Gnocchi di pane 

Serie: La cucina degli avanzi


Cucina degli avanzi: avanzi di cibo? avanzi di storie? Entrambi, più un suocero, una nuora e un cane. Inserzioni dialettali: poche e, credo, comprensibili. Gnocchi di pane? Non li ha inventati Nina, esistono e si chiamano canederli. Le ricette in rete sono più affidabili di quella di Nina.

Sulle prime aveva pensato di prenderla per sé, quella brunetta dagli occhi neri ridenti e dal sorriso serio, poi si era rassegnato al fatto che la morte della moglie era troppo recente perché i figli potessero accettare una sostituzione. E poi, una ragazza così sarebbe stata l’ideale per il suo maggiore, con quell’indole debole che stava manifestando ogni giorno di più: forse lei sarebbe riuscita a trasmettergli qualcosa del suo carattere, che lui aveva intuito fin dal giorno in cui era andato a chiederla a suo padre.

«Sior paròn», aveva risposto lei, Nina, perché il padre era troppo intimidito dalla presenza di Ernesto, il padrone di quasi tutto, là nel quartiere, «sior paròn, se siete qui per portarmi a lavorare in fabbrica, pardoneme ma a mi non me sta ben».

«Ma quale fabbrica, ostia! Sono venuto a chiederti in moglie per mio figlio, il maggiore, Alfredo». Il paròn non era abituato a essere contraddetto. Nina non reagì, sul momento, e quando riaprì bocca fu con una certa reticenza.

«Ma…No so, ghe ne dixe tante sul sior Alfredo…»

«Se io te lo faccio sposare, nessuno aprirà più bocca.», tagliò corto Ernesto.

E invece non andò così: quel figlio era proprio un debole e quando gli altri maschi ricevettero la loro parte e se ne andarono di casa a fare fortuna, lui non disse niente e mangiò fiele a colazione, pranzo e cena. Aveva curvato la schiena e trascorreva i suoi giorni a far nulla, seduto al tavolo che gli era stato assegnato, sempre sotto gli occhi del padre che sempre più a fatica gli rivolgeva la parola.

La notte, era un’altra cosa. Si vestiva elegante, tutto azzimato, con il papillon e un fazzoletto profumato che spuntava dal taschino: qualcuna gli aveva sussurrato che assomigliava a Fred Astaire. Si ringalluzziva, frequentava gente che portava il fez e si vestiva di nero.

Intanto Nina, in casa, regnava.

Ernesto le aveva affidato la cucina e l’amministrazione, e ogni giorno che passava si congratulava con se stesso per quella scelta. Le altre donne non brontolavano: lei era la moglie dell’erede e poi aveva saputo farsi benvolere da tutti.

Quella mattina il paròn era sceso presto, come al solito, perché gli piaceva gustarsi la prima colazione in cucina, guardando Nina e la sua aiutante, la Amelia, che preparavano svelte le colazioni, il pranzo, la merenda e la cena. Tutto al mattino, si faceva, al pomeriggio c’erano i figli da seguire, che non s’abituassero male.

Nina era impegnata con due larghe ciotole, una quasi colma di pane raffermo sbriciolato, l’altra di ossi con qualche pezzo di carne. Ernesto apostrofò la nuora, e si capiva che stava ridendo:«Questi sono i nostri pasti, immagino».

«Quasi!», rispose allegra la nuora,«il pane vecchio è per noi, la carne fresca per il cane. Dato che Rolf non mangia pane, questa notte ho pensato a una ricetta per utilizzarlo». Ernesto diede un’occhiata  all’orologio: «Sarà meglio andare, Rolf si spazientisce».

L’omone e la donnina con la ciotola tra le mani attraversarono il giardino, entrarono nel vasto orto e costeggiando prode e solchi arrivarono all’ampio recinto in cui viveva Rolf, il dobermann da guardia che veniva liberato solo la notte e che nessuno poteva avvicinare tranne il paròn. Li attendeva impaziente, spiccando grandi salti contro la rete e abbaiando a più-non-posso. Metteva in mostra una dentatura perfetta, micidiale.

Ernesto si fece passare da Nina la ciotola, come al solito, e si accingeva già ad aprire la porta quando si bloccò e si volse verso la nuora che si era messa in disparte, con le mani sotto il grembiule come le contadine.

«Te la sentiresti di entrare, tu?», la sfidò, serio a metà.

«Fatemi provare, no?» rispose Nina, seria, riprendendosi la ciotola.

«Attenta a non farlo uscire!», raccomandò l’uomo che era già pentito di quella sfida, sapendo bene che ci voleva tutta la sua forza per chiudere il cancello se Rolf si intestardiva a voler uscire.

«Lasciatemi fare a modo mio, adesso me lo dovete». L’omone e la donnina si guardarono negli occhi.

«Vado».

Prima di aprire il cancello prese in mano un pezzo di carne e lo gettò oltre la rete, in fondo al recinto, poi entrò: velocissima, perché mingherlina com’era non le serviva spalancare il cancello. Il tempo di tirare il catenaccio e girarsi e Rolf era già ritornato e le aveva appoggiato una zampa su una spalla. Sorridevano, il cane e la donnina, soddisfatti entrambi di avere capito subito come stavano le cose: chi porta la ciotola del cibo comanda, che sia Ernesto o che sia Nina. 

Tutti ebbero un premio: Rolf scoprì la dolcezza di essere abbracciato e baciato, a pancia piena, da una piccola signora che sapeva di buono; Nina sperimentò la soddisfazione di vedere ammirazione e rispetto negli occhi del paròn grosso. Il paròn scoprì la parona.

Tornati in cucina, trovarono l’Amelia tutta agitata perché erano venuti in tanti a cercare Ernesto, lo volevano in fabbrica. 

«Calma, calma, tutto può aspettare. Io oggi prendo ordini dalla parona.», disse lui, e si voltò a guardare la Nina:«C’è qualcosa che posso fare per te?»

Lei ci pensò su, seria seria:«Potrebbe aiutarmi con questi gnocchi, chissà che in due riusciamo a farli diventare mangiabili».

«Bene, bene. Deme na traversa, un pezzo di carta e una matita.» E così il paròn si annodò in vita la traversa, che noi chiamiamo grembiule, e prima di cominciare chiese a Nina di dettargli gli ingredienti.

«Gli ingredienti precisi non li ho, l’ho solo pensata ‘sta cosa. Va ben, provemo. Prima di tutto ci vuole latte, poco, quel tanto da ammorbidire, che il pane el diventa na pasta ma no ‘na crema.Poi uova che tengano insieme la pasta quando si butta in acqua. Quando faccio gnocchi di patate uso due uova intere e due tuorli per 600 grammi, si potrebbe fare lo stesso. E pó un fià de odori, mi provaria con rosmarino tritato fino fino e aglio pestato. Quando la pasta è pronta, bella morbida, si fa una specie di salamino lungo lungo e poi si taglia a pezzetti che si passano sulla farina e si buttano nell’acqua che bolle.»

«E poi?»

«E poi niente, sior Ernesto, comincia a menare la pasta».

Serie: La cucina degli avanzi


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Che bella quella donnina piccina che sparisce fra l’imponenza del padrone e del cane, ma che sotto sotto ha qualcosa di grande così è che non si può dire 😅 quel suo marito deboluccio, invece, non mi piace per niente e nemmeno mi piacciono i suoi amici mollicci come lui, ma che misero a ferro e a fuoco l’Italia. Molto bella l’atmosfera contadina che hai saputo creare e mi pareva di vederla quella cucina in cui, davvero, e fin dal mattino presto, si preparavano tutti i pasti della giornata. Sono curiosa di sapere se si tratta di racconti auto conclusivi oppure di una serie completa. In ogni caso, andrebbe bene perché hai avuto un’idea davvero originale.

    1. Grazie Cristiana. A proposito di imparare a scrivere, io dovrei prenderti a esempio per correggere il mio difetto di essere molto sintetica quando do i miei giudizi. I racconti saranno auto conclusivi, si, ho voglia di inventare variando.

  2. Tralasciando la fame che mi hai fatto venire alle dieci di sera… ho trovato molto bello come Nina ha sfidato sia Rolf che il paron, dimostrando come con le dovute maniere si può ottenere un buon risultato, anche quando si parte prevenuti.
    La mia personale chiave di lettura è stata questa. 😸

  3. Ho avuto la sensazione che Nina abbia sfidato, e addomesticato, molto più di un “temibile” dobermann. Bravissima Francesca, mi era davvero mancata la tua scrittura.

  4. Fermo restando che i canederli li voglio rimangiare, che sono tanti anni che non li assaggio, e fermo restando che foglio anche provare a farli io prima o poi, personalmente sono rimasto colpito dall’atmosfera e dal racconto che fa finta di restare sullo sfondo, ma che in realtà è il racconto principale. Perché quella gente col fez io l’ho capito chi è, e la debolezza di Alfredo si accompagna bene a quelle frequentazioni, che dei deboli facevano accoliti. Accoliti pronti a menare, nel branco.
    Brava, Francesca, tanto.

    1. Ma grazie Giancarlo, adesso sono proprio convinta di qualcosa che avevo solo sospettato: tu sei dotato di una speciale trivella per racconti, di quelle che ti fanno arrivare al nucleo. Rigrazie!

  5. Dunque, dato il preambolo, gli gnocchi di pane si fanno cosi’? Il paron ha preso due piccioni con una fava, mi sembra 😉

  6. Buongiorno Francesca, non so dirti quanto mi sia piaciuto questo primo episodio della serie, per l’atmosfera carica di vita vera, forse d’altri tempi, che si respira; per i due personaggi più forti nel carattere ma anche per il più debole che mangia fiele, a colazione, pranzo e cena: sembra di vederli, veri, in carne e ossa.
    Per la scena emozionante dell’ incontro d Nina col dobermann che gli posa la zampa sulla spalla. Insomma mi sono tuffata nel principio di questa storia come in un bagno caldo alle terme. Una storia coinvolgente, che promette bene. E non c’ é motivo di meravigliarsi, avendo già conosciuto quale sia il tuo livello nell’arte della scrittura.