L’ora del lupo

Serie: gutta cavat lapidem


un borgo di montagna pieno di inquietudini e vecchie leggende. Uno scontro fra il bene e il male lungo trent'anni giunto al suo epilogo

Le campane della chiesa di San Matteo rintoccarono sette volte, il suono sordo e familiare si disperdeva tra le montagne avvolte da una leggera nebbia. Il piccolo borgo di Grailè era ancora addormentato. Marghe si sistemò meglio la fascia che le proteggeva il collo dall’aria sferzante di quei primi giorni di novembre, mentre i suoi passi decisi scendevano svelti dal sentiero che sbucando dal bosco diventava la stradetta di ciottoli che serpeggiava tra le case antiche del centro storico.

La corsa prima dell’alba, all’ora del lupo, segnava per Marghe l’inizio della giornata; con le prime luci dell’aurora d’estate o con il buio fitto illuminato dalla sua lampada frontale in inverno, non c’era giorno in cui non si inerpicasse su per i boschi che circondavano il piccolo borgo in cui era nata quarantatré anni prima.

Marghe non aveva mai lasciato Grailé: aveva odiato quel posto, lo aveva maledetto, e parecchie volte si era trovata sul punto di lasciarsi tutto alle spalle per salire sul primo treno verso la valle senza nemmeno fare le valigie. Alla fine però, ogni mattina apriva gli occhi senza mai dover mettere la sveglia e, sempre all’ora del lupo, infilava le scarpe da running e usciva lungo le strade e i sentieri vuoti, protetti e rinchiusi delle montagne.

Marghe percorreva il medesimo giro da trent’anni: via delle tre spade, palazzo Casati, poi girava intorno ai cancelli del parco che si apriva davanti al palazzo e che era diventato un giardino pubblico e risaliva fino a piazza Roma, alla chiesa di San Matteo; da lì per vicolo della chiesa nuova arrivava fino al centro storico e alla chiesetta dell’angelo custode, svoltava per la strada in ciottoli che saliva verso i boschi e giunta al piccolo tabernacolo della Madonna dell’acqua prendeva a sinistra e correva lungo il sentiero in salita, fra i castagni e le prime conifere fino alla pozza di Cassandra dove il torrente Mallero sgorgava dalla montagna e si buttava giù per poi scorrere placido lungo l’antico perimetro delle mura di Grailé, oggi scomparse. Delle antiche mura, in piedi, rimaneva soltanto Porta Mallerina, quella che guardava a sud e che ormai perduto il suo solenne spirito di baluardo, oggi segnava soltanto l’inizio della zona a traffico limitato del centro.

Marghe conosceva sentieri e boschi intorno a Grailé meglio di chiunque altro: teneva in ordine e puliti anche i passaggi più impervi, vie lungo la montagna che forse soltanto lei ancora ricordava esistere; altri li teneva celati, coperti con arbusti; altri ancora chiusi e sigillati da cerchi di pietre e antiche formule magiche.

Dalla pozza di Cassandra, superando la cascata con passo sicuro lungo una scala di massi che tale era solo per la maestria di Marghe nel saltare da un blocco all’altro, risaliva fino alla parte più alta del bosco che si apriva in una terrazza naturale dalla quale si dominava con lo sguardo tutta Grailè, 200 metri più sotto, stando al rilevamento del Garmin del dislivello percorso; 140 bpm erano invece i battiti di Marghe al minuto: benché fosse molto allenata e in quel tratto il terreno declinasse quasi verso il basso, non poteva mai evitare che il cuore accelerasse e che dentro di lei di volta in volta prendessero forma emozioni contrastanti: paura, sollievo, nostalgia, rabbia, a volte persino gioia. Ogni giorno, tutti i giorni, guardava giù, guardava Grailè. Marghe aveva imparato la pazienza, quella della goccia che scava la pietra. Come fosse un rito, come fosse una maledizione, come se le toccasse il compito di rimanere sempre all’erta, come la vedetta che compie senza sosta il suo giro di controllo lungo le mura del castello.

Giunta in fondo alla discesa, Marghe si fermò alla fontana di piazza delle tre spade, afferrò con una mano il cannello gelido e sorseggiò un poco di acqua, ancora più gelida. Sollevò meccanicamente lo sguardo verso il portone verde di palazzo Casati; chiuso e muto come lo era da tanti anni; Mariano, il vecchio custode, veniva una volta al mese, entrava dall’ingresso laterale e attraverso la scala segreta saliva fino al primo piano, proprio fuori dalla sala dei balli. Controllava il buono stato dell’impianto elettrico, il funzionamento della caldaia, la chiusura di tutte le persiane. Ogni volta aveva da lamentarsi con l’ufficio tecnico del comune per come, secondo lui, il parco del palazzo era mantenuto, ovvero molto male. Si portava via una bottiglia di vino dalla cantina per il disturbo e richiudeva tutto per un altro mese.

Marghe si asciugò le labbra nella manica della felpa; si vedeva la luce del fruttivendolo accesa dietro la saracinesca ancora abbassata. Risalì la via corricchiando piano fino a imboccare sulla destra vicolo san Siro; casa sua era una mansarda con vista su Grailé. Lasciò le scarpe umide fuori dalla porta ed entrò nel suo minuscolo appartamento col tetto basso, stipato di libri su scaffali dell’ikea, accatastati per terra, e sopra il tavolone di legno antico che faceva da scrivania e da tavolo per i pasti. Uno scaffale quadrato in particolare raccoglieva vecchie Smemoranda e quaderni a righe tutti scritti con una Bic profumata verde e una collezione di audiocassette: nastri pirata di vecchi album grunge e altri che riportavano scritto sulla targhetta semplicemente Ade. Marghe avrebbe dovuto decidersi a riversare tutto in digitale, anche se ormai ne conosceva a memoria il contenuto, parola per parola, respiro per respiro; soltanto quando sentiva il bisogno di riascoltare la voce di Ade per non scordare il senso di tutto, metteva una cassetta nel vecchio registratore. Una foto in bianco e nero di Kurt Cobain stava all’ingresso, e la si vedeva appena entrati; una stufa, un letto matrimoniale e un vecchio cassettone completavano lo scarno arredamento; niente tv, soltanto un MacBook perennemente in carica attaccato alla presa della cucina accanto alla macchina per il caffè americano, e un sacco di blocchi per gli appunti, di quelli con la carta gialla a righe, zeppi di una scrittura minuta e coerente nel sua quasi illeggibilità, tratti a volte nervosi, altre più tondeggianti; non sembravano frasi, le parole erano linee ininterrotte di matita che solo agli occhi di Marghe acquisivano senso compiuto.

L’illegibilità è il migliore dei codici segreti,  le aveva detto una volta Lo Spretato e forse non aveva tutti i torti.

Marghe lasciò i vestiti accanto alla lavatrice e scivolò nella doccia: rimase per un po’ sotto l’acqua fredda in attesa che il boiler iniziasse a lavorare; le vennero i brividi e faticava come sempre a controllare il respiro, ma solo per pochi secondi, poi riprese subito il controllo e lasciò l’acqua fredda scorrerle addosso fino a che non divenne bollente. L’acqua le scorreva a fiotti dal collo alle guance, Marghe la osservava scendere lungo le gambe magre fino ai piedi; aveva entrambe le unghie degli alluci schiacciate e nere; accarezzò per un attimo il bezoar che portava al collo insieme a una catenina d’oro vecchia di cent’anni e che sua nonna diceva essere un portafortuna e a una collanina di legno, da bancarella estiva.

Che diavolo è un bezoar? Marghe ricordò la domanda irridente di Cardo quando Ade lo aveva mostrato loro la prima volta, tanti anni prima, la notte di San Giovanni del 1994. A Marghe, a dire il vero, aveva fatto un po’ impressione, e si era chiesta come mai fra tutto ciò che si può scegliere per realizzare un amuleto, la sua migliore amica avesse scelto proprio un calcolo, o meglio, una concrezione, come recitava il trafiletto di un vecchio volume di magia popolare che accompagnava la foto in bianco e nero di un piccolo oggetto che pareva un uovo di pietra, e che ancora stava impilato da qualche parte nella masarda. Il Bezoar è una concrezione che si forma nello stomaco e nella bile dei ruminanti e che nel Medioevo era ricercato da sovrani e papi per il suo potere di neutralizzare gli attacchi maligni. Cardo ne aveva sorriso, Tom aveva voluto a tutti costi tenerlo in mano convinto che fosse solo un banale sasso preso dal greto del Mallero. Marghe si sarebbe ritrovata ad indossarlo per i successivi trent’ anni.

Suonarono alla porta: letteralmente. Marghe aveva strappato i fili del campanello elettrico per appendere nell’angolo in alto dello stipite destro un campanellino a catena che suonava stonato; deng deng. Marghe si avvolse nell’asciugamano e camminò lasciando impronte bagnate fino alla porta. Aprì senza chiedere chi fosse a quell’ora del mattino. Cardo entrò con l’aria stanca.

Serie: gutta cavat lapidem


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Discussioni

  1. Ho notato una notevole capacità descrittiva, che dilata tutta l’arcata di questo primo episodio, offrendo più strati e livelli di esplorazione in una magnifica densità di scenario: dal respiro ampio della geografia, ai dettagli degli oggetti che costellano il mondo di Marghe, alle parti sensibili del suo corpo sotto il flusso dell’acqua. Tutto sembra incidere e corrispondere nel tuo affresco. Da qualsiasi punto tu le collochi, le tue immagini sono sempre parte attiva nella riuscita del tuo ingranaggio, dalla familiarità del MacBook alla singolare concrezione del Bezoar.

  2. La narrazione si sposta fluidamente tra il presente e il passato accompagnata da una scrittura ricca di dettagli sensoriali dando vita alla storia. Inoltre ci tengo a evidenziare che apprezzo Marghe, è un personaggio complesso e affascinante che attraverso il legame con il suo luogo d’origine vive un rapporto ambivalente fatto di amore e odio. Complimenti!

  3. molto apprezzato, una scrittura di alto livello e di grande impatto emotivo. La descrizione del borgo attraverso la corsa di Marghe è perfetta.