Guida al respiro subacqueo (di Marco J. Balestri, istruttore di apnea, Fiorani Edizioni)
Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO
- Episodio 1: Zafiristan (di Learco Bissoli, illustratore, cartotecnico)
- Episodio 2: Songs for Broken Hands (di Peggy “Fingerless” Ford, arpista, Folkways Records)
- Episodio 3: Escaping Downtown / To the River Valley (di Muddy Gennet & the Terminal Ensemble, Sick Town Tapes, Bruxelles 1999)
- Episodio 4: Come restare incinta durante una gravidanza (di Elena Marini, scrittrice, Torino)
- Episodio 5: Milwaukee (di Jacob Frances Butler, detto “Eclipse-Jack”, drammaturgo, internato, Milwaukee 1875 – Londra 1922)
- Episodio 6: Milwaukee – Dettaglio (di Jacob F. Butler, detto “Eclipse-Jack”, drammaturgo, internato, Milwaukee 1875 – Londra 1922)
- Episodio 7: L’altra me (firmato Alba / Alceo Ferretti, Fiorani Edizioni)
- Episodio 8: L’altra me – Dettaglio (firmato Alba / Alceo Ferretti, Fiorani Edizioni)
- Episodio 9: Guida al respiro subacqueo (di Marco J. Balestri, istruttore di apnea, Fiorani Edizioni)
STAGIONE 1
La J. nel nome di Marco Balestri stava per Jona, un secondo nome che i genitori gli avevano dato quasi per scherzo, pensando a un santo minore del calendario romagnolo, e che lui portò per tutta la vita senza mai spiegarne il significato biblico a chi glielo chiedeva – come se preferisse che la storia di un uomo inghiottito dal mare e restituito diverso rimanesse un dettaglio nascosto, non una dichiarazione d’intenti.
Eppure fu esattamente quella la storia che finì per scrivere, un giorno, senza neppure accorgersene.
Marco insegnava apnea in una piscina comunale di poche corsie, in un paese dell’Adriatico troppo piccolo per avere un vero centro sportivo.
Non insegnava a trattenere il respiro come fanno gli sport estremi da rivista patinata, con cronometri e record da inseguire: lo faceva con la pazienza ossessiva di chi ha scoperto un fatto scomodo e non riesce più a smettere di ripeterlo, affermando che il bisogno di risalire a prendere aria non nasce, come tutti credono, dalla mancanza di ossigeno, bensì da un accumulo di anidride carbonica, un semplice allarme chimico che il corpo suona molto prima che ci sia un pericolo reale – e che, con sufficiente allenamento, si può imparare a zittire. Non s’impara a respirare, ripeteva ai suoi allievi, e più tardi lo avrebbe scritto identico in quarta di copertina, s’impara solo a dimenticare di farlo nel modo sbagliato.
Sul suo quaderno degli appunti, però, Marco annotava anche altro: cose che nessun corso di apnea ufficiale gli aveva insegnato a mettere in relazione, ma che a lui sembravano appartenere alla stessa famiglia di fatti scomodi. Il riflesso di immersione dei mammiferi – quel meccanismo antico per cui il cuore rallenta, i vasi periferici si stringono per risparmiare sangue al cuore e al cervello, e la milza si contrae rilasciando in circolo una riserva supplementare di globuli rossi, come se il corpo umano, sott’acqua, ricordasse ancora di essere stato qualcos’altro. La narcosi da azoto, quella lieve euforia allucinatoria che coglie i subacquei oltre una certa profondità, e che la fisiologia ufficiale spiega con la pressione dei gas nel sangue, ma che a Marco sembrava sempre descritta, nei resoconti di chi l’aveva provata, con un vocabolario più vicino alla rivelazione che allo stordimento. E infine la teoria, marginale e mai davvero accettata, di un passato umano più acquatico di quanto la versione ufficiale dell’evoluzione racconti – un’ipotesi che gli scienziati seri liquidavano in una nota a piè di pagina, e che Marco, invece, cominciò silenziosamente a trattare come un indizio.
La sua idea, mai scritta per intero da nessuna parte se non nelle pieghe del romanzo, era questa: che l’allarme della CO2 non fosse solo un allarme di sopravvivenza, ma anche un filtro – un filtro che teneva a bada, insieme al panico, anche tutto ciò che i sensi ordinari non sono attrezzati a registrare. Zittire l’allarme con l’allenamento, sosteneva, non significava solo restare più a lungo sott’acqua. Significava disattivare, insieme all’allarme, la protezione che normalmente impedisce al corpo di percepire quanto l’acqua sia piena – non di pesci, non di correnti, ma di qualcosa che è sempre esistito, invisibile, perché nessuno prima si era mai spinto abbastanza a fondo, per abbastanza tempo, con la mente abbastanza silenziosa da lasciarlo passare.
Fu Silvia, tra tutti, a fargli capire che non si trattava solo di teoria. Arrivò ai suoi corsi a trentasei anni, dopo un divorzio di cui evitava sempre di parlare, e in otto mesi passò da non saper mettere la testa sott’acqua a scendere oltre i trenta metri senza mostrare un solo segno di panico.
Marco non seppe mai dire con certezza cosa fosse stato (in quale immersione esatta) a farle superare una soglia che nessun altro allievo – nemmeno i più tecnicamente dotati, nemmeno lui stesso – riuscì mai a raggiungere. Non fu tecnica: la tecnica di Silvia, controllò più volte sui suoi appunti, non era superiore a quella di almeno la metà dei suoi allievi che pure non ottennero mai lo stesso risultato. Fu qualcosa che sembrò accadere per errore, una minima deviazione dal protocollo, un respiro convogliato in aree oscure dell’anatomia – e che dall’esterno, sul bordo vasca, Marco vide come un cambiamento fisico prima ancora che psicologico: il battito di Silvia, misurato con la fascia cardiaca che le faceva indossare per studio, non tornò più del tutto normale nemmeno fuori dall’acqua, restando per settimane più lento della media, come se il corpo si fosse disabituato all’habitat della superficie.
Da quel giorno Silvia possedette una calma che Marco, con tutta la sua tecnica, non riuscì mai a insegnare a nessun altro, né a riprodurre in se stesso per quanti tentativi facesse, replicando condizioni, orari, profondità, persino la temperatura dell’acqua. Non era serenità nel senso comune del termine. Era una pace mistica – Marco la descrisse così, con quella parola esatta, in una delle ultime pagine del quaderno –, la pace di chi non condivideva mai il proprio stato, come se avesse visto qualcosa e avesse deciso, non per pudore ma per una forma di rispetto quasi religioso, di non poterlo o non doverlo raccontare a chi non l’aveva vista con lei.
Gli altri allievi, quelli che si avvicinavano di più, arrivavano a un passo da quello stato, ma non riuscivano mai a eguagliarlo: restavano competenti, resistenti, sempre più bravi tecnicamente, ma ancora dentro il mondo, ancora toccati dalle miserie quotidiane. Solo Silvia era uscita, ogni volta, come se non fosse mai andata sott’acqua davvero, ma altrove, e fosse semplicemente tornata a indossare un corpo che nel frattempo aveva smesso di considerare l’unico luogo in cui vivere.
Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO
- Episodio 1: Zafiristan (di Learco Bissoli, illustratore, cartotecnico)
- Episodio 2: Songs for Broken Hands (di Peggy “Fingerless” Ford, arpista, Folkways Records)
- Episodio 3: Escaping Downtown / To the River Valley (di Muddy Gennet & the Terminal Ensemble, Sick Town Tapes, Bruxelles 1999)
- Episodio 4: Come restare incinta durante una gravidanza (di Elena Marini, scrittrice, Torino)
- Episodio 5: Milwaukee (di Jacob Frances Butler, detto “Eclipse-Jack”, drammaturgo, internato, Milwaukee 1875 – Londra 1922)
- Episodio 6: Milwaukee – Dettaglio (di Jacob F. Butler, detto “Eclipse-Jack”, drammaturgo, internato, Milwaukee 1875 – Londra 1922)
- Episodio 7: L’altra me (firmato Alba / Alceo Ferretti, Fiorani Edizioni)
- Episodio 8: L’altra me – Dettaglio (firmato Alba / Alceo Ferretti, Fiorani Edizioni)
- Episodio 9: Guida al respiro subacqueo (di Marco J. Balestri, istruttore di apnea, Fiorani Edizioni)
Ciao Nicholas 👋 il testo è molto coinvolgente, soprattutto nelle descrizioni di Marco, il modo in cui percepisce l’allarme in immersione. Tutto molto bello, mi associo a Simona che prende appunti, complimenti 👏👏
Buongiorno Nicholas, mi è piaciuto da matti! Scritto benissimo, ma questa non è una novità nel tuo caso. E’ molto coinvolgente e raffinato. Ha la sonorità ovattata tipica dei fondali marini. Inoltre mi è stato utilissimo per un progetto a cui sto lavorando negli ultimi mesi. “…come se non fosse mai andata sott’acqua davvero, ma altrove, e fosse semplicemente tornata a indossare un corpo che nel frattempo aveva smesso di considerare l’unico luogo in cui vivere..” – Qui ho preso appunti.
Ciao Simona! Grazie mille della lettura e del bellissimo commento. Troppo buona🙏🏻 La storia non finisce qui: per motivi di spazio sono spesso costretto a spezzare in due questi episodi autoconclusivi. Domani uscirà la parte finale🤗
Uuhh! Ottima notizia! Attendo trepidante, allora. A domani.
🙏🏻😊