Gli Incappucciati

Serie: L'imperatore dei Mari


Il tornado svanì. I cinque uomini erano storditi, distesi sulla sabbia a diversi metri di distanza dalla loro posizione iniziale. Si accoccolarono portando le dita alle tempie; le massaggiarono con gli occhi ancora chiusi.

«Per tutti gli Dèi», iniziò a dire Tre, «cos’è successo?»

«Non ne ho idea.» Rispose Quattro.

Uno e Due si erano alzati, con le mani ai fianchi e il capo chino, osservavano qualcosa sulla sabbia. Il loro atteggiamento attirò l’attenzione di Cinque: ai loro piedi, un ragazzino dormiva beatamente sui granelli di sabbia avvolto da una patina nebbiosa che turbinava lungo tutto il giovane corpo.

In lontananza una voce: «Ehi, voi.»

I cinque si voltarono in direzione dell’uomo che li chiamò. Li raggiunse trafelato, portò le mani sulle ginocchia leggermente piegate per prendere fiato, poi alzando il tronco del corpo, con un occhio chiuso disse: «Avete forse visto un ragazzo? È mio figlio. Temo che gli sia successo qualcosa. Alto più o meno cosi, capelli rasati ai lati, folta cresta.»

Uno e Due, senza elargire parola, si allargarono, mostrando il figlio al padre. L’uomo si buttò in ginocchio e strinse forte il corpo del ragazzo a sé: «Cosa gli avete fatto? Chi siete?»

Gli uomini sistemarono meglio le loro cappe, lasciando i loro volti anonimi. Fu Uno a parlare: «Noi siamo gli Incappucciati, servi devoti di Xenxo, dio del vento. Abbiamo trovato il ragazzo disteso, privo di senso. Volevamo solo accertarci della sua salute.»

«Cos’è questa roba?» Chiese il padre cercando di scacciare via la densa nebbia.

«Be’, è difficile da spiegare. Tu credi?»

«Certo! Xaxura è la Dea della mia casa. Oh mia Dea, ti supplico, riporta in vita il mio piccolo.»

«Non temere, uomo. Il piccolo vive, presto si risveglierà.»

«Parli come un sacerdote.»

«Non lo sono. Io servo un unico dio, Xenxo. Quella nebbia è un suo prodigio.»

«Prodigio? Cosa intendi?»

«Tutti noi siamo stati, all’inizio del nostro cammino, investiti da quella nebbia. Ci lega a Xenxo. Da oggi anche tuo figlio sarà indissolubilmente legato a Lui.»

«No, non può essere. Xaxura ha altri progetti per mio figlio, lui è devoto a Lei.»

«I piani degli Dèi sono misteriosi e incomprensibili, mio buon uomo. Contrastarli non porterà nulla di buono. Tuttavia attendiamo che il giovane si risvegli, la decisione spetta soltanto a lui. L’investitura è avvenuta, Xenxo lo ha reputato degno, starà a lui decidere se farsi carico di tale onere.»

«Ha solo dodici anni, non può decidere un bel niente. L’età per lasciare casa è ancora lontana.»

«Lascerà la casa dei suoi genitori, è vero, ma troverà una nuova casa, una nuova famiglia. Ci prenderemo noi cura di lui, lo istruiremo e lo renderemo un grande guerriero, custode degli arcipelaghi.»

«Toglietevelo dalla testa. Questo è mio figlio», disse l’uomo caricandosi in braccio il ragazzo, «nessuno me lo porterà via.»

«Tu stai sfidando gli Dèi. Se lui vorrà non sarai di certo tu a impedirglielo. Prima o poi troverà il modo di unirsi a noi.»

Uno fece un cenno al resto della setta. I cinque si incamminarono in direzione delle loro barche, le sciolsero e salirono a bordo. Prima di iniziare a remare, Uno, fece un cenno all’uomo, che per tutta risposta sputò sulla spiaggia e si voltò.

Il tempio di Patajui non era molto lontano dal luogo dell’incidente. Nonostante le porte fossero ancora chiuse, il padre del ragazzo colpì le porte dell’ingresso principale, ripetutamente.

Un uomo, dentro una tunica bianca di satin con un pastorale in mano, aprì le pesanti porte del tempio e disse: «Chi osa disturbare la preghiera del Sacerdote?»

«Perdonatemi, vi prego. Ho trovato mio figlio disteso come morto sulla spiaggia, era attorniato da un manipolo di strani uomini, dalle lunghe cappe di canapa e dai volti chiusi nei loro cappucci. Il suo corpo è avvolto da questa nuvola. Hanno minacciato di rapirlo.»

Il Sacerdote corrugò la fronte: «Saio di canapa e cappuccio, dici. Entra, svelto.»

Il tempio era buio, le alte feritoie non filtravano luce a sufficienza. I due percossero il corridoio centrale fino all’altare: un masso squadrato rudemente. Il Sacerdote fece cenno all’uomo di poggiare il ragazzino: «Adesso distanziati e inginocchiati.» Ordinò il religioso. L’uomo obbedì.

Il Sacerdote chiuse gli occhi e invocò gli dèi tutti, puntando il suo bastone al cielo: «Potenti, misericordiosi, irascibili Dèi, creatori del tutto, Voi che dal nulla avete formato il nostro mondo, Voi che ci date la grazia di vivere ogni giorno la nostra vita, presentatevi, vi supplico, al vostro umile servitore aprite i miei occhi, mostratemi il vostro volere.»

Un brivido scosse la schiena del padre del ragazzino. Il Sacerdote abbassò la mano libera in direzione del piccolo, la inzuppò nella nebbia e inarcò la schiena all’indietro; gli occhi ruotarono, divennero bianchi. Il Sacerdote fu trasportato sulla spiaggia; forme e colori erano deformati nell’oscurità, aguzzò la vista: vide le cinque cappe intente a pregare, poco più lontano il ragazzo; alle spalle del piccolo un corpo scolpito nei muscoli, capelli grigi lunghi fino ai glutei, un anello d’oro intorno ai bicipiti, nella destra stringeva un ventaglio, nella sinistra un’otre di pelle di capra. L’essere voltò il capo: occhi rossi come il sole, barba grigia fin sopra i pettorali: «Io, Xenxo, reclamo questo ragazzo. Potente scorre il flusso dei venti in lui. Adesso va’, hai visto abbastanza.»

Il Sacerdote tornò in sé, la nebbia sparì e il ragazzo si svegliò.

«Padre, dove siamo? Che ci facciamo qui?»

«Benedetti siano gli Dèi, grazie Xaxura.» Disse l’uomo abbracciando il figlio.

«Lascialo, devo parlargli.» Si intromise freddo il Sacerdote.

«Parla con il Sacerdote, figlio mio. Ti spiegherà tutto.»

«Raccontami cosa è successo.»

«Non lo so, Sacerdote. Ricordo solo che mi trovavo di passaggio, ho visto il tornado, sono sceso in spiaggia e, mentre ero seduto a osservarlo, ho notato un gruppo di uomini dalle dita fumose. Mi sembrava divertente, li ho imitati, per gioco, lo giuro Sacerdote.»

«Ti credo figliolo, continua.» Disse con voce melliflua l’unto dagli dèi.

«Poi niente, solo un gran rumore.»

«Oggi, mio piccolo figliolo, sei stato uno strumento nelle mani degli Dèi. Tu credi?»

«Certo, Sacerdote. Io credo negli Dèi e in Xaxura principalmente, Dea della nostra isola e della mia casa.»

«Tu da oggi sarai devoto al Dio del vento, Xenxo. Lui ti esige.»

«Ma cosa sta dicendo, Sacerdote. Così attireremo l’ira di Xaxura.»

«Queste sono le sue parole “Potente scorre il flusso dei venti in lui”. È un ordine che non ammette remissioni.»

«Mai. Mio figlio non abbandonerà la mia Dea. Né tanto meno la mia casa, è troppo piccolo.»

«Miserabile! Non sfidare l’ira degli Dèi!» Urlò il Sacerdote «E adesso fuori dal mio tempio, lasciatemi pregare in pace.»

L’uomo afferrò il figlio per la mano, lasciò l’edificio e si diresse verso il mercato. Sua moglie e sua figlia erano impegnate a vendere dei succosi frutti a strie arancioni e verdi, quando l’uomo le raggiunse tuonando: «Chiudiamo tutto, dobbiamo andarcene.»

«Come sarebbe a dire, Jark. Cosa sta succedendo.»

«Non ora, Yoni. Fa’ come ti dico, per favore.»

In tanti anni di matrimonio, Yoni non aveva mai visto quello sguardo negli occhi di suo marito, era preoccupato, quasi terrorizzato.

Jark si occupò delle tende e delle cassette ripiene di prelibatezze. Buttò tutto alla rinfusa dentro la loro abitazione, Yoni preparò dei bagagli leggeri. Sprangarono finestre e porta. I vicino e il resto del mercato si scambiò sguardi interrogativi; quando la famigliola lasciò il posto, tutto si risolse in una noncurante alzata di spalla continuando a urlare la merce che vendevano.

La famiglia di Jark si districò con non poca fatica attraverso la folla, il tornado di qualche ora prima sembrava già un lontano ricordo. Raggiunto il porto, Jark identificò un nave passeggeri, era diretta alla Baia di Tsumaruru, nell’estremo Sud.

Un marinaio presidiava la passerella che dava accesso alla nave, controllava i documenti e timbrava il lasciapassare di viaggio.

Ricevuti i documenti, Jark diede la precedenza a moglie e figli, alzò lo sguardo verso il faraglione. Scorse una figura; scommise con se stesso che uno di quegli invasati lo stava osservando. Jark sputò in acqua e s’imbarco.

Due rientrò nel fortino degli Incappucciati: «Stanno per partire.» Affermò amareggiato.

«Rimettiamoci al volere degli Dèi.» Rispose Uno.

«La paura è un sentimento imprevedibile. Non si può mai sapere verso cosa ci spinga.»

«Hai ragione, Tre. Tuttavia, spesso, determinate scelte possono essere fatali.» Concluse Uno.

«Nella calma risiede la forza. È questo il nostro motto, no?» Chiese Quattro.

«Primo insegnamento della confraternita.» Asserì Cinque.

«Non perdetela dunque, tanto meno la speranza, fratelli.» Disse cordialmente Due

«Presto troveremo il nostro sesto fratello. Il ragazzo forse non era ancora pronto. Non corrucciamoci prima del tempo.»

Gli altri quattro Incappucciati osservavano da dietro le loro maschere Uno. Il loro capo aveva il volto coperto da una maschera di legno, Tre e Quattro ne indossavano una in pietra lavica, Due e Cinque di malta.

Entrati nella cuccetta, i componenti della famiglia sistemarono alla meno peggio i pochi bagagli che avevano e testarono la comodità dei giacigli. Il mare era calmo. Con l’arrivo dell’alta marea avrebbero salpato.

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