I 4 negri sulla panchina bianca

La vita è un treno che passa una volta sola, per cui bisogna viverla appieno ed è proprio quello che ho fatto io, sono Ges venuto in Italia con un “barcone della fortuna ” già perchè approdare in terra ferma era una vera fortuna e tutti non arrivavano a portare a termine il viaggio, tra quelle acque oscure e profonde giacevano senza vita parecchi miei fratelli,perchè così noi ci consideriamo.

Alla fine del viaggio accudito e rifocillato mi trasferirono a San Cataldo, posto tranquillo dove mi ritrovai con tanti coetanei e per fortuna ero in compagnia del mio amico Martin che non mi aveva mai lasciato.

È lui che un giorno mi disse sai parto col prossimo carico, eravamo diventati come bestie da smerciare, ammassati su barche fatiscenti ma per noi speranza di serenità. Mi convinse a partire con lui e pensai che non sarebbe stata vana la mia partenza è così fu.

Dovetti pagare ad un certo “Uomo senza volto ” un sacco di soldi assicurandomi un viaggio sicuro,mai promessa fu così falsa, bastava pensare che siamo partiti a notte fonda senza acqua nè cibo.

All’arrivo in terra ferma eravamo già dimezzati, avevamo assistito a maltrattamenti e violenze, quante volte ho pianto, ripensando al mio paese e ai miei familiari, rivedendo quelle scene di donne sottomesse mi ero pentito di quel viaggio, che mi aspettavo, tutto un utopia.

Ci sistemarono in un vecchio ricovero per anziani ammassati, ma per lo meno non ci avevano separati ed eravamo ancora vivi.

Nel corso dei giorni ci ritrovavano su di una panchina bianca a farci compagnia fra di noi. Chi cominciava a conoscerci ci chiamava i negri della panchina bianca.

Quelle lunghe ore passate su quel barcone quante volte ho pianto, quante volte ho rimpianto d’aver lasciato mio padre, mia madre, mio fratello, la scuola

Mi sono detto che avrei fatto del bene ovunque arrivassi e che tutti un giorno avrebbero dovuto conoscere la mia storia.

Approdati ad Agrigento prima che mi trasferissero a San Cataldo mi chiamò l “UOMO SENZA VOLTO” mi disse che se volevo lavorare mi avrebbero dato della merce, fatto trasferire a Palermo, ma a patto che tutto quello che guadagnavo andava a lui, mi rifiutai, non avevo studiato per fare questa fine, neanche Martin accettò.

Trasferiti a San Cataldo ci portarono in un vecchio ricovero per anziani, ammassati come sacchi di patate.

La sera prima di cena eravamo soliti andare a prendere aria e nei supermercati a comprare qualcosa, vedevamo come i paesani ci guardavano diffidenti e alcuni anche con rabbia.

Tra di noi ogni giorno si fortificava l’amicizia uniti dallo stesso destino.

Una sera incontrammo dei ragazzini potevano avere 16/17 anni a bordo di un motorino, parlavano tra di loro di una ragazza.

La vidi, era bella sorridente, mi aveva colpito il suo andare lento con la testa calata.

Quei ragazzi cominciarono a prenderla in giro a raggirarla con le moto e lei cadde a terra.

Le corsi incontro. Loro scesi dalle moto le avevano messo le mani addosso.

Quella scena mi fece piangere ricordando quel maledetto viaggio, quante donne sono state violentate e noi impotenti, ma questa volta non potevo stare inerme.

Le grida e le risa confusi tra loro.

Io e Martin urlammo, poi abbiamo preso per le braccia quei delinquenti ma non alzammo le mani su di loro, li abbiamo soltanto strattonati per terra.

Se ne andarono di corsa e la ragazza in lacrime ci ringraziò e ci fece conoscere tutti i suoi amici.

Cominciammo ad uscire con loro, a imparare meglio la loro lingua, era cominciata la vera integrazione fra popoli.

Ci incontravamo la sera su quella panchina bianca eravamo io Martin Giorg e Leon, chiamati i 4 negri della panchina bianca.

La serenità di quelle serate su quella panchina bianca e di quelle nuove amicizie erano destinate a finire.

Quando arrivai in Sicilia mi sono detto che avrei raccontato a mia madre e mio fratello la mia esperienza, quindi la sera quando rientravo in stanza scrivevo un diario come se avessi mia madre presente non tralasciando neanche i miei desideri e le mie emozioni. Di lì a poco nacque il lungo viaggio di Ges. I miei amici si divertivano a leggere tutto, per loro era come il quotidiano leggendo ogni giorno nuove notizie .

Un giorno discendendo come nostro rituale verso il supermercato incontrammo quei teppisti coi motorini, cominciarono ad inveire contro di noi dapprima a parole e in seguito lanciandoci sassi, sembrava una guerriglia a cui eravamo soliti assistere al nostro paese.

Eravamo d’avvero spaventati e inermi e loro scesi dalle moto cominciarono a bastonarci,ma erano concentrati su di me, Martin corse a chiamare aiuto, Giorg scappò impaurito, comprensibile tra noi era il più giovane, Leon cercava di salvarmi raccogliendo quei sassi e tirandoglieli.

Quando Martin tornò con i carabinieri era già tardi ero troppo male combinato, abbandonato per terra come fossi un animale.

La corsa in ospedale e poi l operazione, non era così che volevo essere conosciuto.

Non ero in fin di vita, ma in me era cambiato tutto, specialmente l idea di continuare a stare lì.

Una volta dimesso chiesi di essere trasferito, dovetti separarmi da Martin ma arrivato a Roma conobbi una coppia senza figli mi accolsero con amore e portai a termine gli studi e diventai giornalista.

Continuavo a scrivere il lungo viaggio di Ges e lo inviavo pure a Martin.

Conobbi Angelica con fatica e tempo riuscì a conquistarla, abbiamo sfidato i pregiudizi ed oggi è la madre dei miei tre figli, Nicolas, Matias e Rose.

Cerco di insegnare a loro il rispetto delle diversità e il rispetto degli uomini.

Mi mancano le serate sulla panchina bianca, chissà forse oggi ci saranno altri 4 come noi a condividere quei lunghi soggiorni da profughi.

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Responses

    1. Caro Giuseppe secondo me l’inizio deve colpire per fare andare avanti con la lettura e suscitare curiosità senza anticipare la fine e l’evolversi della storia. grazie del tuo complimento

  1. Quella che Gianna descrive è una realtà che tutti noi possiamo osservare, ma che, ahimè, in pochi hanno la fortuna o la voglia di ascoltare. Ognuno di loro è portatore di trascorsi dolorosi, difficili e Gianna è riuscita ad arrivare al cuore di tutti noi raccontandocene uno che però li rappresenta tutti quanti. Complimenti.

  2. Brava Gianna. É un problema enorme,e l’Italia è il posto peggiore per risolverlo , infatti l’ultimo trovata é stata di armare e addestrare quegli animali in Nord Africa che commerciano uomini. Ma sono i gesti come il tuo a dare un contributo per vincere , per prima, la nostra ignoranza. Grazie

  3. Un racconto coinvolgente, emozionante, e talmente realistico che semvra di vivere le avventure e disavventure insieme al protagonista.
    Non si parla mai abbastanza di quest’ argomento delicato.
    E sentirne parlare con tanta poesia come ha fatto l’autrice in queste righe, è cosa ancora più rara.
    Bravissima, Gianna: mi è piaciuto molto!

  4. L’Olocausto dei nostri tempi! Giustamente commemoriamo la strage di 6 milioni i di vittime nel giorno della schoah, ma non vediamo la strage degli innocenti che si consuma davanti davanti ai nostri occhi!
    Tra queste righe si evidenzia il loro dramma umano.