I bambini sono qui (seconda parte)

Serie: I bambini ridono


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: «Tra i sette e i dieci anni?» Deglutì a fatica. «Sembrano pochi, ma tre anni a quell’età sono un abisso.» Il sorriso era tornato a illuminarle il volto. «Però possiamo trovare qualcosa che metta tutti d’accordo e che faccia piacere a tutti, ne sono certa.»

Mirco ne approfittò per osservare ancora il suo viso e i suoi occhi, certo di non essere visto. Poi intuì cosa l’aveva turbato nel suo sguardo: era qualcosa che si notava con la visione periferica, con la coda dell’occhio. Qualcosa che non si mostrava direttamente, ma che si percepiva oltre la superficie dell’iride azzurro intenso, più con il cuore che con la ragione. Era la stessa aura che sapeva di tristezza, rabbia e accusa con cui gli occhi di sua moglie lo avevano trafitto prima di andarsene. Le pulsazioni accelerarono e lui temette che la donna potesse accorgersi del suo momento di disagio. Scosse la testa come per attivare una sorta di reset fisico al cervello e si concentrò sul motivo per cui si trovava lì, riuscendo ancora una volta a ripristinare uno stato di relativa calma.

«Penso che abbia esperienza con i bambini» azzardò controllando il tono di voce. «In un posto come questo si sentirebbero come in un parco giochi.»

«In realtà non è un negozio frequentato da clienti così piccoli, non c’è molto per loro. Ma mi lasci pensare ai suoi nipoti.» Era sempre più difficile guardarlo negli occhi.

«Avete per caso quei bastoncini che si accendono e fanno scintille? Non ricordo come si chiamano… stelline di Natale, mi sembra.» Mirco pronunciò la frase in modo casuale, come se quegli oggetti gli fossero venuti in mente proprio in quel momento.

«Sì, penso anche io che si chiamino così. Le stelline scintillanti. Però no, non le abbiamo perché possono costituire un pericolo, soprattutto se date in mano a bambini.»

«Già. Devo essermi sbagliato» riprese Mirco. «Di sicuro mi sono confuso. Qualche giorno fa mi era parso di vederne alcune accese qui dentro, come se fossero tenute in mano proprio da bambini. Ma si sarà trattato di altre luci, probabilmente stelline led in versione moderna» concluse sorridendo.

La donna si concesse una pausa prima di rispondere. Mirco temette di essersi spinto troppo in là. Era certo di quello che aveva visto, ma era comprensibile che lei negasse l’accaduto per evitare di essere tacciata come irresponsabile.

«Si è trattato di sicuro di un errore. Non daremmo mai quegli oggetti in mano a bambini. Soprattutto non qui dentro!» Il suo sorriso era ancora lì. Ma dal fondo dei suoi occhi Mirco percepì che adesso l’emozione prevalente era la rabbia che emergeva in superficie e si proiettava verso di lui.

Poi, con un rinnovato tono allegro, la donna riprese il discorso interrotto poco prima. «Per quanto riguarda i regali per i suoi nipoti io avrei un’idea: piccole piantine in vaso, in modo che possano accudirle come farebbero con un animale domestico. Cosa ne pensa? I suoi nipoti hanno cani o gatti in casa?»

«No, nessuno» rispose Mirco esternando al meglio un’espressione di finta sorpresa. «Piantine da accudire: un’idea non banale. Credo che apprezzerebbero.»

«Continui il suo giro, poi se desidera le farò vedere qualcosa di specifico, qualche esemplare che richieda poche cure. Sa, con i bambini bisogna essere cauti» concluse con un accenno di risata.

Mentre si allontanava dall’uomo la commessa incrociò lo sguardo di una sua collega. Sul suo viso tristezza e fatalismo erano le emozioni che in un attimo si riversarono su di lei, come tra due vasi comunicanti. Entrambe lo avevano riconosciuto. Entrambe avrebbero voluto non essere lì in quel momento, per evitare di mentire mostrando una falsa serenità e dedizione al lavoro.

«È lui, vero?» sussurrò.

«Sì» rispose la sua collega solo con un cenno del capo.

«Perché si comporta così? Penso che non abbia ancora compreso fino in fondo, anche se sono passati anni.»

«Sta ancora aspettando. Non penso che gli anni possano lenire il dolore»

«Ce la fai a seguirlo? Non credo che alla fine comprerà davvero le piantine, ma se dovesse insistere cerca di fargli cambiare idea. Sarebbe davvero triste vederlo uscire da qui con i regali per… nessuno.»

Mirco prese alla lettera il consiglio della commessa e proseguì nel giro di esplorazione. Aveva visto le due donne che parlavano a bassa voce. Parlavano di lui, senza dubbio, ma non gli interessava. Con il tempo si era abituato agli sguardi di commiserazione di chi lo incontrava e lo riconosceva. In un piccolo paese è difficile sfuggire alla morbosità della gente.

Si aggirò tra gli oggetti esposti, fingendosi interessato. Sollevava e riponeva questo e quello, in modo casuale. Resistette con difficoltà alla tentazione di allineare gli oggetti fuori posto, per evitare di attirare l’attenzione su di sé. In realtà il suo sguardo spaziava su tutto il locale, senza fermarsi un attimo.

I bambini erano qui, pensò. E sono stati qui tutte le volte che li ho sentiti ridere e urlare. Era sicuro che lei sapesse qualcosa di più, qualcosa che non voleva o non poteva dire.

I bambini sono qui. Era un mantra che risuonava nella sua mente. In un muto patto con sé stesso si ripromise di spingersi oltre: avrebbe indagato, a partire da quella stessa notte.

Continua...

Serie: I bambini ridono


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Antonio, questa doppia puntata mi ha fatto fare un salto sulla sedia. Costruisci tutto con una pazienza che sembra normalità e poi arrivi a quel sussurro tra le due commesse e il pavimento ti crolla sotto i piedi. La cosa che ammiro è che non forzi mai la mano: il lettore ci arriva da solo alla verità, e quando ci arriva fa ancora più male. Davvero ben fatto.

  2. Con questo capitolo diviso in due parti la storia ha preso una piega intrigante, piega che non è stata brusca, com’è bello che sia in questo genere. L’elemento che continuo ad apprezzare è il ritmo: di solito, quando una storia introduce elementi nuovi che innescano curiosità, lo fa piuttosto rapidamente, bruscamente; invece qua ti prendi sempre il tuo tempo naturale per “piegare” con la giusta velocità il corso della narrazione. E questa naturalezza si sente e si riflette sull’esperienza di lettura (almeno, per quanto mi riguarda). Dire che ora sono più curioso di prima è scontato.

    1. Anche qui devo dire che mi fa piacere questo commento, proprio perché spesso non sono convinto del ritmo. O, per meglio dire, ne sono convintissimo mentre scrivo, per poi ripensarci ad ogni rilettura. Come sempre utilissimi i commenti “openiani”.

      1. Eh già la questione del ritmo è proprio strana, così come altre cose. Mentre scriviamo, ci sembra di seguire il ritmo perfetto, perché dopotutto siamo sincronizzati con le nostre stesse idee, di conseguenza è molto difficile avvertire un “fuori sincrono”. Questo fuori sincrono, se c’è, io trovo, lo vedi solo in due modi: rileggendo il tuo testo dopo che è passato un po’ di tempo, così da vederlo con occhi un po’ più “oggettivi” (per quanto possibile), oppure affidando la lettura a un’altra testa.

        1. Ho provato a far leggere le storie a mia moglie, ma non ne vuole sapere…
          Quindi propendo per l’opzione di lasciarle decantare e riprenderle in mano dopo un po’ di tempo. E’ davvero un consiglio utilissimo: io lo utilizzo spesso nel mio lavoro (fotografia). Anche in questo campo il tempo permette di evidenziare punti di forza o errori, sia nelle fotografie singole che nelle sequenze di immagini.
          Inoltre, ogni fotografo sa che la cosa più difficile è scegliere tra le proprie creature quelle da salvare e quelle da uccidere… Mi sto rendendo conto come anche nel campo della scrittura (e qui parlo da semplice appassionato) sia davvero difficile cestinare pagine… e qui devo darmi da fare!