Harakasa

Novembre 2020. Dopo lo sgombero al Tufello, la camionetta della Polizia mi scaricò davanti al nuovo alloggio; scagliai le poche cose che avevo con me: due sacche, una valigia, un piumone, qualche quadro appartenuto al mio compagno.

Un ingresso lastricato di marmi, un ascensore parvenue con immagini di Parigi, Seychelles, che scorrevano sullo schermo per ogni piano attraversato: sei, per l’esattezza.

Poi la scala che apriva sull’interno A: 30 mq, soffitto di due metri, un bagno ricavato da un armadio. Due finestre affacciavano sul cortile interno, coperto dalla rete stesa a difesa dei piccioni. Ovunque un acre odore di topi. La padrona di casa mi rassicurò che la disinfestazione era stata fatta. Non fidandomi posi – con amaro successo – delle trappole. Avrei convissuto con i topi, che se ne fregavano del lockdown; non che avessi valide alternative: contratto a nero (‘scrittura privata’) a cinquecento euro al mese più luce, due mensilità di anticipo e il divieto di apporre il mio nome ovunque. Nessuno venne a trovarmi in quel ring infestato, però mi prestarono una panciuta TV 14 pollici e la padrona di casa mi fornì un divano letto.

Avrei dovuto essere arrabbiata con la vita ma ero serena – o così credevo d’essere – imbottita di Efexor per il giorno, di Stilnox per la notte, di Cognac di bassa qualità e di panettone, mix che talvolta rimettevo correndo in bagno o ripulendo in terra utilizzando la candeggina: cosa che, mi era stato detto, allontanava i topi.

L’unico ricordo nitido è il jingle di Rai1 che alle cinque del pomeriggio chiudeva la fiction che seguivo, dava il via al TG1 e poi alla Vita in diretta. Ancora oggi, se lo sento, mi vengono i brividi.

Il sabba notturno dei topi, però, era troppo.

Trovai un’altra soffitta in via Curioni – Collina Lanciani – affittata ‘in scrittura privata’ da una vedova mingherlina, elegante, patita di bridge. Dopo due mesi dei seicento euro concordati per quei 15 mq con unico affaccio blindato sul tetto, iniziarono le richieste di centocinquanta euro al mese per il condominio.

L’odore acre stavolta non era dovuto ai topi. La casa era porzione di un attico: all’entrata un contatore della luce in ghisa da 1,5 megawatt; pareti in boiserie di noce e ovunque grandi specchi che, nel ricordare i bordelli, avrebbero dovuto ingrandire l’ambiente.

Ero tuttavia serena, amavo il tramonto visto dalle grate, la Stazione Tiburtina che mi lanciava messaggi di sopravvivenza, il sole al tramonto che, battendo sui Frecciarossa, evocava sogni. Dall’Efexor lo psichiatra era passato al Seroquel ed io avevo tolto il Cognac. Tuttavia quell’odore acre penetrava nei bronchi, la sera, dopo l’accensione del riscaldamento.

Un tempo ritrovato, insomma, finché nel corso di un temporale la ridondante boiserie del soffitto si impregnò di pioggia e insieme alla pioggia iniziarono a sgusciare – rivoli beffardi – i liquami dei piccioni che popolavano il tetto: tecnicamente guano. Tentai rivestire il letto con buste di cellophane ma l’impietosa mistura voluta dalla Natura scolava ovunque. Inutile dirlo, l’odore era insopportabile.

Presentai denuncia alla ASL finché un giorno non bussarono due signori: l’amministratore e un ufficiale sanitario per la rilevazione dell’amianto; che, inutile dirlo, fu trovato in larga quantità sulle tegole dei tetti e ovunque, bagno muffo compreso.

Li avevo in mio potere. Avrei potuto denunciarli tutti, ma la vedova del bridge, seconda moglie di un magistrato novantenne, ebbe un’idea cui non si poteva dire di no: cinquemila euro. Sull’unghia, contanti. E il giorno dopo, scomparire del tutto: mai stata lì.

Talvolta si vince una battaglia e si perde una guerra.

Era sorto un problema amministrativo con una casa di proprietà a Borghesiana – mai abitata tanto infernale era l’ambiente – per cui dovevo togliere la residenza fittizia, a norma di legge.

In venti giorni trovai un regolare, squallido bicamere in via Piagge, ovvero la crème di Fidene, dove ebbi l’onore di testimoniare: maltrattamenti su minori; rave party fino alle cinque di mattina sotto la finestra del bagno; un diciassettenne trovato morto per overdose alla scala A. Scrissi – deontologia giornalistica – quanto accaduto e fotografato su un mensile di quartiere che finì in varie copie sui tavoli di quel bar – proprio quel bar – scenario di lì a poco di una sparatoria con quattro vittime innocenti: quattro donne. Venni aggredita davanti la porta dell’ascensore e la mia già traballante ‘600 fu fatta a pezzi.

Iniziai a cercare da sola un luogo adatto al mio eccentrico snobismo. Trovai un appartamento al quinto piano di via Pietro Aretino, a Talenti – tanto non avevo nulla, con me, a parte la sporta del pellegrino – dove alcuni cafoni arricchiti cercano almeno di darsi un tono; la casa, ristrutturata, era perfetta. Anche il prezzo era congruo, per quanto alto.

Ottobre 2022. Finalmente regolarità, residenza, assistenza sanitaria, dignità.

Ero tornata una persona normale!

Acquistai un piccolo armadio liberty, un letto e la Harakasa non suonava più come harakiri ma come un luogo in cui ricevere amici e parenti. Tutto arredato con gusto e risparmio grazie ai rigattieri.

Eppure …

… La solitudine assunse un aspetto torvo, quello dell’inutilità.Entrando in casa mi sentivo soffocare; dovevo serrare le persiane fino al buio pesto, denudarmi totalmente, allontanare gli abiti usati e lavarmi con cura. In inverno, i miei abiti carcerari (non si può girare nudi a dicembre) furono solo viola e bordeaux. I colori preferiti dal mio compagno.

I gesti divennero abitudinari. Cenavo alle ventuno guardando RaiNews24.

Tutto doveva essere fatto in quel determinato modo e in quel preciso momento.

Così trascorse un mese. I pochi amici erano sempre impegnati e … poi sai Talenti è fuori mano … Mio figlio non aveva tempo. L’unica forma vivente era il cellulare, che si accendeva e spegneva sui messaggi pieni di cuoricini fasulli dei vari Facebook, Instagram e Whatsapp.

Eppure, consideravo, io ero lì. Avevo del buon tè, del buon caffè, dei dolci, l’ospitalità dignitosa ritrovata.

Si avvicinava Natale e via Ugo Ojetti si illuminò di festoni azzurri, si riempì di gente nella strada: un vero e benestante clima di festa.

Tuttavia le luci accese anche la notte infastidivano gli uccelli che nidificavano sui pini di via Ojetti. Si dice che l’avvelenamento massivo fu idea dei commercianti. In pieno spirito natalizio i camioncini portarono via carcasse e nidi di uccelli.

Nel frattempo vennero cancellate le mie ultime abitudini: scrivere la domenica pomeriggio, ascoltare musica classica alla radio. Quello che scrivevo non mi piaceva, inutile farlo. Inutile sognare.

La sera di Natale fui invitata da mio figlio, ma dietro quell’aria di festa bon ton un baco scavava, scavava, trivellava senza sosta creando una tristezza sconfinata. Recitai la mia parte, nonostante il gelo si stesse diffondendo nelle vene.

Il giorno successivo inventai una scusa e restai in silenzio a casa, al buio, a letto. Immobile. Da quel giorno credo sia iniziata anche l’immobilità.

Dopo aver inviato i messaggini personalizzati di Buon Natale a tutti e averne ricevuti in forward non ricordo cosa feci: forse dormii. L’Efexor non c’era più, nemmeno la Sertralina e nemmeno il Cognac, sostituiti da tisane.

Lo psichiatra, il mese precedente, mi aveva comunicato, con un ghigno, la verità dopo anni di omertà cattolica. Il mio compagno, malato di Parkinson, non era morto di infarto ma aveva scelto la dolce morte. Quella sera di novembre l’ultimo messaggio registrato sul mio cellulare era: “Buonanotte, amore mio. A domani”. Poi, in bagno, aveva ingerito tutti gli oppiacei, i farmaci, aveva eseguito le punture da solo, tutto ciò che lo avrebbe ucciso in poche ore. E così fu.

Ricordo solo, di quel pomeriggio dallo psichiatra, che diedi del criminale a quella palla di grasso diabetico; poi, deposti i settanta euro, me ne andai.

Da quel giorno compresi che non ero più la stessa. La scelta del più duraturo e felice amore della mia vita non mi aveva sorpreso. Vivere paralizzati non è vivere. Non provavo sensi di colpa, avevamo parlato della morte, ne avevamo persino scritto. Ero consapevole. Del resto, se quella sera mi avesse avvisato, avrei fatto di tutto per fermarlo. Comprendo le tue ragioni, amore mio immenso, ma non ti perdono di avermi abbandonato.

Di quel festoso clima del San Silvestro 2022, in cui alle ventidue e trenta mi addormentai e mi svegliai – indolore – nel 2023, con poche telefonate sul cellulare silenziato, non ho memoria. Credo inventai una scusa per restare sola. Le benzodiazepine erano le mie sole amiche. Non ho memoria, mi dispiace.

Terminate le feste, tolsi gli addobbi con ordine, riponendoli sul soppalco per l’anno successivo.

Per fortuna i benestanti di via Ojetti tenevano accese le loro luminarie a ricordare che sì, evviva, era Festa ancora! Una Festa senza fine. Anche se tutto, prima o poi, una fine deve averla.

La mattina del 7 gennaio 2023 la polizia mortuaria raccolse, in guanti monouso, gli indumenti che lei aveva deposto sul terrazzo, prima di saltare – completamente nuda – dal quinto piano di via Pietro Aretino, spezzandosi sull’aiuola stile giapponese.

Sugli scaffali le carte amministrative erano in ordine, la casa pulita, gli oggetti preziosi nel cofanetto.

Non trovarono altro.

Nemmeno uno di quegli haiku con cui spesso divertiva i suoi fantomatici amici.

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Discussioni

  1. Una storia densa di realismo e strazio. In essa sono racchiuse il senso della solitudine e della vacuità della vita. Sembra che il nostro peregrinare alla ricerca della serenità, talvolta, non porti proprio a niente. Ma è proprio nella ricerca, nel viaggio, che si può trovare un senso da difendere con forza. Anche a costo di vivere a tutti i costi.