specchio in camera da letto. Angolo di incidenza uguale all’angolo di riflessione. E più la osservo più penso che effettivamente manchi l’incastro. L’incastro fa clack e poi tace. Noi no.
Quindi, considerando costi e benefici per il mio apparato uditivo e il suo sistema limbico, questa suddivisione logistica potrebbe rivelarsi salvifica. Sempre che non decida di andarsene. Questo sì, sarebbe un bel problema, perché lei, tra tutte le cianfrusaglie, è quella che occupa più spazio. Un ammanco di materia così espansa risulterebbe assai dannoso. Potrei svegliarmi al mattino e non vederla bere il caffè. Potrei non sentire la sua voce irritante darmi tutte quelle indicazioni che mi servono per attraversare in sicurezza la giornata. Potrei sentire male, potrei sentire dolore. Potrebbe mancarmi.
Chi le cercherà le chiavi di casa che perde continuamente? Chi le appoggerà lo zaino sul tavolo con accanto il portafogli e il cellulare? Ce la farà da sola? E io ce la farò? Potrei non udire più la sua risata fragorosa mescolarsi con quella dei bambini. Sì, ecco, i bambini. Con ogni probabilità perderei anche loro. Anzi, è già successo. In questi anni ho progressivamente rallentato il passo fino a perderli di vista. Da piccoli li ho maneggiati con estrema cura come si fa con un’auto nuova. Li ho lavati, svezzati, cambiati, smacchiati mentre lei organizzava picnic sul pavimento di casa, cantava De André per farli dormire, parlava e raccontava, leggeva e rideva. A me sono sempre sembrati tutti e tre un po’ alieni, un po’ sciocchi, un po’ eccessivi. Li ho invidiati.
Poi ho fatto la lavatrice.
C’è qualcosa di appagante anche in quello: svuotare il sacco dei panni sporchi, suddividerli per colore e per tessuto, ottimizzare il carico del cestello, impostare la temperatura e i giri di centrifuga. Qualche giorno fa ho sbagliato e le ho ristretto un maglione. Lo ha guardato e mi ha detto: «Pazienza, tanto non era tra i miei preferiti». Sono rimasto immobile con il mini maglione tra le mani a pensare che, senza ombra di dubbio, neppure io sono tra i suoi preferiti. Sono uscito dalla sua wishlist tanto tempo fa. O forse non ci sono mai entrato. Purtroppo, non credo di poter far nulla ormai, e anche se potessi, probabilmente non lo farei.
«Ciao Terè, non ti ascolto più, ho le mani sulle orecchie. So già che sentirò un fragore insopportabile.»
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Mi colpisce come hai raccontato con così grande delicatezza il conflitto tra il bisogno di ordine e il disordine inevitabile dei sentimenti. Ho trovato molto potente il contrasto tra gli “incastri perfetti” della lavastoviglie e l’incapacità di trovare un incastro nelle relazioni. Un’immagine semplice, ma molto efficace.
Alla fine, dietro il controllo e la razionalità si sente la paura enorme di perdere chi si ama.
“e anche se potessi, probabilmente non lo farei.”
il motivo per cui terminano la maggior parte dei matrimoni.