Giulio viene deportato

Serie: L'odissea del nitalo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: I nostri eroi continuano il viaggio... o meglio, l'odissea

I satiri malmenarono Giulio e Tito con calci e pugni.

Giulio aveva paura che li potessero uccidere, fissava con timore gli xiphos.

«Pietà!». Tito parlò in cergo.

Prima che i satiri potessero passare a vie di fatto, arrivarono i peltasti. «State fermi, non sono imperiali dell’est».

Giulio gliene fu grato.

Il sergente che li comandava avvicinò il proprio volto a quello di Giulio. «Voi siete imperiali dell’ovest, o sbaglio? Le facce, l’accento…».

Tito continuò in cergo: «Sì, siamo imperiali dell’ovest, ci arrendiamo».

«Siete spie, per caso? Le spie non mi sono mai piaciute». Si rialzò.

«No, siamo prigionieri di guerra…». Tito non fu avaro di notizie, raccontò cosa gli era successo.

Al sergente bastò. «Portiamoli entro le nostre linee».

La pattuglia, più che un gruppo di militari, sembrava di predoni, con il cibo e i tesori che avevano trafugato dalla fattoria. Dopo una breve marcia li condussero fino al fronte dove c’erano molti altri guerrieri cergi e arcadi.

Il sergente li trascinò per i capelli davanti a un combattaglione a cui raccontò dell’incontro.

Il combattaglione sembrava annoiato. «Potrebbe interessare al nostro comando. Sergente, hai fatto un ottimo lavoro. Adesso torna al tuo solito incarico».

Il sottufficiale peltasta obbedì.

L’ufficiale fece chiamare un aiutante di campo a cui borbottò qualcosa nelle orecchie. Giulio e Tito erano sempre controllati a vista da alcuni peltasti armati come se dovessero conquistare da soli l’Impero dell’Est.

Giunsero altri peltasti. «Agli ordini» fece quel sergente, che era più tarchiato di quello che li aveva catturati.

«Voglio che porti questi due prigionieri fino allo stretto di Ridranella. Da lì, ad Atene. Possono essere utili».

Giulio capì che il secondo sergente aveva già l’incarico di affrontare quel viaggio.

«Agli ordini» borbottò il sottufficiale.

I nuovi venuti afferrarono Giulio e Tito per le braccia, li legarono e dopo incominciò il viaggio lungo le coste settentrionali della Yarimada. Giulio vide le truppe democratiche, con le arpie e gli ippogrifoni che volavano in continuazione, e poi tutta una sarabanda di opliti, manticore, minotauri e tante altre specie arcade a mischiarsi con i soldati cergi.

Giulio perse la cognizione del tempo.

Dopo un tempo che gli parve indefinito, arrivarono in vista dello stretto di Ridranella. Giulio pensò che, una volta tanto, era tornato a vedere Aster. Stavolta avrebbe dato il suo addio al Sol Levante, un continente che detestava.

Salirono su una trireme che li accompagnò fino all’altra sponda e giunsero in Cergia.

La Cergia li accolse con odori e rumori diversi, Giulio si sentiva più a casa, e fu allora che si rivolse a Tito con l’intenzione di dirgli che andava tutto bene ma il sergente peltasta lo precedette dando loro dei calci. «Separateli. Questo va ad Atene» sbottò indicando Giulio, «l’altro a Sparta».

Giulio si era affezionato a Tito, nella disavventura aveva iniziato a considerarlo il suo migliore amico, ma l’ultima cosa che vide di lui fu la schiena che spariva in mezzo alla folla del porto.

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