
Grattacieli
“Sangue”…“sangue”…“sangue”…
Era una sera d’estate e Jessica stava leggendo un libro, assorta nei suoi pensieri, quando sentì bussare alla porta della propria stanza.
“Sangue”…“sangue”…“sangue”…
Sua madre entrò per salutarla, le diede un bacio sulla fronte e le chiese com’era andata la giornata. Jessica rispose che durante la mattinata aveva pulito in giardino, mentre nel pomeriggio si era messa a leggere un po’, giusto per ammazzare il tempo. Suo padre faceva il camionista e non era a casa da due giorni. Nessuno sapeva davvero come tal serafica quattordicenne avesse passato quell’afoso venerdì di luglio, forse nemmeno lei.
“Sangue”…“sangue”…“SANGUE!”
Jessica cercò di urlare, ma emise solo una strozzata esalazione. La testa le sembrò girare come se qualcuno l’avesse colpita con una mazza da baseball, mentre quella parola, pronunciata nella sua mente da una feroce voce metallica, rimbombava all’interno della sua scatola cranica. La madre corse a sostenerla mentre lei perdeva conoscenza. Jessica si risvegliò in ospedale. Le pareti bianche la facevano sentire bene e l’odore di disinfettante, che impregnava le pareti dell’edificio, le dava la sensazione di non essere più in contatto col suo corpo, come se fosse morta. Non si ricordava molto di quel che era successo quel giorno, ma non gliene importava. Si rimise a dormire.
Jessica aveva passato quel venerdì delle vacanze estive in maniera molto particolare prima dell’arrivo di sua madre. Si era svegliata intorpidita come al solito, aveva fatto una colazione veloce e aveva deciso di prendersi quelle ventiquattro ore tutte per sé, dato che il giorno prima non aveva fatto altro che sgobbare pulendo casa. Ma non sapeva che neanche quella giornata sarebbe stata piacevole. Suo padre la chiamò da una città distante, per chiederle di raccogliere le erbacce in giardino. L’abitazione che possedevano era stata lasciata loro in eredità dai nonni: una manna dal cielo, dato che l’appartamento dove abitavano precedentemente era aumentato di valore e non potevano più permettersi di pagarne l’affitto. Era una casa piccola e monofamiliare, quella dove stavano ora, una rarità in mezzo alle mille facciate anonime e spettrali dei grattacieli circostanti. Le sembrava di non avere neanche un vicino, tutti nascosti nei loro castelli di vetro, acciaio e cemento. Jessica li immaginava mangiare riuniti in un’aula grandissima, dove banchettavano con quantità industriali di carne in scatola dalla provenienza sconosciuta. Immaginava anche che, alla fine del baccanale, tutti insieme gli inquilini sacrificassero un po’ del proprio sangue all’anima dei palazzi. Quando si ritrovò nel prato a raccogliere l’erba, Jessica provò una strana presenza provenire proprio da una di quelle abitazioni. Era come se la sua fantasia stesse prendendo vita: l’anima dei palazzi non era più solamente una sua creazione; sentiva davvero che qualcosa fosse in cerca di sangue umano da cui attingere il sacrificio di cui aveva bisogno. Udì una voce chiamarla, e fu come se quei grattacieli si stessero piegando verso di lei, come se stessero aprendo le loro bocche per saziarsi. Vide comparire, in mezzo a quelle costruzioni, delle voragini che stavano inghiottendo gli appartamenti centrali, tra le urla di quelle persone che, fino ad un secondo prima, sembravano non esistere. Le finestre spezzate erano i denti scintillanti e acuminati di quelle creature assetate di sangue, i liquidi e le membra della gente inghiottita la loro saliva, le mille voci delle persone divorate, il loro alienante suono. Morte chiamavano e disperazione chiedevano, di sofferenza si nutrivano e nella paura si crogiolavano. Ma Jessica sentiva di poterli fermare. Un fortissimo istinto prese il sopravvento in lei. Cominciò a scuotere le braccia come per allontanare uno stormo di piccioni, in maniera alquanto infantile, ma più lo faceva e più la sua paura diminuiva; non si accorse nemmeno che una di quelle creature stava per ucciderla. Le venne staccata la testa di netto con un morso e il sangue cominciò a zampillarle dal collo e a ricadere tutt’intorno a lei. Con un altro boccone venne, infine, totalmente divorata, intrappolata, assimilata, nello spirito sanguinario che animava quegli esseri.
Si risvegliò in giardino la sera. “Devo essere svenuta per il troppo caldo” pensò. “E che incubo orribile ho fatto…credevo davvero fosse giunta la mia fine”. Ma la realtà era ben peggiore di quel brutto sogno. Lei era davvero a pochi istanti dalla morte, e ciò che aveva visto e che stava vivendo tutt’ora null’altro era se non un’allucinazione pre-morte. Anche il fatto di essere rientrata in camera a leggere, la madre che rincasava e la vedeva svenire, la corsa in ospedale, l’odore di disinfettante che la faceva sentire come se fosse morta, la voglia di dormire e di non svegliarsi più…tutto frutto della sua fantasia.
I dottori dissero che si era procurata un’embolia polmonare iniettandosi aria in vena con una siringa. Lo aveva fatto in giardino subito dopo aver finito di estirpare le erbacce, in mezzo a tutti quei palazzi. Forse sperava che qualcuno l’avrebbe notata e sarebbe corso in suo soccorso, o magari sapeva benissimo che nessuno sarebbe giunto ad aiutarla, tutti troppo impegnati a calpestarsi gli uni cogli altri, a “divorarsi” tra loro, pur di ottenere i propri obiettivi. Troppo indaffarati a sacrificare la propria vita per raggiungere le proprie altezzose ambizioni, in modo da mantenere il loro stile di vita agiato in quei moderni appartamenti pieni di comfort. Jessica aveva provato ad usare la propria innocenza per difendersi, ma non era riuscita a sconfiggere l’odio e la rabbia che tanta indifferenza le procurava; assieme all’indifferenza di tutti i suoi coetanei, figli di quelle trincee hi-tech costruite dai loro genitori, che la bullizzavano per le condizioni economiche della sua famiglia, per il suo aspetto dimesso, per la sua volontà a non uniformarsi, a non conformarsi ai loro atteggiamenti; e insieme all’indifferenza dei propri genitori, che non comprendevano le sue, seppur velate, richieste di aiuto.
I grattacieli di vetro, acciaio e cemento l’avevano presa con sé molto prima che lei potesse accorgersene.
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Ciao Matt, molto interessante il tuo racconto che più che un racconto in sé, appare come una lunga riflessione su temi attuali e sensibili con l’utilizzo di metafore azzeccate. Se posso permettermi un consiglio, da lettrice avrei gradito una narrazione più ‘leggera’ nel senso che mi sarebbe piaciuto che tu mi lasciassi maggiore spazio. Forse dovresti meno ‘raccontare’ e maggiormente ‘mostrare’, però, ripeto, questa è solo una mia opinione.
Ciao, complimenti per questo racconto, entusiasmante. Mi piace molto questo genere ed ho trovato un gradevole colpo di scena nascosto dietro svariate parole.
Apprezzo tanto l’idea del sogno pre-morte, seppur lo avevo capito lo trovo ad ogni modo semplicemente perfetto.
Complimenti ancora!
Ho letto con attenzione questo piccolo testo che nasconde, in sé, uno spunto davvero interessante.
Per chi, come me, vive la grande città, non è stato difficile visualizzare li freddo, altissimo mostro.
Se questo è un inizio, allora sembra un ottimo inizio. Di certo c’è spazio per un perfezionamento, non tanto di forma che appare corretta, quanto di contenuti: la capacità c’è tutta per evitare di esplicitare e lasciare, piuttosto, intendere. Questo è lo step successivo che, non ci sono dubbi, sarà presto raggiunto dal bravo collega, un’esperienza che, volenti o no, ci siamo dovuti costruire tutti.
Saluto Matt complimentandomi per la bella ispirazione.
lo schifo di certa gente egoista può essere trasformata in narrativa, come Pessoa, come tu
esiste un mondo dietro il simbolismo oscurante dei grattacieli che rappresenti dietro il quale è possibile scorgere una luce con la stessa verve sognante e onirica che avrà provato Leopardi immaginando mondi estranei dietro un colle e questa abilità di vedere le cose oltre i confini può rivelarsi un balsamo all’azione o un’ulteriore frustrazione sociale a quello che la città quotidianemente ci propina
Grazie infinite per aver letto e aver lasciato un commento!😄
Spunto molto interessante! Vorrei solo puntualizzare che non è tanto la cittá in sé ad essere sgradevole, lo è la mentalità chiusa di chi “pensa solo a sé” e la violenza di certe persone. Queste si possono trovare ovunque e ogni luogo può diventare una prigione a causa di ciò, ma dipende dai punti di vista come dici tu. Vedendo oltre lo sguardo minaccioso dei grattacieli e l’isolamento della sofferenza psicologica, per quanto siano alti, ci sarà sempre il cielo. O, come indichi tu, con il brillante riferimento al grandissimo Leopardi, possono diventare “la siepe” che permette di immaginare chissà quali infiniti oltre!