
Gli occhi di una bottiglia
New York, 1942.
Le giostre di Coney Island erano affollate della gioventù americana. Allegra, spensierata, libera.
Appoggiata alla ringhiera del molo, con gli echi delle risate dietro di lei, Gwen osservava il moto lento e magnetico della risacca sul bagnasciuga. Lo sguardo perso nell’oceano, le labbra sigillate, alcune ciocche di capelli mosse dalla brezza mattutina, davano un aspetto malinconico alla sua figura. E aveva motivi per esserlo. Si sistemò le ciocche ribelli e tornò a guardare l’entroterra. John camminava allegro verso di lei con in mano due bottiglie di Coca-cola. Aveva stampato in viso quel suo sorriso contagioso e rassicurante.
«Tieni cara» le disse porgendole una bottiglia.
Gwen accettò la bibita fresca.
Provò a sorridere a John ma non riuscì a coprire le sue paure, e il giovane se ne accorse.
«Andiamo Gwen, non fare così» le disse cingendole le spalle.
A Gwen salirono le lacrime agli occhi e si girò per non farsi vedere.
«Vuoi che andiamo via?» propose il ragazzo.
Gwen si ricompose.
«No!» disse decisa. «È il tuo ultimo giorno, voglio che sia perfetto.»
John accarezzò i capelli della ragazza e le diede un dolce bacio sulla guancia.
«È perfetto se sto con te.»
Gwen sorrise al ragazzo e gli diede un rapido bacio sulle labbra prima di tuffarsi nel suo abbraccio.
«Hai paura?» gli chiese sciogliendosi dalla sua stretta.
Il giovane guardò l’orizzonte. Presto sarebbe andato oltre oceano, a liberare l’Europa dal giogo del nazi-fascismo.
«Sarò circondato da altri uomini» evitò di rispondere alla domanda. «Siamo in tempo di guerra, e devo fare il mio dovere. Tutti i miei amici si sono arruolati.»
Gwen si girò. Il pensiero dell’uomo che amava in pericolo al fronte erano troppo e le lacrime iniziarono a sgorgare copiose.
John si accorse del turbamento della ragazza e l’abbracciò. Il contatto del corpo vivo e caldo del giovane fece aumentare ancora più le paure di Gwen che ormai non si trattenne più.
John consolò la sua amata e lei si girò, sprofondando il viso nel petto di lui.
Anche il giovane si commosse, consapevole di andare a rischiare la vita.
«Tornerò amore mio, tornerò da te. E quando succederà, andrò da tuo padre e gli chiederò la tua mano. Ci sposeremo, lavorerò sodo per darti una bella casa…»
«Non mi interessa tutto il resto, torna da me, ti prego torna da me!»
John si scostò e guardò dritto negli occhi la sua amata.
«Te lo prometto.»
Gli venne un’idea. Svuotò la bottiglia di Coca-cola.
«Scriverò la mia promessa e la metterò dentro la bottiglia.»
Gwen si asciugò le lacrime, incuriosita.
«Ma…perché lo vuoi fare?»
John si guardò attorno in cerca di carta e penna.
«Perché voglio che il mondo sappia che sono innamorato di te» disse.
«IO AMO GWEN MARY STACY!» urlò.
La ragazza scoppiò a ridere e imbarazzata tappò subito la bocca di John.
Lo guardò dolcemente.
«Ti amo anch’io» gli sussurrò.
Il giovane la baciò e poi corse a cercare il necessario per scrivere il loro pegno d’amore.
Gwen lo seguì con gli occhi di un’innamorata. Si portò le mani al ventre e lo accarezzò delicatamente.
«Ti aspetteremo.»
***
Cagliari, 2004
Una giovane donna e un anziano sedevano vicini sugli scogli di Marina Piccola. Alla loro destra l’imponente promontorio della Sella del diavolo, tanto caro ai cagliaritani, mentre alla loro sinistra si apriva il bellissimo golfo degli Angeli con la spiaggia del Poetto e l’entroterra cittadino. I due si godevano il sole pomeridiano di quell’autunno caldo in silenzio, con le canne da pesca davanti immobili, come la maggior parte delle volte che uscivano a pescare.
L’anziano appoggiò una mano sullo scoglio per cambiare posizione ma la ritrasse subito.
«Maledizione una spina» disse guardando l’indice della mano.
La donna si alzò e si mise davanti all’uomo.
«Fai vedere?»
Esaminò attentamente il dito. Era una piccola scheggia di legno.
«Devi stare più attento papà, tra poco non ci sarò per aiutarti.»
L’uomo sbuffò irritato.
«So cavarmela benissimo da solo, guarda che ti ho cresciuto io eh.»
La figlia guardò il padre con un sorriso scettico e cercò nella borsa il piccolo kit del pronto soccorso che portava sempre dietro. Aprì la scatolina e tirò fuori le pinzette.
«Scusa papà, volevo solo dire…»
«Lo so cosa volevi dire!» disse arrabbiato il padre.
«Che sono un incapace, che combino sempre guai…»
La donna guardò il padre con pietà.
«Ma non è vero, su che non lo credi nemmeno tu.»
Guardò attentamente il dito, individuò la scheggia e con la pinza la tirò via.
«Fatto.»
L’anziano scosse la testa.
«Dovrei prendermi io cura di te, non il contrario.»
La donna rise.
«Oh papà non sono più una bambina, da tanti anni ormai!»
L’uomo scosse la testa.
«Lo sarai sempre per me…sei tutto quello che mi resta. Tutto.»
Con attenzione fece finta di sistemare le canne, non voleva che la figlia lo vedesse commosso.
«Papà, non l’ho fatto per te, te l’ho già spiegato.»
L’uomo sbuffò.
«Papà sono un medico! È mio dovere andare.»
«Ci sono malati anche qui.»
La giovane si alzò e diede un bacio sulla fronte del padre.
«Ma l’esercito ha bisogno di medici in Iraq, c’è tanto da fare lì.»
L’uomo scrollò le spalle.
«Ohi figlia mia, sei uguale a tua madre.»
La donna rise.
«Sono uguale al genitore che ho conosciuto, e che mi ha insegnato cosa è la giustizia e la solidarietà.»
L’uomo diede un rapido sguardo alla figlia.
«Non so di chi parli» disse sorridendo.
«Eh adesso fai lo spiritoso» disse alzandosi divertita la donna. «Andiamo prima che tutto questo sole ti faccia venire un’insolazione.»
I due riordinarono la loro attrezzatura e risalirono, carichi e pesanti, gli scogli.
«Guarda» disse il padre indicando alla figlia qualcosa tra gli scogli.
Una bottiglia di Coca-cola portata dalle correnti era incastrata nella roccia e affiorava appena dall’acqua. Si vedeva un rotolo di carta dentro.
«Lascia stare, siamo troppo carichi.»
***
Romania, 2022
«Zio, zio vieni!» urlò un bambino mentre correva per la spiaggia deserta.
In mano teneva una piccola paletta di plastica.
«Attento Roman» urlò un giovane uomo alle sue spalle.
Il sole tramontava alla loro destra, in direzione dell’Europa mentre alla loro sinistra, a pochi chilometri di distanza infuriava una guerra. Nel mare davanti loro, oltre le onde gonfiate dal vento della sera, c’era una flotta da guerra che cannoneggiava continuamente città di antica e preziosa bellezza. Ma questo, il bambino, non lo sapeva.
«Zio, quanto possiamo restare?» chiese il bambino.
Il ragazzo si avvicinò al bambino e gli accarezzò i capelli.
«Non tanto, dobbiamo tornare dalla tua mamma e dai nonni presto. Quando lo dico, andiamo senza capricci, intesi?»
Il bambino chinò il capo deluso.
«Va bene» rispose sconsolato.
Al giovane venne un tuffo al cuore a vedere quel faccino.
«Senti, ti va di fare un gioco?»
Il bambino si illuminò.
Lo zio portò il piccolo alla foce di un ruscello creato dalle piogge invernali. L’acqua aveva scavato nella sabbia, creando un percorso tortuoso tra alte dune di sabbia.
«Guarda zio!» urlò il bambino andando a saltare in mezzo al fiumiciattolo e provocando la caduta della sabbia dalle pareti.
«Ehi Roman!» chiamò il bambino il ragazzo. Aveva avuto un’idea notando diverse patate di mare lungo la spiaggia.
«Facciamo una gara?»
«Ma con cosa zio?» chiese il bambino perplesso.
Il giovane prese una patata di mare e la mise nel ruscello. La corrente subito la portò via.
Il bambino osservò rapito la piccola alga sfrecciare lungo tutto il percorso fino al mare.
«Ancora ancora!» urlò.
Zio e nipote passarono mezz’ora così, sfidandosi in una gara con quelle barchette improvvisate, finchè l’ultimo raggio di sole non sparì all’orizzonte.
«Bimbo, dobbiamo andare.»
«Ancora una! Ti prego!» urlò il bambino che cercava la sua nuova barchetta.
Il giovane si intenerì e si avvicinò al bambino. Si sedette sulla sabbia, a guardare il nipotino.
«Roman, vieni qui un secondo.»
Il bambino corse dallo zio, sorridente, allegro e con le guance rosse.
«Lo sai che adesso starai con la mamma e i nonni in un posto nuovo vero?»
Il bambino annuì e si fece serio.
«Lo zio però non può venire con voi.»
«Perché?»
Il giovane strinse a sé il nipotino e lo abbracciò forte mentre cercava le parole giuste.
«Ricordi la storia dello stregone cattivo, invidioso di come gli animali della foresta vivevano felici e contenti?»
Il bambino annuì.
«Ecco…c’è uno stregone cattivo che adesso è invidioso di come viviamo noi, e io, il tuo papà e tante altre persone devono fare come gli animali del bosco: unirsi e cacciarlo via.»
«Così possiamo tornare nelle nostre case, posso tornare a scuola e rivedere i miei amici?» chiese Roman.
Il ragazzo strinse ancora più forte il nipotino e trattenne le lacrime.
«Esatto» disse con la voce incrinata.
«Ti voglio bene zio» e il bambino strinse con tutte le sue forze il ragazzo.
«Anch’io, piccolo.»
Zio e nipote restarono così per qualche lungo e interminabile secondo poi tornarono sulla linea di partenza per l’ultima gara.
«Ho vinto!» gridò Roman quando la sua patata raggiunse per prima il mare.
«Guarda zio!» indicò il bambino.
Dal bagnasciuga sbucava il collo di una bottiglia di vetro.
Il ragazzo la raccolse. Era una vecchia bottiglia di Coca-cola con dentro un fogliettino di carta.
«La apriamo?» chiese il bambino.
Il giovane sorrise.
«Magari è la mappa di un tesoro.»
Il bambino sgranò gli occhi sorpreso.
«Facciamo così, piccolo, conserva la bottiglia, quando torno la apriamo e vediamo cosa c’è, e se è un tesoro, lo andiamo a cercare.»
Il bambino urlò di gioia. Poi si fermò e si avvicinò allo zio.
«Promesso?» gli chiese titubante, consapevole del futuro pericolo dello zio.
Il ragazzo sorrise al bambino e gli accarezzò la guancia. Non poteva fargli quella promessa.
«Farò tutto il possibile per tornare, tutto. Te lo prometto.»
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Bello questo filo che unisce le tre storie: l’amore non ha colori, come hai ben detto in uno dei commenti. Il mio pensiero malinconico va alle tante guerre che hanno spezzato molti amori, scoraggiata nel pensare che l’umanità non mette in pratica le lezioni del passato
Grazie Micol! Concordo, la Storia la dovremmo imparare per non commettere gli stessi errori del passato ma qualcuno è pluriripetente…
Lascerò anch’io un messaggio nella bottiglia: testo commovente e con movente; amare e dare la vita per amore, per l’amata e per la propria terra.
Allora spero che la tua bottiglia viaggi parecchio e venga letta da tanti! Grazie Fabius.
Questo racconto mi ha fatto molto riflettere
Spero una riflessione positiva Kenji! 😂
Tanti amori diversi: tra due innamorati, tra padre e figlia, tra zio e nipote o forse lo stesso sentimento: volere il bene e la felicita´ dell’ altro, insieme alla paura di perdersi e alla speranza di rotrovarsi. Quale antidoto migliore all’ odio che genera mostri e guerre? Un racconto che lascia una sensazione dolce, bella da mantenere a lungo, il piu´ possibile.
Grazie! Mi sono sempre chiesto perché in inglese si usa una sola parola,”love” , per indicare quelli che in italiano sono due sentimenti diversi: “amare” e “voler bene”. A pensarci bene, forse hanno ragione gli anglosassoni ad usare una sola parola perché ” Amare” significa “volere la felicità dell’altro” e si applica tranquillamente anche nei casi in cui noi diciamo “voler bene”. Riflessione lunga e incasinata per dire che per me quello delle tre coppie descritte sopra è lo stesso sentimento: cioè amore