
Giugno di attesa
Serie: Occhio baggiano
- Episodio 1: Maggio piovoso
- Episodio 2: Giugno di attesa
- Episodio 3: Settembre sui bastioni
- Episodio 4: Ottobre tra le onde
STAGIONE 1
Sono seduto su una scomoda sedia in plastica, in attesa della mia visita. Attorno a me è un via vai di medici e infermieri. Galoppano per il corridoio e spariscono dentro una porta. Gli altri pazienti sono tutti ben più avanti con l’età di me. Chi deve fare una visita di controllo, chi è qui per la cataratta o chi dopo anni deicide di farsi togliere la miopia, per puro vezzo.
Quando sei malato, la percezione del mondo cambia notevolmente.
Dipende da persona a persona, io sono diventato incredibilmente più calmo e paziente, e così con un sorriso divertito analizzo l’umanità che ho attorno, cercando di carpirne le storie.
Una giovane infermiera vestita di blu discute con un paziente e sua moglie.
«Signora, gli accompagnatori non possono entrare in sala operatoria, deve aspettare che la chiamiamo noi» dice scandendo ogni parola la giovane.
Ha il viso stanco e gli occhi che vorrebbero vedere un bicchiere di vino, una doccia e le pantofole.
«No, no, mio marito sordo è! Non ci sente da un orecchio, non può andare da solo» urla la signora.
L’infermiera raccoglie tutte le energie in un enorme respiro prima di replicare.
«Signora, urleremo nell’orecchio di suo marito, per cortesia aspetti in sala.»
«E che faccio?» sbraita arrabbiata.
«L’operazione dura pochissimo, ma se proprio non vuole aspettare qui, di fronte c’è un centro commerciale. Si faccia una passeggiata» quasi la implora di andar via.
«Ma vero è?»
La giovane annuisce speranzosa.
La signora riflette un attimo e poi urla all’orecchio del marito la sua decisione.
«Mmh…OH EFISIO, EFISIO CI VEDIAMO DOPO, IO NON POSSO RESTARE, CIAO»
«Eh, ciao allora» replica lui poco convinto.
L’infermiera sospira, chiude gli occhi, e quando li riapre sfodera un gran sorriso da “mi mancano ancora due ore alla fine del turno, uccidetemi”.
Adoro assistere a queste scene. Come fa la gente ad annoiarsi quando tutt’attorno ci sono momenti da commedia italiana?
Quando sei malato impari ad apprezzare anche questo. Vedi il mondo da spettatore esterno, come un alieno appena sbarcato sulla Terra. Raccogli informazioni su questa stramba e contradditoria specie di ominidi e non riesci mai a deciderti se è meglio cercare un contatto o mettere una X e passare al prossimo pianeta con vita pseudo intelligente.
Però sono simpatici questi umani.
L’occhio destro inizia a pulsare, avrei una gran voglia di strofinarmelo fino a staccarmelo. Tolgo gli occhiali e sgrano gli occhi prima di chiuderli e farli riposare.
Quando tengo per troppo tempo gli occhiali mi succede sempre, sforzo troppo l’occhio destro, il mio occhio baggiano, quello che a stento vede cinque decimi pur con la correzione. Il mio occhio pigro che fa fare tutto il lavoro al sinistro e si lamenta pure! Proprio maschio.
«Numero 62!»
«Il morto ammazzato…tombola!» esclamo riaprendo gli occhi di botto.
«Arrivo» mi alzo e vado verso il medico che mi ha chiamato e che mi attende con un finto sorriso e lo sguardo ironico da ”ma quanto siamo simpatici oggi”.
Entro nella sala e mi fa immediatamente accomodare con tono severo e seccato.
Pur essendo giovane, poco più grande di me, ho l’impressione che sia già stanco di questo lavoro e che sogni la pensione. Ha un atteggiamento molto burbero, alla Dr. House, della serie “io sono il medico, tu il paziente, tu fai quello che dico io”.
Mi controlla gli occhi con quel macchinario tanto familiare.
«Uuuh non vedevo l’immagine del faro da tanto tempo, di solito è una casetta sulla prateria stile Mulino Bianco.»
«Guarda dritto.»
Voglia di conversare saltami addosso, proprio.
«Ma con tutto questo astigmatismo non ti è venuto in mente di fare una topografia prima? Io consiglio sempre di fare un esame appena c’è astigmatismo sui bambini di dieci anni».
Il tono di condanna, come se io, piccolo ingenuo cuore sapessi cosa fosse una topografia prima di venire a conoscenza dell’esistenza di questa malattia, mi fa scoppiare in una grossa risata.
«Lo vada a dire al mio vecchio oculista, per anni ha semplicemente detto che ho un occhio baggiano e fine. Uno in genere si fida del proprio medico, no?»
Silenzio.
Esce da dietro quel macchinario e mi guarda per la prima volta come una persona e non come il numero 62.
«In effetti tanti colleghi non fanno prevenzione.»
«EH…ho notato. Soprattutto quelli prossimi alla pensione, a quanto pare.»
Con pura gioia perversa mi fa reclinare il capo e mi svuota il tubetto del collirio per dilatare le pupille.
«Attendi in sala, ti chiameranno per gli altri esami» mi saluta freddamente.
Devo fare tanti altri esami e se i medici qua sono come quest’ultimo, posso già andarmene.
Non ho nemmeno iniziato ma ne ho già le palle piene.
Mi siedo su quella scomoda sedia, chiudo gli occhi e sento ancora le gocce del collirio penetrare dentro l’occhio.
Sono stato giudicato per tutta la mia vita, in qualsiasi circostanza e per qualunque motivo. Ne ho le palle piene di sconosciuti che sentenziano sulla mia vita e le mie scelte.
E non intendo minimamente sopportare medici appena laureati, i nuovi Ippocrate evidentemente incazzati per essersi fatti sfuggire l’occasione della notorietà e gli applausi di gratitudine per la pandemia, che subito scaricano le colpe sui pazienti.
Mi calmo, non vale la pena incazzarsi per così poco che poi mi sale la pressione e nuovamente mi pulsa l’occhio destro. Meglio evitare.
Nella mia testa partono le note di Waves, degli Imagine Dragons e il mondo là fuori torna ad essere sopportabile.
Finisco questi esami ma sto già pensando di fare come tutti.
Farò come tutti quelli che vivono al sud, me ne andrò a Milano o a Trento e darò un taglio netto a questa faccenda. Trapianto di cornea, e come va va.
Non ne voglio più sentir parlare di questa cosa.
Per altre due ore vengo sbattuto da una parte all’altra. Due dottoresse si contendono i miei occhi per ulteriori esami. Sono visibilmente stanche, alla fine di un lungo turno, ma restano gentili e simpatiche, chiacchierano e si dimostrano molto empatiche. Rispondono alle mie curiosità sui macchinari e mi infondono sicurezza e positività.
«Non è molto promettente tutto quel rosso» constato amareggiato i risultati di un esame sullo schermo.
«Hai un occhio destro che fa i capricci, ma niente che non si possa aggiustare. Sei ingegnere no? Sai bene che le cose rotte si aggiustano. Sei giovane poi, vedi molto più di quanto queste macchine indicano. Non ti fidare troppo delle macchine. Andrà tutto bene, capito?»
Annuisco poco convinto ma mi sforzo di sorridere.
Resto seduto sull’ultima postazione, in attesa che il primario esamini tutti gli esami fatti oggi e decida cosa fare.
Fuori tramonta un sole di inizio estate, caldo ma non soffocante. Sono stanco e non riesco a pensare a niente. Non ho idea di cosa aspettarmi e quella solitudine e quel silenzio mi fanno risalire la tensione che ho tenuto giù, spingendola in fondo al mio intestino con uno sturalavandino.
Si apre la porta ed entra il primario.
Ha una barba incolta sopra il faccione grassottello.
Dopo le presentazioni educate e gentili, mi spiega con attenzione la mia malattia, le cause, le varie tecniche per contenere o arrestare la diffusione.
«Gli esami fatti oggi sono tutti positivi. Dovrai farne altri nei prossimi mesi, ma da quello che vedo oggi, possiamo evitare il trapianto.»
Un primo senso di trionfo dentro l’intestino. Primo gol e palla centro.
«L’occhio destro è il peggiore, lo spessore della cornea è quasi al limite e non lo possiamo recuperare del tutto, ma possiamo lavorarci.»
Secondo tuffo al cuore. Uno pari.
Mi spiega tutto con dovizia di particolari, ma in maniera semplice. Mi dice quello che si può fare, dove la scienza con relativa sicurezza è riuscita ad arrivare. Non mi illude con false speranze, è realistico. Mi espone tutti i rischi di un trapianto e le alternative meno invasive, la degenza pre e postoperatoria, la terapia da seguire meticolosamente.
È un lavoro di squadra, paziente e medico.
«Non è sicuro che funzioni quindi?»
Sospira e soppesa bene le parole.
«Ogni paziente è a sé. Non facciamo miracoli. Prendiamo i dati, elaboriamo la terapia migliore per ogni singolo paziente. Ti posso dire che in vent’anni non è mai tornato nessuno. Ma anche se tornassi tra vent’anni, sarebbero vent’anni in cui la qualità della tua vista sarebbe notevolmente migliore. Penso ne valga la pena.»
Professionale, serio, attento e realistico.
«Farò tutto quello che è necessario fare.»
Il primario sorride e mi stringe la mano.
«Bravo, è bello sentirselo dire.»
Stringo con forza la sua mano.
Inizia il mio percorso.
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L’anno scorso, in dicembre, sono stato al pronto soccorso perché cadendo a basket mi ero rotto il polso. Ho visto certe scene! Gente che litigava con gli infermieri, malati che li aggredivano… Il pronto soccorso non è un bel posto e chi ci lavora ha una pazienza infinita
Ciao Kenji, capisco perfettamente cosa hai visto, anche se quando sono stato al pronto soccorso anni fa per il tuo stesso motivo ho trovato persone più pazienti. Chissà. Ciao!
Mi sono seduta a leggere questo tuo bel racconto che è più narrazione, da un punto di vista privilegiato di cui un po’ mi vanto 🙂 praticamente su una comoda poltrona. Bravo Carlo perché ci vuole coraggio. Quando ci mettiamo in gioco o succede un pasticcio emotivo oppure ne viene fuori qualcosa che il lettore apprezza e sente di amare perché è vita vera, ma con il giusto distacco di chi sa veramente scrivere bene. Bravissimo
Grazie Cristiana! Mi tocca quindi mettere qua e là un po’ di fantasia per te, altrimenti per te non c’è il gusto di leggere qualcosa di nuovo 😂
In realtà il gusto di leggerti non mi passa mai!
Realistico, quasi reale, tratta comunque nell’ambito della narrativa senza sconfinare nella mera descrizione. Tanta ironia ma, anche qui, senza sconfinare nel grottesco.
Coinvolgente. Molto.
Bello, grazie: seguirò con piacere il seguito che vorrai regalarci.
Grazie Giancarlo, felice che ti sia piaciuto e della tua attenta lettura. Spero ti piaccia il seguito!
Ciao e Wow! Che bel racconto. Che sia ben scritto che te lo dico a fare? La sottile ironia e` nel tuo stile, non mi sorprende e continua a piacermi.Che sia una narrazione capace di suscitare empatia e` quasi scontato, e non solo per me, sarda quanto te, avendo in comune le stesse radici e l’ amore per la nostra terra; anche se non sempre puo` vantare l’ eccellenza in campo sanitario. (Ne so qualcosa per le esperienze lavorative di una vita.)
Il bello, per me, sono soprattutto le parole positive del primario: la possibilita` di evitare il trapianto, che speravo tanto di poter leggere, gia` da prima di arrivarci.
Aspetto il prossimo episodio con altre buone nuove.
Ciao Maria Luisa! Sì dai, in effetti gli ultimi mesi sono stati un po’ di basso profilo. Ho voluto evitare appositamente di scrivere su questo tema poi in questi giorni ho deciso di fare un riepilogo, diciamo così. Volevo scrivere solo dell’operazione ma ci sono tanti momenti prima che vale la pena raccontare e così ecco una nuova serie non prevista e né tantomeno voluta se proprio devo essere sincero ahahaha 😂 questa volta voglio scrivere così, senza pensare troppo e senza badare a niente. Quello che verrà verrà, una volta mi dissero che ero un po’ scanzonato e mi è piaciuta da matti questa parola perché riassume benissimo come ho vissuto negli ultimi mesi. Ti do uno spoiler, l’operazione è andata alla grande 😁. Un abbraccio e a presto!
Molto coinvolgente nella sua quotidianità, scritto in maniera lineare e precisa senza mai appesantire
Grazie Roberto!