Groak

Gli uomini erano di guardia, ma si annoiavano.

Ditirambo camminava sugli spalti della fortezza costiera, e sorprese le sentinelle che stavano addormentandosi.

«Ma locago, io…».

Ditirambo non voleva scuse. Ne schiaffeggiò uno, poi un altro – approfittando che non indossavano l’elmo.

«State all’erta. Il nemico può sempre arrivare da un momento all’altro».

Stava avvicinandosi mezzogiorno, Ditirambo voleva rilassarsi un poco. «Vado nel mio ufficio. Poi segnalatemi eventuali stranezze».

«Sì, locago».

Scese le scale, puntò al suo ufficio. Una volta dentro, volle prepararsi un po’ di acquavite annacquata per metà. Ma prima che potesse assaggiare quella bevanda, sentì un urlo. Di fretta raccolse l’elmo e con il mantello che svolazzava uscì all’esterno.

Nella fortezza costiera c’era agitazione, nervosismo, addirittura tensione.

Salì le scale e vide in mare una trireme. Sembrava deserta, eppure i remi erano mossi da qualcuno.

Rimaneva un silenzio profondo, di piombo.

«Preparate le balliste».

«Agli ordini, o locago».

«Per gli dei, sta succedendo qualcosa… ma non so cosa! Il mio istinto mi dice che…».

Allora tacque, perché se aveva visto bene gli occhi della trireme si erano chiusi per un istante, come se fossero delle autentiche palpebre.

Ma no, stava sbagliandosi, non c’erano dubbi.

La trireme si spiaggiò e da lì non scese alcun oplita né peltasta, ma avvenne la metamorfosi.

La prua si aprì come una bocca e gridò: «Groooak!».

L’imbarcazione si impennò, i remi diventarono le zampe di un millepiedi legnoso e che camminava eretto, poi la prua si piegò come un volto e rimase la vela che si agitava.

L’essere – qualunque cosa fosse – spiccò il volo.

Le balliste cercarono di intercettarlo e colpirlo, come anche i dardi e le pietre di arcieri e frombolieri, ma la creatura gracchiò di nuovo e atterrò in cima alla torre più alta della fortezza. A quel punto, i remi aderirono alle pareti e l’essere legnoso spostò il capo. «Groooak!».

«Ma che cos’è?» si chiedevano tutti.

«È un demone che ci ha mandato Poseidone! Dobbiamo fare un sacrificio in fretta!» strepitò un altro.

«No, ho io un’idea» esclamò Ditirambo, che ordinò: «Accendete i bracieri!».

«Con questo caldo? Ma, locago…».

«Obbedite».

Quella che era una trireme rimase immobile, poi saltò giù e atterrò nel cortile della fortezza stritolando sotto il suo peso alcuni opliti.

«Colpitelo alla vela» sbraitò Ditirambo.

Le frecce infuocate trapassarono il tessuto, e questo prese fuoco.

La creatura si spaventò e correndo come un millepiedi – ma sempre eretto – andò addosso al bastione travolgendolo dall’interno. I remi si agitarono e dilaniarono alcuni opliti.

«Colpitelo allo scafo, adesso».

Nuove frecce sibilarono e fecero diventare la struttura lignea un istrice o un riccio sì, ma di fuoco.

Le fiamme si diffusero e attecchirono sul corpaccio ligneo.

«Groooak! Grooo…».

Il fuoco lo divorò del tutto e cadde riverso nel cortile dopo aver ucciso nuovi opliti travolgendoli con i suoi resti.

«Come avete osato?» tuonò una voce.

Tutti si girarono e videro il mare in tempesta. Fra le onde, compariva un volto truce.

«Avete ucciso mio figlio, voleva solo divertirsi…».

«È… è Poseidone…» gemettero alcuni opliti.

«Voleva solo divertirsi, e voi l’avete ucciso». La voce era come la furia dei venti, era la furia dei venti.

«È tutta colpa sua, sua, soltanto sua!». Gli opliti additarono Ditirambo, si allontanarono, lo lasciarono solo.

Ma Poseidone non rispose più. Dapprima l’acqua si ritirò dalla spiaggia, poi sorse una grande onda che si abbatté sulla fortezza costiera spegnendo l’incendio e travolgendo tutto e tutti.

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Discussioni

    1. Grazie Alessandro! Il lab l’ho scritto l’altro ieri… da oggi lo revisiono e lo pubblico domenica prossima!