Ho solo ucciso un uomo 

Il rumore dei tacchi si fondeva nell’asfalto umido di pioggia, strato duro di grigio scuro contro pelle morbida color panna.

Avevo fame e un freddo nelle ossa prepotente, era come se avessi una febbre dilagante che non mi lasciava stare, un po’ come quel tipo di corteggiatori che per quanto gli dici no, stanno lì nel limbo dell’attesa, indefinita e per alcuni eccitante.

Avevo esaurito le mie forze nelle scariche elettriche di poco prima.

Cosa mi era preso?

Mi ero detta che l’avevo fatto e basta, come molte cose della vita che si fanno nella frazione di un secondo e poi non si torna più indietro.

Cosa avrei detto a Matteo?

Avrebbe visto su di me un colore diverso? O una piccola espressione del viso modificata?

Avrebbe visto le mie rughe più solcate? O il mio sorriso più sereno?

-Dove sei stata?

-Al cinema.

L’avevo detto come mille altre volte e lui parve crederci.

-Potevo venire anche io.

-Un film palloso francese, non ti sei perso niente.

-È per la prossima recensione?

-Sì.

Tremavo nel cappotto e mi lasciavo addosso le conseguenze del mio gesto mentre Matteo preparava la pasta con il tonno, i poveri lo fanno sempre mi diceva, ed io pensavo che ero triste a non essermi trovata un uomo diverso accanto.

-Non ti sei ancora tolta il cappotto.

-Ho freddo.

-Fa caldo in casa.

Matteo aveva sempre caldo, non avevamo soldi per le bistecche figuriamoci per il riscaldamento, non ho idea che sangue avesse sotto quella pelle pallida, ma di certo era comunque difficile immaginarmi una vita senza di lui.

Ero andata in bagno, avevo aperto la doccia e sotto il cappotto il sangue era rimasto composto al suo posto, lungo l’orlo del vestito, nell’interno della scollatura, all’inizio di una spalla, forse la destra, non ero stata attenta, quel rosso era come fosse solo una particolare fantasia di un noto stilista.

Non mi ero nemmeno preoccupata di nascondere i vestiti, avrei fatto una lavatrice più tardi, Matteo non sapeva nemmeno cosa fosse una cesta del bucato, figuriamoci se adesso ci andava a guardarci dentro.

Avrei potuto tradirlo chissà quante volte senza che se ne accorgesse e non lo avevo mai fatto, ma avevo appena ammazzato un uomo e adesso questo mistero tra di noi si era messo in mezzo come prima grande bugia da sperimentare. Quanto avrebbe retto? E quanto avrei retto io?

Il sangue che scivola sotto il mio seno è una spremuta liquida, io penso alla prima cosa che mi ha detto quando l’ho visto qualche ora fa.

-Sei dimagrita.

Io non ci avevo fatto caso, lo avevo visto due volte in ufficio mesi prima e da quel momento non avevo pensato né a lui né al mio fisico.

-Può essere.

Mi aveva guardata a lungo prima di dirmi perché fossi lì.

-Scusa se ti ho fatto venire, solitamente non mi occupo io di queste cose ma siamo a corto di personale.

-Ma non c’è nessuno?

L’ufficio era vuoto come i bar di periferia in pieno agosto, desolato, assorto e silenzioso.

-Sono andati via tutti prima.

Lui mi si era avvicinato, mi aveva tirato a sé, il suo sguardo convinto, il suo profumo acre, le mani che hanno invaso da sotto il vestito, dentro, a fondo, anche se è stato solo per qualche secondo.

-Non mi scrivi mai.

-Non so neanche chi sei.

E mi aveva lasciata andare.

E io non avevo saputo cosa fare.

Lui mi ha guardata ancora, come a dirmi, puoi andare, sono altri i modi in cu ti farò morire, tornerai, ti farò tornare a continuare quello che stavamo facendo.

-In azienda, ricorda, siamo nelle tue mani.

Io non lo stavo nemmeno ad ascoltare, mi ero concentra sul rumore nitido dei passi che si stavano allontanando da lui.

Cos’era appena successo?

Cosa stava accadendo?

Gennaio fuori era come cartolina umida di vapore freddo e pioggia lenta, una pioggia densa che se non fosse stata a ridosso del mare, sarebbe stata sicuramente neve.

Lungo i bordi della stazione i treni passavano come invisibili ombre veloci sul mio tragitto, le bottiglie rotte si assimilavano sul marciapiede come bulbi acerbi di fiori verdi.

Ne avevo scacciato qualcuno con i piedi, come scacciare i miei pensieri.

La musica dei Queen si era attanagliata nella mia mente mentre la sua macchina si era avviata a luci spente, accese solo nell’istante in cui mi era accanto, come a spaventarmi.

“Mama, just a killed a man…”

Aveva abbassato il finestrino e mi aveva urlato contro.

-Il tuo cappotto. Non vorrai mica lasciarmelo come souvenir?

Lo aveva spinto fuori dal finestrino, cacciandolo addosso con rabbia verso il mio corpo.

Mi sono chinata all’improvviso, come se avessi avuto paura che oltre a sporcare la mia persona, potesse sporcare anche il mio soprabito.

Ero a terra, i bordi delle cuciture sulle ginocchia, le maniche nella mano sinistra e in quella destra un fondo di bottiglia spaccato, non sapevo ancora come lo avrei usato, né cosa ne avrei fatto, però mi aveva fatto bene prenderlo in mano, sentirmi potente.

Era sceso dalla macchina senza che me accorgessi, si era posato su di me, siamo nelle tue mani l’unica frase che avevo in testa, più forte del suono di quella canzone.

-Dovresti scrivermi. Non lo fai mai.

Non mi avrebbe lasciato stare.

-Non ho nemmeno il tuo numero.

-Scrivilo.

Mi aveva dato quell’ordine insieme ad un taccuino blu scuro e per prendere anche la penna che sembrava pormi con innocenza, avrei dovuto mollare la presa su quel vetro ruvido ancora in mio possesso.

Non ricordo se volesse toccarmi o se avesse semplicemente alzato un dito in aria, quasi per sbaglio.

Ricordo solo quello che feci io.

Piantai quel pezzo di vetro nella gola, una volta, due, poi basta.

Lui sanguinava.

Quella forza da dove mi era uscita?

Lo avevo lasciato sulla strada, nessun grido, solo musica, nessun che in quel momento badasse a noi, mi ero ripulita le mani nei fogli di carta del taccuino mentre il vestito si era macchiato di scuro, avevo buttato la carta e il pezzo di vetro in un cestino, avevo messo il cappotto addosso sentendo quanto fossi fradicia e umida ma senza nemmeno una goccia di pianto, ero sola lungo la strada, con i brividi addosso, i tacchi a fare rumore, la canzone ormai finita e lontana da me.

Come fosse ogni sera normale ero tornata a casa da Matteo e avevo fatto finta di niente.

Ho solo ammazzato un uomo, pensai, mentre uscita dalla doccia mi chiedeva, che hai?

Stava ancora scrivendo al computer e si era finito la pasta al tonno da solo.

-Che scrivi?

Si era girato come se gli avessi impedito di scrivere la frase finale di un best seller, lo avevo portato via dai suoi pensieri.

-Aggressione. Via Tosi, quello di ieri sera. Ragazza. Giovane. Tentato stupro.

Parlava come un codice morse vecchio stile, ma era rimasto lo stesso giornalista squattrinato di vent’anni prima mentre io mi ero accontenta dell’ambiente miniale dei giornalisti da recensioni artistiche.

-Che ne pensi?

-Un giornalista non ha opinioni.

Era il suo modo asciutto per dirmi di stare zitta.

La doccia aveva lavato via qualsiasi traccia da addosso a me, ma io l’odore del sangue lo sentivo ancora nitido sulle mani, come l’acquaragia dopo una sessione di pittura o come quando levi lo smalto rosso dalle unghie, che una passata non basta mai a toglierlo via del tutto, il sangue avevo notato che si scioglie via facilmente, ti scivola sulla pelle senza ombra, ma l’odore ti rimane attaccato alle tempie.

-La pasta me l’hai lasciata?

-C’è un piatto di là.

Ciò che c’era in cucina era un ammasso colloso e freddo di spaghetti anemici.

-Buona.

-Non è vero. Voi donne mentite sempre.

-A volte non abbiamo scelta.

-Come questa qua. Chi vuoi che le creda? Da sola, contro uno che ha il potere di tenere nelle mani mezza città. Ha denunciato tardi, non ha reagito, lo ha lasciato fare, cosa pretende.

-Se l’è cercata quindi?

-Non dico questo, ma tiragli un cartone e vai via, cosa fate a fare le dure sennò?

Matteo in quei momenti scollegava il cervello, parlava senza senso per poter mettere in ordine le parole di ciò che scriveva, ma di quello che nella realtà lasciava trapelare non ne era consapevole, riusciva effettivamente ad essere sempre lucidamente e spietatamente imparziale nei suoi pezzi, tanto quanto nella vita era incapace di farlo nella nostro vivere insieme. Non lo avevo mai capito. Non lo avrei mai fatto.

-Alcune non sono capaci di esserlo.

-Ma a mostrare i culi nelle proteste siete capaci, però.

Mi ero tolta l’asciugamano dai capelli e lo avevo guardato con tristezza mentre mi rivestivo in fretta.

-Dove vai?

-A tirare qualche pugno.

Lui non aveva capito. Non lo avrebbe mai fatto.

Avevo lasciato appese le chiavi di casa all’ingresso e lui mi aveva raggiunta.

-Mara, le chiavi!

-Tienile, non torno a casa stanotte. Quando scriverai di me, sii imparziale come sempre. Me lo devi. Ho solo ucciso un uomo.

Mi aveva guardato senza capire, io avevo messo le cuffie con la musica nelle orecchie e non lo avevo più ascoltato, mi ero diretta in commissariato, senza pensare ad altro che a tirare qualche pugno per aria.  

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