Guardami

Guardo in silenzio la mia ragazza che sistema tutte le mie cose in una scatola, sono sicuro che le metterà in soffitta dove ha riposto le sue speranze e il sogno ormai svanito del nostro futuro matrimonio. Forse non dovrei definirla ancora la mia ragazza, in fondo, sono passati ormai sei giorni da quando una donna ci ha divisi, da quel giorno, Maya passa le sue giornate a piangere e organizzare tutta la sua roba per andare via da questa casa piena di ricordi, dopo tutto questa casa è mia, anche se convivevamo da tre anni e conoscevamo tutto l’uno dell’altro, non vuole più stare qui. La nostra routine non ci annoiava, era una dolce monotonia instancabile che ci univa ogni giorno di più.

Io seguo ogni suo passo in silenzio, mi siedo nella mia poltrona preferita per osservarla meglio senza disturbarla, la guardo mentre mette in pila gli scatolini vicino alla porta, ha i capelli chiusi in una crocchia disordinata e gli occhi stanchi, è bella lo stesso. Maya inizia a controllare i documenti per l’affitto del suo nuovo appartamento, con la mano libera si sistema una ciocca di capelli ribelle dietro l’orecchio, poi fa una cosa che mi fa impallidire, alza gli occhi su di me e ci guardiamo, ma i suoi occhi sono vitrei, non sta guardando me, in realtà sta guardando oltre me, io non esisto più per lei.

È quasi l’ora di pranzo, mi alzo e mi dirigo verso la cucina lasciandola lì, da sola.

Mi appoggio al lavandino per osservare il giardino oltre la finestra aperta, lei mi raggiunge poco dopo e immaginiamo in silenzio due bambini che giocano felici sull’altalena, avrei voluto costruirla quest’estate, lei diceva che avrebbe portato sfortuna mettere dei giochi per dei bambini non ancora nati, come avrebbe portato sfortuna anche scegliere i nomi, ma lo facemmo ugualmente, solo che adesso quei nomi appartengono al vento.

Cerco di scacciare quel pensiero e mi giro verso di lei, noto che una lacrima solitaria e lenta le solca la guancia, odio vedere quel viso di porcellana rigato dalla tristezza, non riesco a reprimere il desiderio di accarezzarla e le sfioro appena la guancia con il dito, proprio sotto quella goccia di rugiada, ma lei si scosta senza guardarmi e, chiudendo la finestra, esce dalla cucina. Vorrei urlare, spaccare tutto, vorrei dirle che mi manca, che mi dispiace ma non mi sentirebbe nemmeno, la colpa non è né mia né sua, ma non si può fare niente per tornare come prima. Quando una cosa si rompe, difficilmente si riesce a ripararla, si vedranno sempre delle piccole imperfezioni, delle crepe, e nel nostro caso nemmeno quelle.

Esco dalla cucina per cercare Maya, gli scatoloni che abitano il salotto sono tantissimi, ma io so che non sono tutti, mancano quelli contenenti i nostri album fotografici, i miei regali, i ricordi di anni pieni d’amore, le speranze ed i sogni che non siamo più in grado di mantenere. Dato che qui Maya non c’è, continuo la mia ricerca nelle altre stanze poi mi dirigo al piano di sopra, i miei occhi puntano immediatamente dall’altra parte della porta che conduce nella nostra camera da letto; quando litigavamo lei si chiudeva lì a piangere per ore, non voleva assolutamente che io la raggiungessi, altrimenti avremmo continuato ad urlaci addosso insulti e calunnie. Solo quando trovavo la porta socchiusa potevo andare da lei per stringerla e farla sentire amata, quello era il suo segnale per farmi capire che la lite per lei era finita.

Non voglio guardare quella porta perché ho paura di trovarla chiusa, non voglio pensare di non poterla rivedere prima che lasci la mia casa per sempre, prima di separarci non le ho nemmeno detto quanto la amo, e non posso dirglielo nemmeno adesso.

Il suono dei suoi singhiozzi mi fa voltare verso la stanza dove so per certo che, Maya, sta prendendo dal fondo dell’armadio la scatola dei nostri ricordi più belli, lei crede che io non sappia dell’esistenza di quella piccola scatola rossa, ma la scoprii due anni fa, da allora, ogni mese andavo in camera mentre lei lavorava e mi mettevo a guardare le cose che riteneva più importanti, maya vi aveva riposto le cartoline dei nostri viaggi, le foto importanti, descrisse in un foglio rosa la proposta che le feci a Osaka, e mise tutte le lettere che le lasciavo sul cuscino ogni mattina prima di partire per i miei viaggi di lavoro.

La porta della camera non è socchiusa ma appoggiata, come se non avesse la forza di chiuderla completamente, lasciando un barlume di speranza più per lei che per me. Appena entro, la trovo seduta sul letto di fronte a me, la testa piegata in avanti dal peso delle lacrime e con la scatola rossa in grembo, la sta accarezzando come si fa con un gattino ferito e le parla. Non capisco cosa dice e non ho nemmeno il tempo di avvicinarmi che lei si alza velocemente, incrocio per un attimo i suoi occhi ma non mi guarda nemmeno stavolta, invece, infila la mano in tasca in cerca di qualcosa e esce con passo spedito fuori dalla stanza. Resto imbambolato qualche secondo le vado dietro ma non la trovo, quanto cavolo sono rimasto lì sopra?!

Non c’è da nessuna parte ma non può essere sparita, un rumore familiare mi fa intuire tutto… Maya ha sempre le chiavi della macchina con se.

Esco nel cortile e vedo la macchina di Maya a due isolati da me, adesso raggiungerla sarà impossibile, non posso prendere la mia macchina e comunque sarebbe troppo tardi. Le mie gambe partono prima che il mio cervello possa elaborare una soluzione e dopo un secondo corro all’inseguimento, sforzo le gambe al massimo tanto non sento più dolore ormai, le sono dietro, la sto raggiungendo… ma uno strano dejavù mi blocca sul posto.

Maya non si ferma al rosso del semaforo e una macchina la prende in pieno. Il fiato già assente mi crea un nodo immaginario alla gola che mi opprime.

Intorno alla macchina di Maya si radunano molte persone, urlano, chiamano aiuto, chiamano lei. Passano dieci minuti ed io sono ancora fermo come una statua.

Non voglio che Maya muoia, ha ancora tutta la vita davanti a se, è un fiore che deve ancora sbocciare non può arrivare l’inverno così presto per lei.

Cerco di non guardare la macchina accartocciata di Maya, né il liquido rosso scarlatto che fuoriesce da essa, dirigo lo sguardo sul ciglio della strada e un foglio attira la mia attenzione, la mia foto mi sorride, non sono ancora abituato a vedere il mio necrologio.

Guardo nuovamente verso l’incidente, le persone presenti hanno smesso di urlare, o forse, le mie orecchie di sentire. Il tempo sembra rallentare, le persone si muovono lentamente, attorno a me il cielo si fa grigio e l’aria più fredda, molto fredda, riesco a pensare solo una cosa in questo momento.

“È arrivato l’inverno mio piccolo fiorellino.”

Una lampo di luce squarcia il cielo grigio e una figura luminosa esce dalla macchina di Maya. La figura slanciata viene verso di me, nessuno la vede, solo io.

La figura man mano che si avvicina attenua il bagliore, adesso vedo Maya, cammina verso di me, sorride e, finalmente, mi guarda.

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Discussioni

  1. Ciao Saya, e benvenuta. Un bellissimo primo racconto, fai crescere lentamente la tensione e ci lasci lì, domandandoci dove andrà Maya e se mai sapremo perché, ooi BAM, ci stendi con un pugno in pieno stomaco, come dice Sergio. Bello e davvero ben strutturato. Grazie

  2. Cavolo. Fino a tre quarti ero pervaso da una sottile, tagliente malinconia. Arrivo in fondo e mi piomba sulla faccia un martello. Un pugno nella bocca dello stomaco.
    Scritto davvero bene, con delicatezza senza scivolare nello sdolcinato, nel melenso. E ber strutturata la vicenda per mascherare in piena vista la realtà, suggerendo altro, per poi rivelarla di botto (letteralmente) con un finale tragico e dolce allo stesso tempo.
    Davvero un ottimo racconto.