Ho una teoria sul dolore
Serie: Uomini
- Episodio 1: 1. La Zona Grigia
- Episodio 2: 2. L’uomo che non piange mai
- Episodio 3: Di ciò che resta
- Episodio 4: Venerdì
- Episodio 5: Goodbye Stranger
- Episodio 6: La crisalide
- Episodio 7: I miei difetti mi servono
- Episodio 8: Quell’anno prima
- Episodio 9: Il pollo ruspante
- Episodio 10: Spaccherò il mondo
- Episodio 1: I resti di un amore
- Episodio 2: Il cappello
- Episodio 3: Uomini che camminano
- Episodio 4: Parsimonia
- Episodio 5: Che fastidio !
- Episodio 6: L’estranea
- Episodio 7: Lenta dispersione
- Episodio 8: Ho una teoria sul dolore
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Non è una teoria utile, non consola e non promette guarigioni. È una teoria domestica, coltivata nelle ore morte della giornata, quando la mente gira su sé stessa con la pazienza di un animale chiuso in gabbia. La espongo volentieri a chiunque non me la chieda. Non voglio convincere nessuno solo mettere un po’ d’ordine dentro la mia testa.
Il dolore non arriva dall’esterno. Non è un incidente, e nemmeno una ferita improvvisa. È un lavoro lento. Lo si costruisce con disciplina. Nasce da pensieri ripetuti, da ricordi incerti, da piccole omissioni.
Alcuni uomini costruiscono modellini di velieri dentro bottiglie di vetro. Nessuno capisce in quale momento la nave sia entrata nel collo stretto della bottiglia. Nessuno capisce come potrebbe uscire.
Il dolore funziona nello stesso modo. Io, con una certa modestia operosa, sono diventato un artigiano competente.
Il luogo dove vado a verificare questa teoria si chiama Jade Garden.
È in una traversa di corso Buenos Aires, schiacciato tra una lavanderia a gettoni e un negozio di materassi ortopedici. La vetrina dei materassi ha un’aria malinconica. Schiume bianche illuminate da una luce fredda, cartelli con sconti e promesse.
Io entro in quella via ogni due settimane. Giovedì. Sette di sera.
La puntualità mi rassicura Quando l’orario è deciso, il corpo si muove da solo e l’indecisione scompare.
La porta del centro massaggi ha un campanello discreto. Dentro un corridoio color salmone conduce a una piccola anticamera. Una sedia di plastica, un tavolino con riviste piegate, un diffusore che emette sempre la stessa registrazione di pioggia su foglie di bambù.
La pioggia artificiale possiede una costanza ipnotica. Gocce lunghe, foglie che respirano, una foresta immaginaria che vive dietro le pareti.
La ragazza cambia ogni volta.
All’inizio lo notavo. Poi ho smesso. Cambiano le mani, cambia la pressione delle dita, cambiano i nomi — Mei, Lin, Xiao. Nomi brevi, rapidi, quasi istruzioni tecniche. Ho il sospetto che i nomi non abbiano molto a che fare con le persone. Sono elementi del servizio, piccoli accessori linguistici pensati per creare una forma minima di familiarità.
Io non ho bisogno di familiarità.
Quando mi chiamano entro nella stanza. Il lettino è stretto. L’aria sa di olio di sesamo. Una luce soffusa rende gli oggetti leggermente imprecisi.
Mi spoglio, completamente nudo e mi sdraio.
La ragazza entra. Non la guardo, ho la testa affondata sul cuscino e gli occhi chiusi.
Il massaggio è solo il formato esterno, la busta che contiene la sostanza. Quello che compro davvero è il silenzio orizzontale. Il peso delle mani di qualcuno che non sa nulla di me e non ha interesse a scoprirlo. Per un’ora intera divento un corpo senza biografia.
È la forma più onesta di vacanza metafisica che abbia trovato.
Il giovedì di cui voglio parlare — uno dei molti giovedì identici — la ragazza si è presentata con il nome Fang. Non ho detto il mio nome.
Le mani erano piccole e precise. Possedevano quella conoscenza anatomica che appartiene a due categorie di professionisti molto diverse tra loro: i fisioterapisti e i borseggiatori.
Ha lavorato sulle spalle in silenzio.
Le dita cercavano nodi invisibili sotto la pelle e dopo averli trovati li scioglievano con pazienza tecnica senza esitazioni.
A un certo punto ha chiesto qualcosa. Una frase breve deformata dall’accento. Non ho capito la domanda ma ho risposto sì.
È una risposta efficace nella maggioranza dei casi.
Le mani della ragazza si sono fermate. Non una pausa casuale. Una pausa costruita con precisione. L’aria della stanza ha assunto una qualità leggermente più densa.
Ho fissato il soffitto.
La macchia nell’angolo era sempre la stessa. Una forma irregolare che ricordava vagamente la sagoma di un continente.
Le mani si sono spostate.
Una è scesa lungo il fianco con una lentezza diversa da quella del massaggio. Il gesto non cercava più i muscoli. Non seguiva più la mappa delle contratture. Cercava altro.
Ho capito.
Non c’è stato bisogno di parole. In luoghi costruiti per questo genere di scambi il linguaggio è superfluo. Esistono movimenti minimi, pause studiate, che annunciano ciò che sta per accadere.
La mano è scivolata sotto il telo.
Il gesto è diventato diretto, pratico, quasi impersonale. Una concentrazione professionale che non lasciava spazio a imbarazzo né a intimità. Io ho chiuso gli occhi. Il corpo ha reagito da solo, con quella docilità automatica che appartiene agli organismi quando smettono di interrogarsi.
È durato poco.
In questi luoghi dura sempre poco. È una questione di economia del tempo e di precisione.
Quando tutto è finito la mano si è ritirata con discrezione. Il telo è tornato al suo posto. Le dita hanno ripreso a lavorare sulle spalle, con la stessa cura metodica di prima.
In quel momento nella mente si apre sempre uno spazio particolare.
Uno spazio limpido, quasi doloroso. Simile alla luce che colpisce gli occhi quando si esce da un cinema nel pomeriggio.
Dentro quello spazio ho pensato a cose inutili.
Non so nulla di Fang.
Non so se Fang sia davvero il suo nome. Non so dove abita. Non so se la registrazione della pioggia la rilassa oppure se dopo otto ore le provoca una forma precisa di stanchezza.
Lei non sa nulla di me.
Questo reciproco non-sapere è la struttura portante della transazione. È ciò che la rende possibile e, in un certo senso, pulita.
La parola pulita in questo contesto possiede un suono curioso. Eppure, rimane esatta.
Mi sono rivestito.
Fang era già scomparsa dietro la tenda color corallo. Ho lasciato il denaro sul vassoio di plastica vicino alla porta. Il gesto possiede ormai la naturalezza dei rituali ripetuti molte volte.
Sono uscito.
Sul marciapiede ho acceso una sigaretta.
Nella vetrina accanto i materassi ortopedici esposti e decantati da grandi cartelli.
Ho pensato che fosse una cosa che non mi riguardava.
Ho pensato a quante cose del mondo non mi riguardano.
Ho pensato che quella constatazione potesse essere malinconia oppure sollievo.
La scelta dipendeva interamente da me.
Ho scelto, con la consueta prudenza, di non scegliere.
Il giovedì successivo sono tornato.
La ragazza era diversa. O forse era la stessa. Non sono riuscito a stabilirlo con certezza.
Mi ha chiesto come mi chiamavo.
Ho detto un nome.
Era il mio.
Oppure no.
In quel momento non ho sentito il bisogno di verificare.
E, per ragioni che ancora non comprendo del tutto, mi è sembrato un piccolo progresso.
Serie: Uomini
- Episodio 1: I resti di un amore
- Episodio 2: Il cappello
- Episodio 3: Uomini che camminano
- Episodio 4: Parsimonia
- Episodio 5: Che fastidio !
- Episodio 6: L’estranea
- Episodio 7: Lenta dispersione
- Episodio 8: Ho una teoria sul dolore
Ti entra sotto pelle con quella prosa così controllata, quasi chirurgica. Racconta una solitudine enorme senza mai pronunciare la parola. E il finale, quel “piccolo progresso”, è perfetto, perché non sai se riderne o piangere.
Curare il dolore senza sapere nulla dell’altro e dimenticandoci di noi. Forse hai ragione, è così che si fa. Bellissimo.
Un racconto preciso e ipnotico, dove il dolore diventa davvero “un lavoro lento” e quasi artigianale. Il finale, con quel “piccolo progresso” appena percepibile, mi è apparso come un movimento minimo che suggerisce cambiamento, ma senza mai offrirne la certezza.
Un racconto che scivola, come la mano di una esperta massaggiatrice e una vacanza metafisica che ha avuto anche una meta fisica.
Complimenti per l’atmosfera creata.
Un altro racconto ben riuscito, che cattura l’ attenzione, con qualche sorriso e qualche riflessione su teorie filosofiche interessanti e condivisibili.
E mi é parso che il “veliero” costruito dentro, a un certo punto abbia trovato uno sbocco.
“È la forma più onesta di vacanza metafisica che abbia trovato.”
Condivido. Il massaggio praticato da mani esperte può essere un viaggio fantastico, da fermi, in posizione orizzontale.
“Alcuni uomini costruiscono modellini di velieri dentro bottiglie di vetro. Nessuno capisce in quale momento la nave sia entrata nel collo stretto della bottiglia. Nessuno capisce come potrebbe uscire.”
Alcuni uomini o donne, soprattutto non sanno come farlo uscire e, comunque, questa teoria mi piace.