Hai tempo fino a mezzanotte

La parete senza i quadri appesi è tutt’altro che una tabula rasa. I segni gialli e marroncini delle cornici compongono la loro spettrale melodia sul muro divenuto spartito musicale. Questa è ancora la mia casa. Tu sei solo un ospite, sembrano cantare sottovoce.

I miei passi disturbano il pavimento in legno di rovere, rimbombano e ritornano indietro, come una lettera rispedita al mittente. Oltre l’arcata, la luce del bow-window si stende sul pavimento in strisce affilate, tagliando lo spazio in un chiaroscuro di spade e sbarre. La polvere, sospesa nei coni degli ultimi raggi di sole, si mischia all’odore stantio della carta da parati. M’intasa le narici.

Metto la mano sull’acciaio gelido della maniglia e apro la finestra.

Un freddo siderale invade la stanza. Poco male. Devo cambiare aria.

Cerco di muovermi con naturalezza e mi dirigo verso la zona notte.

Il corridoio è lungo e stretto, ritmato dalle geometrie regolari delle porte simmetriche, tutte spalancate sul vuoto. Le stanze si susseguono spoglie, pavimentate con lo stesso rovere del salone che qui si perde nel buio, interrotto solo dalle piastrelle chiare del bagno in fondo. Appoggiato sul lavabo c’è uno straccio rinsecchito, con il quale il vecchio inquilino si è asciugato le mani per l’ultima volta prima di andarsene.

Un brivido mi scuote la schiena, la temperatura si è fatta polare.

Torno nel salone, chiudo la finestra. Ho ordinato la pizza prepagata per le otto. C’è tutto il tempo.

Prendo gli ultimi ceppi rimasti e accendo il camino. Mi sdraio sull’unico pezzo di arredamento scampato allo sgombero: una grande poltrona sdrucita e graffiata da un cane o un gatto. Abbandonata lì, vecchia e malandata.

Il crepitio ipnotico dei ceppi spezza il silenzio, lentamente cado in un abbraccio di calore che mi protegge. I pensieri scivolano via, cullati dal battito arancione del focolare.

Mi adagio per un tempo indefinito nel tepore che sa di bosco.

SBAAM!

Un ceppo esplode all’improvviso! Scatto con un movimento convulso, appoggio le braccia sui braccioli e conficco le unghie nella gommapiuma, come se fossi su un aereo in avaria. Sgrano gli occhi. Dal camino comincia a uscire un fumo denso, un’onda opaca che invece di disperdersi nell’aria si condensa al centro della stanza. Davanti ai miei occhi sbarrati, quella nebbia scura si tinge di riflessi elettrici, cambiando colore fino a diventare di un blu profondo e innaturale.

Due fessure di luce elettrica brillano nel buio, mentre una bocca, segnata da labbra scure e sottili, si schiude esalando un vapore denso. Attorno a quel respiro bluastro prende forma una sagoma spettrale, avvolta in pellicce multicolore e incoronata da imponenti corna di cervo.

“Quello stronzo se n’è andato, finalmente. Non lo sopportavo più.”

Mi fissa mentre si batte spalle e braccia per togliere la cenere che si deposita ovunque nella stanza.

Resto inchiodato alla poltrona, paralizzato.

“Allora, vediamo di sbrigarci. Non stai sognando, non sei ubriaco né drogato e non sei da ricovero. Io sono Aran, abito questo posto. Se lo vuoi abitare insieme a me, c’è una condizione. Devi esprimere un desiderio autentico. Uno solo. Hai tempo fino a mezzanotte. Se non lo farai ti renderò la vita impossibile, finché non te ne andrai. Patti chiari, amicizia lunga.”

La mia bocca è spalancata. Non riesco a muovermi. Guardo l’ora sul telefono appoggiato per terra: le undici e quarantacinque.

“Comincia subito. Non hai molto tempo. Finora hai dormito.”

“…ehm…ah…ma…” la voce non esce, blatero a vanvera.

“Dai, datti una mossa, veloce. Dimmi il tuo desiderio autentico.”

Rispondo in completa confusione, le labbra si muovono ma sono fuori controllo.

“…ah…ma…ecco…eh…forse…non so…ecco…sì…Voglio vincere alla lotteria!”

“Puah!!! Ahahahahaah! Che schifo!”

La strana creatura si contorce sbellicandosi dalle risate. Si pulisce la bocca con un gesto sarcastico.

“Il tuo è un pensiero, non un desiderio. E formulato malissimo, inoltre. Ma dico io, gli esseri immondi capitano tutti a me? Non potete andare da un altro? Dovete venire tutti proprio qua? Uffa, che noia. Due possibilità ancora. Vai, spara la seconda! Sbrigati.”

L’autorevolezza del suo tono, mi domina. Ciò che sostiene è vero: il posto è suo.

Una goccia di sudore scivola dalla tempia destra lungo la guancia. Il cuore impazza nei timpani. Cerco di rallentare il respiro.

La mente corre in aiuto, cerca disperatamente una strategia per evitare il cortocircuito. Calma e sangue freddo! Cosa posso dire? Amare le cose semplici? L’avranno già detto in centomila. Vedere gli oceani puliti? Bruciatissimo. Che tutti i bambini della terra possano sorridere? Gettonatissimo e quindi altrettanto inutile. Essere amato per ciò che sono? Ma vaaa…che vergogna!

Meglio evitare gli altruismi e i grandi ideali. Devo essere sincero, diamine! Possibile che non mi venga niente? Ah sì, ecco. Proviamo questo.

“Voglio la macchina nuova e una bella figa!” La sparo lì, così, da vitellone anni settanta, cosa c’è di più vero e spietato?

Aran si blocca di colpo. Il teschio di cervo si inclina lentamente di lato, le corna proiettano ombre minacciose sulla parete spoglia. Poi, esala un lungo sospiro bluastro che puzza di ozono e tabacco vecchio.

“Grazie per questo invito alla fiera dell’originalità. Dimmi, piccolo esserino mortale, compendieresti la tua intera esistenza in un dépliant di concessionaria e un abbonamento a un sito porno? Sei sicuro? Mancano tre minuti a mezzanotte. E’ questa la tua risposta definitiva? L’accendiamo?”

Il tono sfidante quasi mi uccide.

“Ti resta un’ultima possibilità. Un solo tentativo prima che io trasformi ogni tuo giorno in questo posto in un inferno di tubature rotte, sussurri nei muri e incubi a occhi aperti. Guarda in quel vuoto che hai dentro e tiraci fuori qualcosa che sia davvero tuo. Chi sei quando nessuno guarda?”

Abbasso lo sguardo sul telefono. Lo schermo illumina il pavimento: 23:58. La pizza delle otto è ormai un ricordo gelato, la stanza è un congelatore e lo spirito aspetta, immobile, fissandomi con quelle due fessure di luce elettrica.

Guardo le pareti vuote. Tutto l’appartamento aspetta la rivelazione. Nulla è contro di me, è semplicemente in attesa. Prenderà forma solo dopo.

Le gambe si muovono, mi alzo in piedi.

Lo so.

“Voglio restare.”

Silenzio.

Ancora silenzio.

Poi, la frequenza.

“Uomo, puoi abitare.”

Dodici rintocchi. Tutto scompare, come in quella cazzo di Cenerentola.

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Discussioni

  1. C’è una bella atmosfera in questo racconto: parte quasi come una storia di fantasmi, con una casa vuota che sembra ancora abitata, poi vira sull’assurdo e sull’ironia senza perdere il senso profondo. Mi è piaciuta molto l’idea del “desiderio autentico”: alla fine quel “voglio restare” pesa più di qualsiasi desiderio spettacolare. Bravo, perché sotto il tono fantastico si sente una cosa molto umana.

  2. Devo ammettere che mi piace lo stile. Allʼinizio è tutto lento, calmo, pieno di descrizioni atmosferiche. E poi, allʼimprovviso, la storia cambia strada. “Voglio restare”, un desiderio così semplice e giusto che ti fa sentire disarmato. Bravo!

    1. Grazie di cuore Karina! La tua prima osservazione mi ha portato a riflettere attentamente, ed è bellissimo vedere come ognuno colga sfumature diverse. Mi fa davvero piacere che quel ‘Voglio restare’ ti abbia colpito.

  3. Ciao Gabriele, grazie per la tua bellissima lettura e per il tuo prezioso commento. Vorrei solo sottolineare come la rabbia di Aran nasca dal vedere il protagonista imprigionato in un’impasse: l’incapacità di distinguere un pensiero da un desiderio. Il genius loci cerca di ridestarlo per restituirgli la possibilità di scegliere davvero. Se dietro la “macchina nuova” o “la bella donna” ci fosse qualcosa di autentico, sarebbe comunque una scelta. Nessun giudizio, quindi. Ma il protagonista vive come un “piccolo esserino mortale”, come un criceto nella ruota (in un automatismo indotto dal sistema, un muro di gomma che impedisce il cammino verso la realizzazione del vero sé (“I miei passi rimbombano e ritornano indietro, come una lettera rispedita al mittente”).

  4. Non so se ci ho visto giusto, ma quello che qui ho trovato davvero geniale è il fatto che hai enfatizzato con quanta facilità un semplice pensiero, una voglia, un capriccio dettato dal momento o dalla società che abiti, venga preso per un desiderio autentico. I primi due desideri del protagonista sono la classica risposta di pancia che potresti sentire al bar sotto casa, e a leggerli così ti sembrano ridicoli: eppure prova ad andare in giro per strada a chiedere alle persone quale sia il loro desiderio autentico, e metà ti risponderà proprio così, magari con una risatina per alleggerire, ma non cambierà risposta. Una piccola critica allo strato di superficialità che riveste certe dinamiche.
    Ripeto, non so se ne avessi l’intenzione, ma a prescindere da questo rimane un testo ben scritto, tagliente e a tratti divertente.