Gita in barca

Tutto ebbe inizio con una lieve pioggia. Le gocce cadevano lente e svogliate dai vetri della macchina. Mi trovavo in un parcheggio, stavo aspettando che lei uscisse dall’ufficio quando lo scroscio della pioggia sulla carrozzeria si intensificò. Iniziarono a cadere gocce grosse come pugni. In breve si trasformarono in vere e proprie secchiate d’acqua.

“Nik, senti, lascia stare. Me ne sto in ufficio fino a quando non migliora. Intanto vai a farti un giro.”

“See, un giro in barca. Va bene dai, ripasso.”

I fiumi si ingrossavano, le mie palle si ingrossavano, tutto sembrava voler scoppiare. Mi stavo aggirando per le vie più vecchie del centro quando la strada si trasformò in un fiume. Letteralmente.

L’acqua incominciò ad entrare dalle bocchette dell’aria condizionata, non lasciandomi altra scelta che uscire dal finestrino della macchina. Cercai rifugio nei piani alti dei palazzi, ma non fu facile. Il fiume si era già impossessato del piano terra delle abitazioni. Scorsi una palazzina. Trattenni il respiro e mi infilai in una finestra del piano terra, raggiunsi la tromba delle scale e in un moto ascensionale raggiunsi il secondo piano.

Quando arrivai guardai fuori, sembrava che la pioggia stesse diminuendo. Guardai i palazzi vicini: tutti avevano pensato di rifugiarsi ai piani alti ma, per qualche strano motivo, la palazzina in cui mi trovavo era presidiata da un solo vecchietto mezzo spelacchiato.

Quando gli chiesi che cazzo stesse succedendo mi disse che la colpa non era della pioggia.

“Non lo sai? La pioggia è solo parte del problema. Il grosso è venuto dal cimitero. Le tombe hanno incominciato a rigurgitare acqua e hanno riempito la strada. Per quello è avvenuto tutto così velocemente. Una cosa del genere non l’avevo mai vista. Assieme all’acqua uscivano ossa e parti di scheletro delle persone sepolte. Ecco guarda là. Gli edifici sono disposti in modo da formare una curva, e tutti i detriti si accumulano li”.

Incredulo, guardai. Un’isola formata da tibie, scapole, crani, rotule. Lì per lì non pensai altro che “Cristo santo, quante ossa di forma diversa che teniamo cucite dentro!”. Non feci in tempo a dire quello che pensavo al nonnetto che rimasi inorridito da un’altra scena. I ratti della città stavano scappando anche loro, come noi e si erano rifugiati sulla zattera-scheletro. “Che animali assurdi – pensai – trovano sempre la strada per sopravvivere!”.

Stavo facendo notare la cosa a Matusalemme ma le parole mi morirono in bocca. I ratti avevano iniziato a mangiare le ossa di cui l’isola era formata. In breve la zattera si disintegrò, gettando le bestie in acqua. Disperate attaccarono a masticare le pietre delle colonne dei porticati, i muri, le fondamenta sulle quali reggevano le palazzine su cui ci trovavamo. “Diavolo, sono dei cazzo di macchine tritatutto, finiremo annegati!”.

Mentre pensavo questo, vidi la pelle del vecchio rinsecchirsi, rattrappirsi, ritirarsi e anche di lui rimasero solo le ossa, che caddero a terra suonando di vuoto. Ero solo.

Il palazzo iniziava a dare segni di cedimento e l’acqua, a dispetto dell’impressione che avevo avuto prima, ricominciò a salire. Non so se fu prima o dopo che ebbe raggiunto la soglia del bancone, che tutta la palazzina si appoggiò come una foglia morta sul letto di acqua. Da quel momento non sentii più nulla.

Mi risvegliai in un letto d’ospedale, con le luci blu al soffitto. La mia camera era una bolla. Vagavo per i fondali tra sagome di animali che non avevo mai visto e rischiando di capovolgermi ogni volta che incontravo una corrente.

Chiusi gli occhi e assecondai il silenzio.

Diventai silenzio.

Il nulla.

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