
Ho scelto te
È morta da 7 minuti e 43 secondi.
Lo so perché il timer delle uova che stava facendo bollire sta quasi arrivando agli 8 minuti.
Voi sapete che le uova cotte, sode, ci mettono otto lunghi minuti a farsi solide?
Io non lo sapevo, in casa le uova le ha sempre fatte lei.
Aveva 27 anni appena 7 minuti fa.
Sono 47 le coltellate che le ho inferto, una dietro l’altra.
Le prime sono state dirette e pulite, sapevo che l’avrei uccisa da quasi un anno.
Carotide e collo, colpisci secco ma non violento, la prima volta me l’ero detto in ascensore.
Quella giornata me la ricordo bene, un giorno qualunque, tra il lavoro e mio figlio a scuola.
Però sapevo già di non sopportarla più.
L’ascensore era pieno di un profumo al mughetto, un profumo che sapeva di alcool scadente e fiori appassiti, era la vicina dell’edificio a est a metterlo sempre e non capivo nemmeno perché usasse il nostro di ovest, è più nuovo diceva lei, mi ci trovo meglio.
Così ogni mattina alle 7:45 prima che decidessi se andare io oppure no a scuola con Edoardo, quel mughetto era un pugno in pieno petto, un carbone ardente stretto nel cunicolo della mia gola, era insopportabile.
-Papà, non dire niente per favore.
Edo non voleva che litigassi mai con nessuno, forse perché con sua madre lo facevo già troppo.
Ci siamo separati appena è nato e nel mezzo ha visto cambiare tre partner a me e tre a sua madre.
La Vero, come la chiama lui, dice però che è la ragazza più bella che abbia mai avuto, è anche la più giovane.
Come glielo dico che è morta sul pavimento della cucina dove qualche mattina fa gli ha preparato la colazione?
Il timer scatta in questo istante.
Ora è morta da 8 minuti esatti.
Devo inventarmi una storia, devo anche sbarazzarmi del corpo.
Suona il cellulare di Veronica, poi il mio.
-Papà?
-Che c’è Edo?
-La Vero non mi risponde.
-È in doccia.
Quando sento la gente parlare di quanto sia difficile inventarsi delle bugie io non riesco a capirla.
La bugia è solo una verità alternativa, ma esiste, devi crederci per rappresentarla.
Io ho sempre creduto a quello che ho detto, tutti i miei ti amo ad esempio, sono entrati nella mente incanalati e ci ho creduto, le donne non le hai se non credi davvero alle fantasie che inventi.
-Le dici che deve farmi il vestito di Carnevale? Quello a lucertola mostro.
Edoardo fa sempre così, alla mamma mica lo dice cosa vuole davvero, ci pensa la Vero per quello.
Milano è fredda e umida in febbraio, c’è la polvere antracite di nebbia e di smog e nella sua periferia rimane spenta e anonima, noi nonostante tutto abbiamo una casa bella e ordinata con un piccolo balcone che rimane sul giardino del condominio, ma almeno è nostra e da pagare non abbiamo più nulla.
-Tua madre vuole ti travesti da principe.
-Ma la Vero lo sa che invece voglio la lucertola. Dai me la passi?
Ma la Vero non è in doccia, è immersa in un bagno di sangue che invade il parquet chiaro della cucina.
-Ti richiama dopo Edo, sta finendo di lavarsi, magari passa anche a prenderti dal dopo scuola, ok?
-Ok papà, però io il costume da principe non lo metto.
Prima che Edoardo finisca il suo doposcuola ho circa due ore, cosa ne faccio del corpo?
Prendo la tenda della doccia e ricopro Veronica con delle rose di plastica più vivaci del colore delle sue ferite.
Il cellulare segna le 13:42, prendo il suo, chiamate di sua madre, foto di Edo, qualche collega che le conferma gli appuntamenti in agenzia immobiliare.
Lo tengo in mano io, prendo la sua macchina e in uno zaino viola metto i miei vestiti sporchi.
Alle 14:13 il parcheggio di Esselunga immortala la macchina al suo ingresso ed io con il cellulare di Veronica invio il primo messaggio.
“Edo sono la Vero, papà mi ha detto di passare da scuola a prenderti, ci vediamo tra poco.”
Io e Veronica ci siamo conosciuti proprio qui, lei cercava di prendere una bottiglia di olio troppo in alto.
-Sono troppo bassa.
-Aspetta, ti aiuto io.
Le avevo preso quella in modo deciso e poi altrettanto convinto le avevo sorriso.
-Grazie.
-Comunque non sei bassa, sei carina.
Mi aveva lasciato il numero appoggiato alla scatola dei fagiolini nel cestino giallo e avevamo cominciato a frequentarci, mi è impensabile ora capire come siamo arrivati ad essere quelli che cercavano un figlio.
Alle 15:22 un secondo messaggio, dico a sua madre di non preoccuparsi, che la litigata della sera prima con me era stata solo un piccolo equivoco.
15:27 un terzo messaggio, indirizzato al mio numero.
“Sto andando a prendere Edo, ci vediamo a casa. Bacio.”
Da adesso ho dieci minuti di tempo per passare dalle strade con meno telecamere possibili, buttare il suo cellulare nel primo tombino utile e tornare a casa per risponderle in tempo.
Deve essere plausibile che io sia davvero a casa.
Non ho sudato, sono tranquillo, ho una camicia bianca che fa di me una bella persona.
Quando rientro mi fermo sul pianerottolo, giro la Marlboro fra le mani in modo veloce, ho poco, pochissimo tempo per togliere la presenza di Veronica da casa nostra.
È facile, estremamente facile togliere la vita.
Il difficile è quello che la vita ci lascia addosso, e intorno.
Migliaia di tracce, ricordi, accorgimenti.
Siamo fatti di password, fotografie e posizioni, siamo fatti di emozioni degli altri a ricordarci che siamo vivi.
La vicina del profumo al mughetto passa di sotto, io noto delle micro-gocce di sangue sulle scale, appena prima dell’ingresso.
Mi accendo la sigaretta come se non potesse vedermi.
-Paolo, ma c’è la Vero?
Lei ha una voce stridula che cammina in bilico fra labbra e stomaco, molto ondeggiante, come seguisse lo slancio dei suoi tacchi a spillo.
-È andata a prendere Edo.
-Ah, beh ho le frittelle di Carnevale, ve lo volevo lasciare.
Fantastico di lei che entra sul pavimento rosso e le rose artificiali stese a terra, e quelle maledette ombre scure sulle scale, come a indicare il sentiero del mio crimine.
Solo ora comincio a sudare, appena un po’.
-Grazie, magari passiamo noi, dopo.
Se ne va via delusa e oscillante, fasciata nel suo raso da negozio cinese di poco prezzo.
Prendo uno straccio bianco e in ginocchio passo gli scalini, uno, due, tre, a ondate circolari di candeggina e aceto, le mani bruciano, le ginocchia si screpolano, ora devo tornare da lei, è il momento.
La tenda della doccia si solleva fra le mie mani, mi pare che ancora respiri, ma forse è solo un riflesso spento della mia paura.
Avete mai provato a mettere un corpo dentro le borse blu dell’Ikea?
Io l’ho fatto e contro ogni logica, ci sta.
Veronica aveva ragione a dire che era bassa.
Anche ieri sera me l’ha detto, con la voce piena di stanchezza.
-È perché sono bassa? Non ti piaccio più? Hai un’altra?
-Ma che dici, Vero?
-E allora dimmi, perché no un figlio?
-Ne ho già uno.
-Ma io no. E se fossi incinta? Se lo fossi che faresti?
-Lo sei? Dimmi, lo sei davvero?
Le avevo preso la gola e l’avevo scaraventata contro il muro.
Mezzo secondo di follia e l’avevo lasciata andare.
Lei si era chiusa in camera, non ci eravamo parlati più prima del timer e di quelle uova sode.
Vorrei bruciarle la pelle, le ossa, i capelli, ma qui in questa casa non ce la farei.
Riprendo la sacca blu di Ikea, le escono un po’ le braccia, prendo dei sacchi ancora e l’avvolgo come posso.
Pulisco tutto, come credo di avere fatto fuori.
Edo mi chiama alle 16:18.
-Papà, la Vero non c’è sono con mamma.
-Come non c’è?
-Non è venuta a prendermi, non è con te?
-No.
-Sto con mamma stasera, chiamami appena torna la Vero, devo raccontarle un mucchio di cose.
Alle 16:28 la cucina è come lo specchio di un torrente calmo, lucido e trasparente.
Mando il quarto messaggio, un messaggio che forse sarà letto solo dalla melma e dagli ingorghi delle fogne di periferia.
“Amore tutto ok? Edo mi ha detto che non sei andata a prenderlo.”
Prendo una delle valigie più grandi che ho, poi una più piccola e un beauty case verde mela.
Dentro sole poche, piccole cose essenziali.
Il suo corpo, un ricambio per me, il dentifricio e una rivista di Topolino.
Quinto messaggio, come se fossi agitato.
“Vero oh, ma così mi fai preoccupare, fammi sapere.”
Le valige sono pronte, le guardo allineate dalla porta del bagno, strano vedere la doccia senza tenda.
17:16 quinto messaggio.
“Se sei arrabbiata dai, fattela passare. Porto un po’ di cose alla casa al lago per il week end. Fatti trovare a casa per cena.”
Alle 17:39 la macchina è già carica ed io sono in viaggio, le strade per i laghi in febbraio sono vuote e pacifiche.
Lei mi vede arrivare dal vialetto lungo la ghiaia e mi arriva al finestrino.
-Amore!
Le sorrido.
-Allora hai scelto me!
-Ho scelto te.
Apre la portiera e mi bacia, Veronica non è più un problema.
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“Storia di ordinaria follia”… è scritta talmente bene che credo te l’abbia raccontata l’assassino. Bravissima!
“Non ho sudato, sono tranquillo, ho una camicia bianca che fa di me una bella persona”
Applauso
Bravissima Marta, un racconto che si legge d’un fiato. Mi piacciono i punti a capo, le frasi brevi, l’orologio che passa inesorabile. Soprattutto ho apprezzato la tua capacità di accompagnarmi nella mente dall’assassino. Che stile! Finale a sorpresa, molto azzeccato.
Molto bello, i ritmi son scanditi in maniera perfetta, l’ho letto trattenendo il fiato 🙂
@Federoba94 che bello essere riuscita a farti trattenere il fiato, grazie di avermi letta!
Una descrizione di fatti, atmosfere, personaggi davvero lucida ed inquietante, come lo è il personaggio principale. Lucido e folle, l’ennesimo narcisista estremo, prototipo di quelli che affollano le cronache, ma dipinto meglio, iperrealistico. E quell’orologio che scandisce i tempi, con uno stile che ricorda alcuni thriller di qualche anno fa. Mi pare di vedere le cifre a sette segmenti led che cambiano davanti a me.
Mi hai impressionato. Grazie per l’ottimo racconto che ci condividi.
@ianni67 il tuo commento è molto bello e dettagliato, ti ringrazio per l’attenzione e la cura che hai dato alla lettura.
Inevitabilmente, purtroppo, lo spunto e la riflessione nasce dalla cronaca e dal nostro quotidiano, ormai sembra che le realtà superi la fantasia.
Mi piaceva l’idea di dare questa visione, sono contenta di averti restituito il retrò dei numeri sull’orologio, quel senso di scandire il tempo.
A presto 😀
Perdindirindina mi hai nuovamente scombussolato il cervello…Chiamo Colombo!
@giulio72. professione scombulatrice seriale! Bene, nel caso ho i contatti anche con la signora Fletcher, Miss Marple e Poirot, nel caso eh!
Preferisco il tenente :). Bel lavoro comunque…Complimenti
Porta Cane la prossima volta 😉 grazie e a presto, nei prossimi giorni vado a leggerti!
un giallo scandito dall’orologio, dal cellulare ma soprattutto dal fraseggio pulsante della prosa . Un piano disperatamente scaltro. È il delitto perfetto? Ma dicono che non esista.
Ho notato un brusco scemare della tensione nel finale, come se l’assassino fosse ormai sicuro di sé e forse troppo sicuro.
Molto apprezzato.
Ciao @francesca.espositi prima di tutto grazie per avermi letta e anche con così tanta attenzione 😀
Effettivamente c’è il calo sulla tensione nel finale, come una liberazione, non solo perchè si pensa di averla fatta franca- forse lo pensano un pò tutti all’inizio- ma anche perchè il “problema” non è più vivo, a farci sentire lo specchio della nostra inadeguatezza.
Penso sia un pò come quando abbassi il volume o spegni qualcosa, sostanzialmente non vuoi più sentire nulla.